• Rebecca Di Schino

L’amore Romantico. L’amore dei Romantici.

Aggiornato il: 8 apr 2020



Ero all’università, il penultimo anno, quando mi innamorai di Keats. Dovevamo scegliere le materie opzionali da seguire e io volli frequentare Letteratura inglese, tanto per non smentirmi! Non sapevo che programma la prof. avesse scelto, ma conoscevo il suo metodo e mi sono fidata, andando abbastanza alla cieca alla mia prima lezione. Lei entra, saluta tutta la platea di duecento studenti pronti per seguirla quel semestre con il sorriso solito che portava a ogni lezione e ci espone il programma: dal 1701 al 1901, due secoli di storia e uno tra i più folti gruppi di autori che il Regno Unito abbia mai avuto. Avremmo trattato il Romanticismo e tutto quello che ne derivava.

Non sono mai stata una fan della poesia. Ho sempre preferito un bel romanzo, anche molto lungo, a pochi versi. Forse perché mi piacciono le cose dette in modo più chiaro, senza ricamarci eccessivamente sopra, visto che già lo faccio di mio da quando mi sveglio a quando vado a dormire. Sapere che avremmo studiato un gruppo di poeti non mi ha, quindi, entusiasmato molto. Ma, ripeto, mi fidavo della prof. e da brava secchiona non ho perso nemmeno una lezione. Ed ecco che, così, iniziai ad apprezzare sul serio Blake; ecco che mi avvicinai per la prima volta, come non mai, a Byron; ecco che scoprii la consistenza eterea dei versi di Shelley. Ecco, che mi innamorai di Keats.


Non ho intenzione di entrare nel dettaglio stile manuale scolastico, non mi interessa parlare delle tre scuole di cui facevano parte i membri portanti del Romanticismo di prima e seconda generazione. Ciò che mi interessa, nella settimana dell’amore è far innamorare anche voi di loro. Voglio parlare d’amore, in questo articolo, del loro amore. Anzi, meglio, del loro amore Romantico.

Sembra che, nella vita, se non ti è capitato qualcosa di particolarmente drammatico e triste, tu non possa prendere in mano una penna e mettere nero su bianco le tue pene. Come se ti facessero un esame, con una commissione che ti chiedesse: “Ma quindi ha ancora entrambi i genitori? Ah, quindi non fa uso e abuso di oppio? Capisco… Be’ mi dica almeno che la donna che ama non se la fila. Uhm, ok, le faremo sapere!”. Quindi, per evitare di essere rimandati a settembre o di non passare il colloquio, ognuno dei protagonisti ha pensato bene di gettarsi in vite spericolate fatte di degrado, eccessi, droghe, crisi economiche, rapporti conflittuali con la famiglia, amori non corrisposti o troppo corrisposti ma in qualche modo ostacolati, lasciando ai posteri tra le più struggenti opere liriche che si siano mai scritte.


Prendiamo Blake, tanto per cominciare. Era un pazzo, o meglio, un uomo che aveva fatto della follia il suo stile di vita, sapendo che interpretando la parte dell’outsider avrebbe potuto esprimere i suoi pensieri senza essere censurato (Shakespeare questa cosa l’aveva capita talmente bene che aveva inserito il celebre fool in molti suoi drammi, quindi Blake, mi dispiace, ma niente di nuovo sotto il sole). Certo, va detto che aveva il vizio di polemizzare un tantinello sul governo, o la religione, o le strutture sociali inadeguate, ma quando dormi poco perché scrivi e nel frattempo dipingi, incidi, disegni e ti dedichi all’arte in tutte le sue forme forse un po’ folle ci sei davvero. Blake è conosciuto per lo più per la racconta delle Songs of Innocence and Experience, in cui spiccano la sua celebre Tiger e, soprattutto, una stupenda descrizione della capitale inglese racchiusa tra i versi di London. Non tanto famosa, più che altro perché difficilmente la si studia a scuola, è questa composizione sull’amore sfuggente, quasi non corrisposto, di una veridicità e leggerezza micidiali: Never seek to tell thy love.

Non cercare mai di dire al tuo amore amore che mai non si può dire; perché il vento gentile si muove silenzioso, invisibile. Ho detto il mio amore, ho detto il mio amore, le ho detto tutto il mio cuore; tremante, gelido, in terribili paure ah, se ne va via. Non appena se ne fu andata da me uno straniero passò per caso; silenzioso, invisibile oh, non ci fu rifiuto.

(Testo originale:

Never seek to tell thy love Love that never told can be For the gentle wind does move Silently invisibly

I told my love I told my love I told her all my heart Trembling cold in ghastly fears Ah she doth depart

Soon as she was gone from me A traveller came by Silently invisibly O was no deny.)


Blake, tuttavia, non è ancora la vera fase romantica, quella che emergerà con le Lyrical Ballads di Coleridge ed esploderà con la triade del sublime: Byron, Shelley, Keats. Questi ultimi, la seconda generazione, porteranno la poesia inglese di metà Ottocento a dei livelli celestiali.


Lord Byron, piede caprino, celebre dongiovanni, ebbe relazioni con molte donne tra cui sua sorella e la sorella di Mary Shelley, la quale restò incinta del poeta. Dedito alla bella vita, al libertinaggio e all’arte scrittoria, vantava una produzione artistica decisamente variegata, ma una delle poesie più belle, a mio parere, resta questa When we two parted:

Quando ci separammo In lacrime e in silenzio, Coi nostri cuori infranti, Per anni abbandonandoci, La tua guancia divenne fredda e pallida; Piú gelido il tuo bacio; In verità quell’ora ci predisse Di questa il gran dolore!
La rugiada del mattino Fredda mi si posò sul ciglio; Mi apparve come il segno Di ciò che provo ora. Ogni tuo giuramento s’è spezzato, La tua reputazione è fragile: Pronunciano il tuo nome Enumerandone tutte le vergogne.
Avanti a me pronunciano il tuo nome, Come un rintocco funebre ai miei orecchi; E mi percorre un fremito — Perché tu mi fosti ’sí cara? Essi non sanno che un tempo ti conobbi, Che ti conobbi bene: A lungo, a lungo ti dovrò rimproverare,
Ed è troppo difficile parlarti. Segretamente noi ci incontravamo: Ora in silenzio mi affliggo Che il tuo cuore abbia già dimenticato, Che il tuo spirito m’abbia ormai ingannato. Se io ti dovessi incontrare Dopo un lungo periodo di anni, Come potrei donarti il mio saluto? — Con silenzio e lacrime.

(Testo originale:

When we two parted In silence and tears, Half broken-hearted To sever for years, Pale grew thy cheek and cold, Colder thy kiss; Truly that hour foretold Sorrow to this.

The dew of the morning Sunk chill on my brow-- It felt like the warning Of what I feel now. Thy vows are all broken, And light is thy fame; I hear thy name spoken, And share in its shame.

They name thee before me, A knell to mine ear; A shudder comes o'er me-- Why wert thou so dear? They know not I knew thee, Who knew thee too well-- Long, long shall I rue thee, Too deeply to tell.

In secret we met-- In silence I grieve, That thy heart could forget, Thy spirit deceive. If I should meet thee After long years, How should I greet thee?-- With silence and tears.)


Percy Shelley, oltre ad essere stato l’unico vero amore di Mary, dalla quale ebbe anche dei figlii, è stato anche l’incarnazione dell’uomo che si distrugge lentamente, marcendo e degradandosi in corpo e in anima, perdendo il contatto con la realtà, la famiglia, la sua arte e la vita stessa. Era un uomo profondamente insoddisfatto ma anche squisitamente geniale, una di quelle personalità vissute troppo poco ma così intensamente da lasciare nella letteratura una voragine profonda tanto quanto lo sarebbe stata se fosse morto a novant’anni. Incontra Mary a una lettura privata dei suoi testi, nella casa del tutore che aveva preso la ragazza con sé, e mi piace pensare che sia stata una di quelle poesie a far scattare il rapporto disturbato e profondo che si creò tra i due. Alla moglie, alla quale, si può dire, fece passare le pene dell’inferno tra sperperi di denaro, abuso di laudano e assenze protratte per mesi, scrisse una richiesta di perdono in rima, ma il massimo dell’espressione romantica la raggiunge con questo breve capolavoro intitolato Amor Aeternus:

Ricchezze e signorie scompaiono nella massa del grande mare del giusto e dell’ingiusto umano, quando è la volta che il nostro possesso scada; ma l’amore, anche se maldiretto, è tra quelle cose che sono immortali, e sorpassano tutta quella fragile materia che saremo, o siamo stati.

(Testo originale:

Wealth and dominion fade into the mass Of the great sea of human right and wrong, When once from our possession they must pass; But love, though misdirected, is among The things which are immortal, and surpass All that frail stuff which will be--or which was.)


E se aveva ragione Shelley e l’amore è davvero eterno, allora con le lettere che scrisse a Fanny Brown Keats resterà davvero imperituro. Mi sono innamorata di lui, come ho già detto, attraverso una poesia che probabilmente prima di me ha fatto innamorare incondizionatamente di questo giovane poeta generazioni di lettori. John Keats ha alle spalle una storia travagliata, una situazione familiare non del tutto favorevole viste le morti e gli abbandoni dei membri portanti della sua cerchia sin dall’adolescenza. A quattordici anni si appassiona alla letteratura e diciannove inizia a produrre le sue prime poesie, non apprezzate all’epoca come spesso accade ai grandi incompresi che raggiungono l’immortalità col tempo. Innamoratosi della giovane Fanny e ricambiato dalla ragazza sembra quasi che le critiche ricevute per la sua scrittura sarebbero stati i travagli peggiori che potessero capitargli. Aveva il cuore della giovane, la promessa di un matrimonio felice, una prospera vita ricca di amore e di scrittura. Ma così come la “maledizione dei 27 anni” ha colpito molte star della musica nell’ultimo secolo, allo stesso modo la maledizione dei Romantici non prevede per loro un lieto fine. Si ammala, poco dopo il fidanzamento, di tubercolosi. Chiede a Fanny di lasciarlo, non potendo sopportare di vederla soffrire per lui che non potrà mai darle il futuro che merita. Muore a soli ventisei anni, lasciando dietro di sé un corpus di opere che spaziano dai sonetti alle odi, dai poemetti a prove di testi teatrali, fino a raccolte di scritti non del tutto complete. Oltre all'insieme di lettere inviate all’unica donna della sua vita, a Fanny dedica un sonetto, anzi IL sonetto, che lo consacra, a mio parere, sulla vetta dell’adorazione, Bright Star:

Stella lucente, foss’io come te costante – Ma non in solitario splendore sospesa sull’altura Della notte a osservare, con le tue eterne luci accese, Quasi paziente, insonne eremita della natura, Le acque mobili nel loro sacro dovere Di pure abluzioni per le spiagge umane, O a contemplare le nuove, dolcemente scese, maschere Di neve sulle montagne e sulle brughiere – No – costante sempre, mai mutevole, vorrei risiedere Sempre sul guanciale del seno dell’amore Mio, per sentirlo sempre pulsare cedevole, Per sempre sveglio in dolce inquietudine, Per sempre, sempre udire il suo respiro tenue E così vivere in eterno – o venir meno nella morte.

(Testo originale:

Bright star, would I were stedfast as thou art— Not in lone splendour hung aloft the night And watching, with eternal lids apart, Like nature's patient, sleepless Eremite, The moving waters at their priestlike task Of pure ablution round earth's human shores, Or gazing on the new soft-fallen mask Of snow upon the mountains and the moors— No—yet still stedfast, still unchangeable, Pillow'd upon my fair love's ripening breast, To feel for ever its soft fall and swell, Awake for ever in a sweet unrest, Still, still to hear her tender-taken breath, And so live ever—or else swoon to death.)

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