• Alessandra Libertini

Il tropico del sesso: Henry Miller


Il rigido giorno di Santo Stefano del 1891 ebbe il privilegio di ospitare come evento storico la nascita di uno dei padri della letteratura americana.

Da una famiglia tedesca di umili origini, Henry Miller trovò il posto nel mondo passando tutte le condizioni di miseria possibili, dalla culla ai colpi di testa che lo portarono a vagabondare anni negli States prima di tornare in terra natìa, vivendo in una condizione di precariato difficile da immaginare se si pensa a cosa sia diventato successivamente.

Non sono abituata a soffermarmi sulla vita privata di uno scrittore, di solito faccio un pot-pourri della mia esperienza di lettura, commento sullo stile e dettagli biografici salienti ma, parlando di uno scrittore abituato a trasmettere alla penna la propria esperienza di vita, è essenziale parlare non solo dell'esistenza fuori dai limiti ma anche delle donne da lui avute. Tre matrimoni, il sodalizio artistico e sessuale con Anaïs Nin

(sua musa, artefice della creazione e del successo del suo famossissimo Tropico del Cancro, e alla quale ispirerà l'opera Henry e June, dedicata a lui e la moglie June Mansfield), una mente disinibita e sfrenata ne hanno composto tassello dopo tassello l'uomo di lettere che conosciamo. Passo dopo passo, sbandata dopo sbandata, Miller ha accumulato ciò che di più importante ha un artista: la memoria, l'esperienza.

Non è semplice approcciare alla letteratura di Henry Miller se si è abituati a letture molto leggere, perché il flusso di coscienza, il racconto dei suoi protagonisti, della sua America e della sua Parigi, dove visse diversi anni, si appiccicano allo spettatore come uno sputo colloso fatto di oscenità senza filtro, continue scene di sesso, racconto senza setaccio dei propri pensieri; oggetto di censura in ogni forma possibile, l'Universo, di tappare la bocca all'estrinsecazione della sua libido e della sua coscienza, proprio non ne ha voluto sapere.

Spregiudicato e sublime nello stile, nel suo stesso continente ha visto vietarsi i propri romanzi a causa delle dettagliate esperienze sessuali descritte in tono becero (ma magistrale, senza dubbio) in diversi romanzi, quali Moloch, Crazy cock, Tropico del Cancro, Tropico del Capricorno, Primavera nera e il più osceno, Opus pistorum, che racchiude in sé l'esperienza parigina romanzata, dove il suo alter ego Alf non solo ha esperienze estreme e orgiastiche ma ha anche rapporti sessuali con bambine in pre adolescenza, visiona e partecipa ad incesti, parlando delle sue esperienze con un tono assolutamente sfrenato e ricco delle parole più oscene e degli atti sessuali più violenti e senza rispetto.

Se ci fermassimo a questo, relegheremmo uno dei più importanti autori americani ad uno scrittore di libri di serie b, destinati ad un pubblico di masturbatori della domenica, ma Miller di sicuro è oltre. Fuori dal coro e dagli schemi, di sicuro, anche nel raccontare l'esperienza umana, nei suoi romanzi si trova un perfetto specchio di una società americana che poco ha a che fare con l'apparenza e il puritanesimo, quella dove la ricerca dell'autore trova spazio in un'autenticità quasi perduta. Il suo scrivere di istinti bassi, di sesso, di necessità, lo rende un autore vicino al lato più umano del contesto sociale conosciuto in anni e anni di vita al limite, trasmettendo al lettore un'America per niente rinchiusa negli ambienti arredati Art Deco ma vicina alle testiere del letto e alle strade che tutti conoscono. Per essere ancora più vicino all'autenticità cercata, si trasferì a Big Sur nel 1940, tirando fuori dall'elaborazione della fine con la Nin la meravigliosa trilogia Plexus, Sexus e Nexus, oltre che La fortezza della solitudine e Big Sur e le arance di Hieronymus Bosch.

L'esigenza di autenticità la ritroviamo in altre due forme d'arte predilette nel corso della sua evoluzione artistica: i reportage di viaggio e gli acquerelli, tramite i quali mostra più facce della sua natura poliedrica e profondamente intimista.

Definendo il Tropico del Cancro «Il libro più tremendo, più sordido, più veritiero che abbia mai letto; al suo confronto l’Ulisse di Joyce sa di limonata», Jack Kahane aveva commentato in realtà tutta la sua produzione.

Personalmente, aprendo il suo libro più estremo, Opus Pistorum, mi sono resa conto di non essere mai sazia delle sue storie: stordita forse dalle scene troppo esplicite che ti arrivano sulle tempie a tutta velocità, sono rimasta in realtà incantata dal modo perfetto di incastrare quel barlume di umanità terra terra dei protagonisti con gli atti sfrenati che ne determinano, nel corso della storia, il percorso, rendendoli finestre su cui il protagonista affaccia la propria libido, chiudendole o aprendole a piacere. Poi, Il tropico del Cancro (so che l'ordine non è quello giusto, ma va bene così), poi, gli altri: Miller mi ha decisamente incantata. Ma bisogna avere un occhio allenato alla lettura e una mentalità molto aperta per non fare la fine, giudicandolo, di chi ha osato censurarlo, rinnegando una delle più grandi perle della letteratura del Nuovo Continente.

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