• Rebecca Di Schino

Khaled Hosseini: la dura esistenza di un cuore islamico


L’etimologia dei nomi mi ha sempre affascinato. A volte si cercano riferimenti del carattere di qualcuno che conosciamo proprio andando a vedere il suo nome da che parola derivi, altre volte, al contrario, si cerca di infondere nei nascituri i significati profondi che un determinato nome contiene, una sorta di profezia che, assieme alle assonanze col cognome e coi legami parentali (“Gustavo Pietro Cirocarlo è un nome che appartiene da sempre alla nostra famiglia; così si chiamava il genero del cugino della mia prozia di secondo grado da parte di madre”) descrive quello che diventerà un bambino una volta adulto. Con gli italiani è più facile, fanno parte della nostra cultura e a grandi linee sappiamo a cosa alludano, ma con gli stranieri il gioco si complica. Soprattutto se si pesca nel vasto calderone dei nomi islamici. Legati a Maometto, a quella religione che per loro è molto più di un mero culto, la scelta dei nomi denota spesso e volentieri rispetto e devozione verso le proprie radici, una continua discendenza che interseca più famiglie, più gruppi, più generazioni.

Khaled, in arabo خلد (khalada, “vivere per sempre”), significa appunto “eterno”, “immortale”. E se lo associamo ad Hosseini e al suo lavoro come medico e come scrittore, ecco che il significato assume tutt’altra poesia. Restare immortali non è cosa da molti. In un periodo come il nostro, in cui la frenesia e l’effimero hanno surclassato la calma e le tradizioni durature, Khaled Hosseini incarna quello spirito che guarda al passato pur tenendo gli occhi e le mani sempre volti a un futuro in via, si spera, di miglioramento. Un connubio insolito, che molti non comprendono, quello di laurearsi in medicina e diventare celebre nel mondo per il proprio lavoro di autore. Ma si tratta di un lavoro affinato col tempo, una metodologia che, con basi scientifiche, si serve delle competenze linguistiche per spostare lo sguardo su quello che vorremmo non vedere.

Nato a Kabul nel 1965 e figlio di un diplomatico afghano, vive insieme alla famiglia, in prima persona, lo smarrimento di un governo sempre in lotta, un colpo di stato, la fuga all’estero, il non sapere se potrà mai rivedere casa. Quella casa, così terribile e così dolce, che gli ha dato i natali e l’infanzia, ma che il mondo conosce solo per la cronaca di guerra, per i massacri, i soprusi, l’islamismo estremista, la misoginia e la povertà. L’altra faccia della medaglia è quella di un uomo che cerca di raccontare il suo popolo attraverso la lente dell’oltreoceano: abbastanza distante da mantenere un occhio clinico e (più o meno) imparziale, ma non così tanto da non poter empatizzare con una realtà che è e resterà la sua.

Mi è capitato di leggere Mille splendidi soli molto prima del Cacciatore di aquiloni, nonostante la pubblicazione fosse invertita. Mi è capitato come capitano molti libri quando meno ce lo aspettiamo, un titolo che leggi di continuo e che finisci per acquistare, aprire, leggere e innamorartene. Credo sia uno dei libri che mi hanno fatto versare più lacrime da che ho memoria, e ogni volta me le richiama, quando leggo un passaggio, quando lo riprendo tra le mani, quando mi fermo a pensare che non è finzione ma solo una realtà molto possibile e che noi occidentali nemmeno consideriamo. E se lui non sarà immortale, perché di Elisabetta II ce n’è solo una, i suoi testi lo saranno, i suoi personaggi saranno sempre lì a ricordarci che c’è anche un altro Islam, che c’è anche un altro modo di vivere il Corano, di vivere in posto dimenticato dal mondo, usato solo quando serve. Siamo quella metà ricca del pianeta che ricca ci è diventata sfruttando le lotte intestine di Paesi come l’Afghanistan e l’Iran. Siamo quel gruppo di umani che guarda ai bambini sfruttati solo se sono i propri, che se qualcuno ha un problema che se la spicci da solo che anche noi stiamo inguaiati. E allora ecco che ci serve un medico, uno scrittore, un attivista per i diritti dei rifugiati, un mediorientale americano, un occidentale pashtun, un ibrido discreto che parla coi suoi libri e con i gesti, ma da lontano, senza esagerare, con quel rispetto per la vita che dovremmo avere un po’ tutti. Indipendentemente da tutto.

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