• Rebecca Di Schino

L’errore fatale del Dantedì

Aggiornato il: 8 apr 2020

Se l'ipocrisia supera la decenza.


Cuffia bianca e berretto rosso. Sguardo fiero, naso aquilino e corona d’alloro. Basta un profilo stilizzato e subito si riconosce. È stato definito in molti modi, il più enfatico forse è “il Sommo Poeta”. Le sue opere sono celebri in tutto il mondo, eppure una sola è quella più studiata, quella per cui davvero viene ricordato. Ma chi era Dante Alighieri? E perché, secondo me, non ha senso dedicargli il dantedì?

Lo studio della letteratura italiana segue sempre gli stessi schemi, nonostante gli avanzamenti di classe e di livelli scolastici. Spalmata su un ciclo di tre o cinque anni, la letteratura ha delle fasi imprescindibili che si ripetono e restano fedeli nel tempo. Tra le varie ripetizioni, quella che genera maggiore sconforto negli studenti, è la reiterazione dello studio della Divina Commedia. Vai avanti con gli anni ma la Commedia è sempre lì, sempre con lo stesso schema: Inferno in prima media, Purgatorio in seconda e Paradiso in terza. E poi, ancora, Inferno in terza liceo (o qualsiasi scuola superiore), Purgatorio in quarta e Paradiso in quinta. Forse è un lavaggio del cervello non dichiarato: terminare il percorso scolastico con la terza cantica per festeggiare la fine di tutto. Bah.

Resta il fatto, certo e conclamato, che studiare Dante perché “fa parte del programma scolastico” non solo è riduttivo e deprimente ma anche tremendamente mortificante per la sua figura. Ecco perché non ha senso per me dedicargli una giornata nazionale. Viste le motivazioni sarebbe stato meglio restare con la moneta da 2€.

Innanzi tutto perché proprio il 25 marzo? La scelta è stata effettuata dal Ministero della Cultura, sotto la guida di Dario Franceschini che ha proposto questa giornata come dedica al poeta (potete leggere l’articolo che ne parla qui). L’idea di consacrare un giorno all’Alighieri parte dal fatto che il prossimo anno saranno esattamente 7 secoli dalla sua morte, il che avrebbe reso, a mio parere, più coerente festeggiare il poeta o proprio nel giorno dell’anniversario della sua dipartita (il 13 o il 14 settembre, quindi), o come è stato scelto per lo Shakespeare’s Day, nel giorno della sua nascita (che tuttavia non è certa e ha una discrepanza di circa un mese, tra il 21 maggio e il 21 giugno). Anche per i meno attenti alle date, comunque, appare chiaro come il 25 marzo non si riferisca né all’una né all’altra ricorrenza. È, invece, l’ipotetico giorno in cui è stato calcolato l’inizio del cammino del Poeta nella “Selva oscura”.

Ed è qui che casca l’asino. Ed è qui che si riduce tutta la motivazione della mia ira funesta. Dante Alighieri non è la Commedia! Anzi, non è solo la Commedia. È la sua opera più completa, un vero trattato di filosofia, politica, astronomia e astrologia, religione, storia, letteratura e qualsiasi altra materia vi venga in mente, persino la matematica. Ha una delle strutture più chiare e complesse che sia mai stata concepita dal genere umano. Una divisione nella divisione, una precisione nella quantità di Cantiche, Canti, versi e rime da far diventare matti ed euforici allo stesso tempo. La ripetizione dei sesti canti come quelli dedicati alla politica: invettive contro Firenze, contro l’Italia e contro l’Impero. L’allargamento della visuale e il suo simultaneo ritorno all’introspezione: i peccati di tutti, il recupero di alcuni, la santificazione di pochi. Sulla Commedia sono stati scritti trattati di tutti i generi, chiose, commenti, studi, confronti. E non si parla solo degli ultimi due secoli, ma già a partire dal Boccaccio, l’uomo che con un unico aggettivo l’ha resa ancora più immortale: Divina.

Il dantedì, scelto il 25 marzo, non rende omaggio al Poeta per eccellenza, il primo vanto della nostra nazione. Si limita a far vedere quanto siamo bravi a ricordarci che l’autore ha incontrato le tre fiere prima di imbarcarsi nel viaggio della redenzione. Tutto molto bello, certo. Io stessa l’avrò letta e studiata in ogni salsa negli ultimi quindici anni, e posso dire con assoluta fierezza che, nonostante mi piaccia da impazzire, nonostante i temi, le parafrasi, i commenti, gli esami universitari, Dante per me rimane un mistero. Allora, con più calma, mi chiedo: che senso ha dedicare un giorno che non incorpora nulla di reale all’uomo che più di tutti rappresenta un’icona della nazione, un’icona di cui mai come in questo periodo abbiamo disperatamente bisogno?

Vorrei ricordare a coloro che hanno avuto la brillante idea di ideare il dantedì che il Poeta da celebrare nella giornata di domani è quello che ha messo all’Inferno ben due papi, due non uno. Tra l’altro, uno dei due era non solo suo contemporaneo ma ancora in vita. Dante Alighieri, l’uomo più rancoroso del Trecento!

Vorrei ricordare che nei canti politici, Dante non ha una parola buona per nessuno. Amava Firenze, e Firenze l’ha tradito. Amava l’Italia, e l’Italia si è rivelata corrotta e ipocrita. Credeva nell’Impero, e l’Impero ha fatto crollare tutto quello che poteva fare di buono per il Paese. La Divina Commedia è l’opera della riscossa, il mezzo che un uomo, che usava le rime incatenate con la stessa scioltezza con cui molti personaggi di livello non sanno utilizzare i congiuntivi, ha sfruttato per far sentire la sua voce. Ha preferito la dignità e la coerenza e non si è piegato. Ha scelto di restare in esilio, lontano dalla città che amava disperatamente e che ha riconosciuto l’errore quando ormai era troppo tardi. La città dove si è innamorato, anche se ha sposato un’altra donna. La città che gli ha dato i natali, ma si è rifiutata di dargli anche il letto di morte.

A Dante non serve il 25 marzo. Non serve il dantedì. E nemmeno a noi. A noi serve che venga studiato davvero a scuola, che i ragazzi sappiano il perché della sua importanza. Nella triade medievale dei grandi autori (Dante-Petrarca-Boccaccio) si deve illustrare con esattezza perché è stato il più grande. Bisogna motivare il suo studio, esporre con chiarezza, agli studenti, agli intellettuali, ai politici, alla gente, quanto era avanti nel pensiero rispetto all’età in cui ha vissuto.

Padre dello Stilnovo ha scritto un libello metà in prosa metà in poesia, la Vita Nova, in cui è contenuta la grazia del suo scrivere. In una sorta di diario ante litteram egli racconta i suoi amori, la sua vita, i suoi incontri, la sua Beatrice. Leggere la Vita Nova aiuta a capire la Commedia, spiega molto del suo personaggio, dei suoi pensieri.

A cavallo della scrittura della Commedia, inoltre, redige il De vulgari eloquentia, un trattato in latino sull’importanza del volgare, le diverse sfumature della lingua del popolo, dal toscano al siciliano: senza questo non si comprende perché abbia scritto la Commedia stessa in volgare.

E ancora il Convivio, perché lui sa quanto tempo occorra per decidere di dedicare la propria vita interamente alla conoscenza, e non dimentica chi quel tempo non può impiegarlo nello studio. Presenta ai meno fortunati un “banchetto” di sapienza per coloro che nonostante l’animo gentile hanno dovuto destinare la propria vita alla famiglia o ad altri impieghi. Ecco quanto è grande Dante.

E poi le Rime, le Epistole, il De Monarchia e tutti gli altri scritti che creano un quadro completo di quanto era vasta la sua cultura, la sua intelligenza, il suo rapporto con la società e il sapere.

Il dantedì non serve se non si sa chi era Dante, se non se ne dà la giusta importanza a scuola. Se studiare la Commedia diventa un riempitivo del programma scolastico, una “rottura” per gli studenti, un obbligo e non un modo per comprendere la storia oltre che il cammino che hanno fatto di pari passo la lingua e la letteratura dal Medioevo a oggi, allora non ha senso scegliere un giorno quasi a caso e affermare che sta festeggiando il primo poeta della nostra storia. Arrivati nel 2020 dovremmo aver imparato che nulla è più utile della storia. Siamo il frutto di ciò che siamo stati. Siamo la nazione che ha prosperato per secoli come culla di sapere e cultura, esportando oltre confini quella conoscenza che per noi era pane quotidiano. Dante è stato il primo di una lunga serie di intellettuali che hanno dedicato la propria esistenza per gettare le fondamenta del nostro sapere non soltanto a livello letterario, come se già solo questo non bastasse. Dante ha espresso opinioni su tutto, con le conoscenze del suo tempo certo, con meno storia di noi alle spalle, ovviamente. Ma l’ha fatto consapevole che tutto quello che avrebbe mai prodotto in vita sarebbe arrivato ai posteri dopo la sua morte. Be’, vi do una notizia: siamo noi i posteri.

Ecco perché va studiato a scuola, ecco perché è imprescindibile. Tutto quello che leggiamo deriva da persone che l’hanno applicato a modo loro. Le idee stesse che ci facciamo sul bene e sul male, sul giusto e sull’errato, partono inconsciamente e inevitabilmente da quello che abbiamo appreso tramite la lettura, anche superficiale, di Dante. Non c’è bambino che vada al catechismo e non immagini come potrebbe essere l’Inferno se fa il cattivo. Poi arriva a scuola, nella scuola dei grandi, e scopre che le sue idee non solo non erano troppo sbagliate, ma c’è stato un uomo, settecento anni prima di lui, che aveva le idee perfettamente chiare su cosa ci avrebbe aspettato dopo la morte. E sicuramente i protagonisti della Commedia non vanno oltre il 1321, ma è abbastanza semplice seguire il suo schema e inserirvi a piacere i “peccatori” attuali (uno dei miei passatempi, in verità).

Io non festeggerò il dantedì, né domani né negli anni a venire. Non lo festeggerò perché ho imparato, dai miei professori, dai miei studi e dalle mie letture, che Dante lo possiamo festeggiare sempre, anche solo scegliendo di comportarci in un modo piuttosto che in un altro nella vita di tutti i giorni, scegliendo di essere coerenti con noi stessi, con i nostri ideali, con le nostre aspettative verso gli altri. Il rispetto per la storia non passa attraverso il ricordo di una data fittizia e convenzionale comoda perché interna all’anno scolastico, ma attraverso quello che dimostriamo di aver imparato dalla storia stessa. La scelta del dantedì dimostra esattamente il contrario: siamo una massa di finti nostalgici che guardano all’apparenza e non alla sostanza, come al solito. Siamo dei truffatori e, per chi non lo sapesse, ci incontreremo tutti nelle Malebolge.

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