• Alessandra Libertini

Katherine Mansfield, la scrittrice invidiata da Virginia Woolf


Mi capita molto spesso di fissare per diversi minuti le foto delle scrittrici donne a cui mi avvicino con la lettura. Rappresenta un'abitudine che ho da quando avevo il sussidiario delle elementari su cui era pubblicata una foto di Elsa Morante; nel guardarla, cercavo con curiosità qualcosa di poco definito e, in questa ricerca, c'era una sensazione non lineare di orgoglio, di fierezza, di soddisfazione. Che fosse il primo seme di femminismo militante cresciuto in me? Forse.

Con molta probabilità, anzi, con certezza, pensando oggi con la mente di un'adulta ultra trentenne, quello che provavo era una forte motivazione: mi piaceva molto scrivere e, nel vedere una donna adulta che lo aveva fatto, che aveva potuto esprimersi e comunicare con altre persone tramite il linguaggio del suo mondo interiore attraverso le sue storie create a tal scopo, mi sentivo incoraggiata. E scrivevo, più di quanto, a volte, mi consentissero le forze fisiche e psicologiche, per sentirmi libera, per liberare il mio lato più intimo e selvaggio. Scrivevo per esorcizzare l'insonnia, il bullismo, la scarsa accettazione da una parte (poco nutrita, per fortuna) dei miei coetanei. Pensandoci, oggi, mi viene da pensare che avrei potuto scrivere in realtà capitoli molto felici: ero una bambina che si arrampicava sugli alberi, faceva cose pericolose appena i genitori si allontanavano (in proporzione alla relativa età), andava in bici, correva, amava i pattini, faceva sport, passava i pomeriggi nella fattoria dello zio della sua migliore amica, giocava con amici portati avanti una vita intera e imparava fin da subito che non è importante la quantità ma la qualità delle relazioni. E che i capelli rossi sono un dono e prenderli in giro è veramente stupido. Di questo periodo così diviso tra la sofferenza e la beatitudine dell'aria fresca sul viso più degli altri coetanei conosciuti, rimangono molte fotografie: gli occhi, sempre li stessi. Questo è un traguardo che tutti dovremmo raggiungere, anche quando occhiaie e borse testimoniano la poca spensieratezza della vita adulta.

Lo sguardo delle scrittrici mi ha insegnato veramente molto nel corso della vita: uno scatto può essere eterno e nascondere in eterno un lato triste e oscuro che, anche quando viene riportato nelle notizie tra le nozioni fredde sulla vita della persona interessata, scinde i lettori per grado di empatia. Io faccio parte di quella categoria che degli occhi ha molta considerazione e, oggi, parlerò di una di quelle donne che più mi ha affascinato dallo sguardo: Katherine Mansfield.

Descrivere la carriera di questa donna e, di conseguenza, lo sguardo, ha un filo logico che si può ritrovare solo ripercorrendo la confusione dettata dal suo esistere nel mondo: nata nel 1888, è considerata una delle più grandi scrittrici della letteratura inglese pur essendo neozelandese, possiamo partire da questo. Aggiungendo, poi, che ebbe diverse relazioni disordinate con molte donne, sposando un uomo e legandosi ancora ad altre donne. Imprevedibile, mondana, estremamente sensuale e incredibilmente dotata, fu capace di scrivere tutta la vita (ancora saltano fuori i suoi inediti) soprattutto racconti brevi e lettere. Tutto questo in trentacinque anni di vita e due anni di attività letteraria. Anni in cui, per sua stessa ammissione, fu fortemente invidiata dalla scrittrice Virginia Woolf che, negli anni di gloria di Katherine Mansfield, confessò di provare gelosia per il suo successo e la sua faccia tosta. Di tutte le opere pubblicate, sono due le più significative, capolavori che la consacrarono come una delle più grandi esponenti del Modernismo: Bliss, del 1918, e The garden Party, del 1922, entrambi racconti brevi, manifesto dello stile dell'autrice stessa. Bliss, pubblicato quando era appena trentenne, è uno spaccato sulla sua sessualità senza veli, concentrata sul lato istintivo del desiderio sessuale. La grande domanda dell'opera ci riporta alla riflessione sul lato oscuro fatta in precedenza: vale la pena mostrarlo? L'ignoranza, propria e altrui, intesa come mascheramento della propria natura, regala davvero la beatitudine?

The garden party, arrivato alle stampe un anno prima della sua morte per tubercolosi in tre puntate sul Westminster Gazette nel mese di febbraio, mescola i ricordi della sua infanzia con i dettagli della sua innata tendenza alla promiscuità tramite il racconto della vita degli Sheridan e della protagonista Laura, che ha modo di confrontarsi con la morte, e pone al centro degli eventi il rapporto tra la fine della vita e lo scorrere e la bellezza della stessa.

Lo sguardo fiero di Katherine Mansfield è un promemoria sempre vivo della vitalità insita nella libertà, dell'assenza di pregiudizio, ma anche della caducità della vita. Tra tutti, è quello che più mi comunica femminilità e spregiudicatezza, ma anche sensibilità e delicatezza. Così come le sue opere, profondamente moderne, riflesso del suo esistere così istintivo e selvaggio dietro quell'esistenza nel mondo dell'art nouveau, geometrica e colma di oro, ricca di un'apparenza che a lei non tangeva. Dovremmo tutti vivere così.

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