• Alessandra Libertini

L'Africa e la poesia. L'Africa è la poesia!


Passeggiando per il consueto mercatino delle pulci che ha luogo ogni primo del mese nella mia città mi sono imbattuta, curiosando nella solita bancarella di libri usati dalla quale amo comprare diverse chicche, in un libro di poesia africana.

Premetto che, per quanto io sia una divoratrice di libri pressoché inarrestabile, l’unico modo per mettere in standby la mia ultima lettura è sempre e solo l’inserimento di un libro di versi, qualunque esso sia. Un po' l’odore inebriante di quel tomo targato 1970, un po' la curiosità per un argomento semisconosciuto, un po' la mia cocente passione per la poesia me lo hanno fatto stringere subito sia alle mani che al cuore.

Prezzo: tre euro. Gioia: incontenibile. Valore della lettura: inestimabile.

Questo è tutto quello che ho potuto constatare una volta finito, dopo aver bevuto un’intera tazza di tè, finito un paio di playlist di cover jazz di canzoni attuali ed esser passata dal pomeriggio alla sera.

L’odore di vecchio delle pagine ingiallite nelle mie narici adesso è l’odore con cui immagino tutta la poesia in cui è bagnata, come fosse oro, l’Africa stessa.

Ci ho messo parecchio a passare alla parte della poesia, poiché son passati quasi cinquant’anni dalla stesura dell’introduzione, mostrante un assetto politico, economico e culturale sicuramente molto molto diverso da quello attuale (e io avevo un estremo bisogno di fare un punto della situazione sui cambiamenti prima di immergermi nei versi); tanto per cominciare, un anno prima il colonnello Mu'ammar Gheddafi attua un colpo di Stato in Libia e non c’era ancora stata l’indipendenza delle ultime due colonie portoghesi, nello specifico dell’Angola e del Mozambico. Mandela era ancora nel fulcro dei suoi 26 anni di prigionia e dalla prigione mandava lettere meravigliose alla sua famiglia, non erano ancora avvenute diverse guerre-lampo nel centro del continente (come quella tra Etiopia ed Eritrea), non erano ancora avvenuti importanti colpi di stato ed esistevano ancora gli stati della Rodhesia, il Tanganica, il Ruanda- Urundi ed altri. L’Africa centrale era descritta nell’immaginario collettivo ancora come unicamente incontaminata dalla cultura occidentale, abitata solo da tribù dedite a riti ancestrali, fuori da ogni descrizione storica effettiva, mentre oggi abbiamo più consapevolezza dell’impatto della colonizzazione europea un po' ovunque nel continente e delle conseguenze della stessa e dell’indipendenza dalle colonie stesse.

Ciò che lo sviluppo politico ed economico può arginare ovunque ma non può spezzare è il canto poetico, in ogni singolo angolo del mondo, che sia quello di un membro di una tribù millenaria o quello di un incravattato signore bianco sudafricano nel caldo del suo ufficio, quello nei vapori di un hammam o lungo la costa di un’isola remota del continente.

Tra le tante lingue di origine, però, per cercare di non pescare in mezzo al mazzo, a casaccio, ho deciso di dedicarmi unicamente a quelle di lingua anglofona, magistralmente tradotte nonostante il problema solito che reca in se stessa la poesia quando deve essere tradotta: l’aderenza interiore della stessa non consente spesso di renderla facilmente traducibile nella parola, scritta o parlata che sia. Inoltre, in questo caso specifico, con il divario tra l’africano e l’inglese non si possono spesso che ricavare approssimazioni in alcuni casi, nonostante l’avanzata tecnica linguistica odierna, che ci regala traduzioni sempre più precise e fedeli allo spirito dei versi in analisi.

Leggendo l’introduzione del libro, questo è sembrato un problema quasi insormontabile per l’epoca ma, andando avanti nella lettura, ho potuto solo godere della magia della poesia che mi si poneva davanti, le cui tematiche sono veramente molto varie anche se comuni ad ogni area geografica: l’ambiente e gli elementi naturali, ricorrenti data la meraviglia degli stessi, sono i padroni e filo conduttore di ogni singola zona, autore, verso. Del resto, fu il premio Nobel Albert Schweitzer stesso, che passò cinquant’anni nel Gabon portando avanti la sua vita di medico e filantropo, a dichiarare quanto fosse immensa la ricchezza interiore di questi “figli dell’ambiente, della natura”, grazie alla ricchezza della stessa. Dichiarò inoltre che la personalità del popolo africano non si evince da dichiarazioni scientifiche ma solo osservandone, con intelligenza attenta e partecipe, la spontaneità delle manifestazioni, soprattutto se si parla di cerchie che vivono secondo dettami ancestrali. In questo caso, alla poesia decantata in modo orale dobbiamo aggiungere due importanti elementi: il tamburo che le dona il ritmo e la danza che ne completa la sacralità.

Elementi ricorrenti nei “rituali poetici” sono la magia, la religiosità e la dedizione ad un dio per niente come quello cristiano ma incarnato dalla giustizia, l’immaginazione, le tradizioni epiche e tribali, la superstizione, il culto dei morti e della dimensione spirituale, per quanto riguarda le zone più o meno remote dell’Africa centrale, ma ritroviamo un gusto più cosmopolita e moderno nelle zone del sud e del nord, grazie al grande impatto diretto con la cultura occidentale. Solo nel caso specifico del Sudafrica troviamo una diversa situazione nella poesia contemporanea; non dobbiamo ignorare infatti la questione dell’Apartheid, e possiamo citare oggi autori post- apartheid fautori del movimento “spoken worlds” (nato nei centri urbani più sviluppati per dar voce all’ideologia), quello della poesia parlata, performance artistica che include danza e canto ed è incentrata su tematiche come la rivolta, l’AIDS, le guerre civili, la povertà.

I poeti di lingua anglofona, in generale, non subirono la stessa sorte di quelli di lingua francofona: questi ultimi avevano subito il fenomeno della Négritude, data dalla sensazione di doppio esilio dalla propria terra e le loro tradizioni a causa dell’assimilazione della cultura francese e sfociante in un nuovo concetto di rivolta in opposizione alla perdita dei propri valori culturali, riscoprendo i valori tradizionali. Gli autori delle ex colonie inglesi invece modellarono la loro arte sulle tracce degli inni imparati nella Missione, pur mantenendosi ancorati alla tradizione africana mai del tutto penetrata da quella coloniale. Nel fenomeno dell’apartheid lo scrittore africano non era esiliato ma escluso, ritrovandosi in una situazione simile ai deportati in America o gli abitanti dell’Africa tropicale. In questo contesto, i versi assumono la forma di un condotto di aerazione dove non si soffoca più a causa dell’ingombrante presenza dell’”uomo bianco” e ne vien fuori una poesia esasperata, una preghiera di ringraziamento per il proprio colore, come in questi versi di Bloke Modisane, scrittore sudafricano scomparso circa trentatré anni fa:

God Glad I’m black Pirch-forking devil black; black, black, black; black absolute of life complete.
(Dio/ ti ringrazio di essere nero/ nero come un diavolo che rimesta la pece/ nero, nero, nero/assolutamente nero per tutta la vita.)

Per quanto riguarda l’Africa occidentale, troviamo un nutritissimo nucleo di poeti nigeriani che, tra tutti, sono i più numerosi. Le tematiche principali mostrano la purezza delle emozioni ed esperienze introspettive, oltre che la libertà dalle influenze dello “straniero”. La cultura africana viene, per la purezza e la semplicità della vita, considerata quasi superiore a quella europea, dedita alle cose terrene e materiali. L’autore Dennis Osedebay è considerato l’iniziatore della poesia afro occidentale; nigeriano (e considerato dunque anche iniziatore della poesia contemporanea del suo paese) raccoglie le sue liriche in African Sings nel 1952. Cantastorie in rivolta (emblematica per questo la poesia i guai dell’uomo nero), mostra nei suoi versi l’adeguamento del linguaggio alle deformazioni fonetiche e strutturali dell’inglese parlato dagli indigeni. Accodati a lui troviamo autori come Odebaye Babalola, laureato a Cambridge, il primo ad affrontare il compito di ricreare canti yoruba in inglese, introducendo inoltre nelle sue poesie la vanità e le debolezze dell’uomo del suo paese e del suo colore; Gabriele Okara, nigeriano come i precedenti, fu dal 1953 un politico. La sua è una scrittura assolutamente introspettiva, dove il peso della sua perpetuata frustrazione mai vinta si evince da ogni singolo verso , corredato di elementi puramente africani, come la danza tribale e la natura selvaggia preda del mare, della neve, delle tribù e dei rituali; Christopher Okigbo, della Nigeria anch’esso, raccolse le sue poesie in Heavensgate, ricco di sentimenti eterei descritti in modo ermetico, ricco di zone d’ombra rifuggendo ad una confessione totale della sua interiorità in favore di un modo di esprimersi basato su pura invenzione, mostrando la propria sincerità dando la voce al suo popolo, divenendo ministro e mediatore dei riti solenni, sfociando nel sublime con le sue liriche d’amore, tema ricorrente; Wole Soyinka fu uno dei più importanti drammaturghi contemporanei nigeriani, autore di alcuni dei più importanti drammi d’interesse, mostranti il gioco dei sentimenti, le debolezze umane e le illusioni che ne conseguono, le proprie esperienze romanzate. I suoi versi ricoprono le stesse tematiche.

Alla carrellata si aggiungono John Pepper Clark, americano d’adozione, uno dei più importanti esponenti contemporanei, il più noto della nuova generazione, che nei suoi versi si rifà ai canti tribali ispirandosi ai sentimenti collettivi più profondi; Mac Akpoyoware, celebrante la natura e l’animismo; Minji Karibo, la prima donna della lista, prima a pubblicare sulla rivista The Horn, acuta osservatrice, evolutrice del linguaggio basato su iterazioni caratteristiche della poesia tradizionale, basato sull’uso frequente dell’allitterazione; Akuak Lakuak, ballerina e scrittrice, nella quale opera si rilevano accenti romantici derivati dalle sue influenze occidentali; Rapahel G. Armattoe, il primo ghanese, che fu uno degli africani più colti dei tempi nuovi, autore di Between the forest and the sea (1951) e Deep down the Blackman’s mind (1953), nei suoi testi raramente si rifà alla tradizione, poiché mostra più che mai l’influenza della lingua inglese. Nei suoi testi racconta del cambiamento del suo paese e della sua gente, utilizzando un tipo di linguaggio che mette in intimo contatto il lettore con il poeta, che condivide con il primo la parte più umanamente incline all’ansia, alla paura, alle debolezze. Il progresso si fa fulcro della speranza implicita nei suoi versi, al centro del ritratto della qualità del tempo in cui vive.

Il poeta di Cape Coast Kwezi Brew , dapprima scrittore poi ambasciatore nel Libano, lascia trasparire nei suoi scritti una voluto dualismo: dapprima si mostra un uomo moderno vivente l’attualità, poi come un uomo legato alle tradizioni animiste e riconduce tutto ad un’astratta forza spiritica che anima la vita.

A chiudere questo excursus sul meraviglioso mondo della poesia africana ci pensa la parte occidentale del continente, le quali opere sono più dedicate alla parte spirituale ed antica, tradizionalista, del territorio. Tra i vari volti che hanno dipinto questa parte d’Africa, Rebeka Njaw è quella che maggiormente ha attirato la mia attenzione: appartenente alla tribù kikuyu (tribù kenyota del gruppo Bantu) ha compiuto i suoi studi all’università di Makerere, in Uganda, per poi sposarsi ad un pittore della Tanzania. I suoi versi sono incentrati con velata tristezza sull’osservazione delle donne del suo villaggio, della loro vita dallo scorrimento monotono e del loro spossante lavoro, con una sorta di ritratto oscuro di una realtà dove la donna è sottomessa ma può evolversi e far sentire la propria voce. Insomma, girl power allo stato puro!

Un’altra importante scrittrice ugandese è Amar Lakwe, dalla voce serena e genuinamente africana. Scrittrice di prosa più che di versi, in Love dreams e The burning Savanah esprime tutto l’amore per l’ambiente selvaggio, la savana, gli animali, attraverso gli occhi dell’africano dedito alla pastorizia, ma anche il silenzio della notte e le sue relative stelle che pare sappiano guidare gli animi degli abitanti della sua terra. Gli immensi spazi descritti fanno da sfondo anche in The crowned Crane, che lanciano un messaggio di speranza e riscossa. Entriamo più nell’intimo umano con la scrittrice ugandese Katherine Saria, che impregna i componimenti dedicati alla sua terra con il dramma della paura della sterilità, i sentimenti malinconici visti da un punto di vista tutto femminile, cercando di far partecipare il lettore ai suoi drammi più intimi. David Rubadiri, originario del Malawi, per la sua attività poetica fu arrestato ed incarcerato, poiché fu uno dei pionieri della rivolta del suo stesso paese. Nelle sue liriche reinventa i sentimenti dei bambini verso i fenomeni naturali e la vita nel villaggio. Lily Aciang, ugandese della tribù nilotica Acioli (nota per le sue danze tipiche) creò un tipo di canto spontaneo il più delle volte in lingua indigena, collegando il potere della poesia a quello della danza, occupandosi però anche di descrivere la propria vita personale (nell’opera Tanga, infatti, mostra il dramma familiare della morte del fratello attraverso i suoi occhi). A concludere il tutto, l’ autore Joseph Mutiga, che si occupò di descrivere come la vita del suo tempo soffocasse il mondo tribale e la bellezza dello stesso.

Si possono aggiungere mille cose alla piccola parentesi del Sudafrica aperta in precedenza, toccando le note dolenti dell’esilio, della persecuzione razziale, della sofferenza di una nuova deportazione e degli ingenti danni del razzismo, ma si andranno a descrivere i volti più significativi, coloro che nonostante ostacoli e l’essere banditi dalla propria terra hanno continuato a contribuire con l’arte all’arricchimento della cultura del proprio continente, partendo da Ezekiel Mphahlele, insegnante a cui fu proibito di insegnare nel suo paese per le suddette questioni politiche che colpirono come mannaia il territorio. Nella sua opera il tema ricorrente è la convinzione dello sviluppo del suo territorio in una condizione di superamento del razzismo, al culmine nella sua lirica The immigrant. A. C. Jordan fu esule a Filadelfia fino alla sua morte, sopraggiunta nel 1968; oltre ad essere un traduttore di lingue indigene, si occupò di scrivere in vernacolo e traduzione dei suoi scritti in inglese.L’opera poetica di Bloke Modisane, esule in Inghilterra, s’ispira alla condizione del perseguitato, isolato e incapace a causa delle barriere di poter comunicare, poiché “ogni appello alla comprensione si perde nel silenzio che lo circonda” (L. Sbicego). Infine, Oeter Abraham, nativo del ghetto di Johannesburg, presenta nei suoi romanzi e nei suoi versi gli africani in lotta contro l’apartheid dotati di mancanza di senso di inferiorità, capaci di affermarsi nella società razzista.

Questo lunghissimo elenco di autori può informare voi lettori su cosa andare a cercare per avvicinarvi alla bellezza dei versi d’Africa, ma la realtà è che niente, potrà sostituire un buon libro pieno di versi che hanno il puro sapore del continente. Dunque, io vi consiglio un buon calice di vino, una sera stellata e tanti sospiri da rilasciare durante la lettura.

Qui vi lascio un paio di poesie di Okara, il lingua originale… Tra tutte, le sue mi hanno particolarmente fatto viaggiare.

Auguro buon viaggio anche a voi!

The storks are coming now white specks in the silent sky. They had gone north seeking fairer climes to build their homes when here was raining. They are back with me now spirits of the wind, beyond the gods’ confining hands they go north and west and east, instinct guiding. But willed by the gods I’m sitting on this rock watching them come and go from sunrise to sundown, with the spirit urging within. And urging, a red pool stirs, and each ripple is the instinct’s vital call, a desire in a million cells confined. O God of the gods and me, shall I not heed this prayer-bell call, the noon angelus, because my stork is caged in singed hair and dark skin?

(Spirit of the Wind - Gabriel Okara)


The mystic drum in my inside and fishes danced in the rivers and men and women danced on land to the rhythm of my drum. But standing behind a tree with leaves around her waist she only smiled with a shake of her head. Still my drum continued to beat, rippling the air with quickened tempo compelling the quick and the dead to dance and sing with their shadows - But standing behind a tree with leaves around her waist she only smiled with a shake of her head. Then the drum beat with the rhythm of the things of the ground and invoked the eye of the sky the sun and the moon and the river gods - and the trees bean to dance, the fishes turned men and men turned fishes and things stopped to grow - But standing behind a tree with leaves around her waist she only smiled with a shake of her head. And then the mystic drum in my inside stopped to beat - and men became men, fishes became fishes and trees, the sun and the moon found their places, and the dead went to the ground and things began to grow. And behind the tree she stood with roots sprouting from her feet and leaves growing on her head and smoke issuing from her nose and her lips parted in her smile turned cavity belching darkness. Then, then I packed my mystic drum and turned away; never to beat so loud any more.

(The mystic drum - Gabriel Okara)

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