• Rebecca Di Schino

L'evoluzione del "C'era una volta"

Aggiornato il: 5 set 2020

Da La Volpe e l'Uva a Shrek: cosa è mutato nelle favole di ieri e di oggi.

Non si smette mai di essere bambini. Il passare degli anni e le esperienze vissute molto spesso non ci rendono veramente adulti, ma solo dei bimbi un po’ cresciuti che continuano a sperare che accada qualcosa. Il concetto stesso di speranza, legato a quello meraviglioso del miglioramento sono i due motivi cardine per cui l’uomo, a mio parere, si è evoluto. Vivere nella costante convinzione che domani sarà migliore, che accadrà qualcosa di bello in futuro e che bisogna solo avere speranza e migliorare giorno per giorno.

Altro concetto fantastico, secondo me, è quello di karma. Recuperato direttamente dagli insegnamenti filosofico-religiosi dell’Induismo, letteralmente insegna l’importanza che ha “il frutto delle azioni compiute da ogni vivente, in quanto determina una diversa rinascita nella gerarchia degli esseri e un diverso destino nel corso della susseguente vita”. In pratica: sarai nell’altra vita la conseguenza di quello che sei stato in questa, che per i profani non induisti vuol dire pressappoco che usiamo la parola karma per descrivere la Terza legge della dinamica (ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria).

Come si lega questo sproloquio su induismo e fisica in un articolo sulle favole è presto detto. L’elemento comune di ognuno di questi concetti, e del quale non si può prescindere nemmeno quando parliamo di speranza e miglioramento, è la morale. La morale personale, certo, ma anche la morale come significato nascosto, l’insegnamento che un determinato racconto vuole imprimerci e al quale dobbiamo arrivare da soli.

Occorre compiere una precisazione: fiaba e favola, per quanto spesso utilizzati come sinonimi (impropriamente) intendono due diversi generi di composizioni. La favola è un breve componimento in prosa o versi i cui protagonisti sono animali antropomorfizzati e che cela, appunto, una morale nascosta tra le azioni compiute dai protagonisti. La fiaba, invece, è per lo più un racconto di lunghezza media tratto dalla tradizione popolare e prevede la presenza di personaggi fantastici come fate, orchi, maghi e via discorrendo.


La presenza in letteratura occidentale delle favole si deve ai due grandi esponenti del genere: il latino Fedro (I secolo d.C.) e il greco Esopo (più anzianotto, vissuto tra il VII e il VI secolo a.C.). Di queste due pietre miliari dei racconti sono giunte fino a noi le storie con le quali siamo tutti cresciuti e che sono diventate vere e proprie metafore di comportamenti e atteggiamenti da evitare o prendere ad esempio. Tanto per citarne qualcuna, dalla fantasia di Fedro abbiamo ottenuto Il Lupo e l’Agnello, La Rana e il Bue, Il Lupo e il Cane, per un totale di più di 102 componimenti. Stesso discorso vale per Esopo, autore della più celebre tra tutte quelle giunte sino a noi, La Volpe e l’Uva, nonché della storia che ha perseguitato generazioni di fanciulli che avrebbero solo voluto divertirsi in tranquillità e invece sono stati traumatizzati da La Cicala e la Formica. Ognuna di queste favole insegna a bambini e adulti l’importanza della fiducia, del duro lavoro, dell’ingenuità e dell'arroganza e mette in mostra sentimenti come l’invidia, la collera, il tradimento, l’amicizia, ecc. Un mondo semplice ma realistico, in cui l’utilizzo di animali come protagonisti rendeva l’esposizione al pubblico di concetti anche complessi più assimilabile e meno traumatica. Ma non è stato sempre tutto rose e fiori.


In una società, o meglio civiltà, in continuo mutamento, l’uomo ha iniziato a vivere e superare periodi molto delicati, guerre, carestie, malattie, ma anche scoperte scientifiche, mutamenti del proprio rapporto con la natura, l’idea di dover dominare l’ambiente invece di conviverci. Siamo diventati più cinici, passando a un’età adulta in cui il legame con quello che ci teneva bambini si è andato via via spezzando. La vita è dura e i fratelli Grimm ce l’hanno messa tutta per farcelo capire. In un salto temporale che ci catapulta nella Germania di fine Settecento, due fratelli, Jacob e Wilhem, hanno pensato bene di raccontare ai bambini di ogni epoca quanto la vita facesse schifo. E non l’hanno fatto con mezze misure, certo che no: dall’alto dell’allegria tipica del popolo sassone, depresso per via del clima perché altrimenti non si spiega, i Grimm Brothers hanno prodotto le più atroci versioni di racconti che a noi sono giunti, molto dopo, in una forma decisamente più edulcorata. Tanto per dire, nella raccolta delle Fiabe del focolare (1812-1822) la canterina Cenerentola, plagiata dalle sorellastre e dalla matrigna, costretta a fare da schiava in casa propria, non era abbastanza atroce come racconto, per cui le sorelle cattive, durante la prova della scarpetta che avrebbe determinato la futura sposa del principe, decidono di segarsi parti dei piedi (alluce e talloni) pur di riuscire a calzare una scarpa che, a quanto pare, non era nemmeno di cristallo ma di castoro (errore di traduzione che definisce l’ironia della situazione: nessuna sana di mente si sarebbe mutilata un piede per una scarpa di castoro!). Se Cenerentola non vi basta, ecco i due baby assassini Hänsel e Gretel. La versione originale della storia prevedeva che la strega fosse una stupenda donna che aveva avuto l’ardire di rubare i clienti ai due ragazzi pasticceri. I fratelli prima la fanno accusare di stregoneria, poi, una volta assolta, progettano il suo omicidio per toglierla dalla piazza. Mancando la morale educativa i Grimm fanno un paio di modifiche qua e là e giustificano il finale alla Tarantino descrivendo la strega come una vecchia megera mangia-bambini e i due fratelli come piccoli orfanelli che si trovano a voler solo tornare a casa: da omicidio premeditato a legittima difesa il passo è stato breve! L’apoteosi del macabro si raggiunge, tuttavia, con l’unica e sola Cappuccetto rosso. Anche qui i riferimenti sono due e le versioni più conosciute sono quelle di Perrault e dei Grimm. Questi ultimi offrono una variante da brivido che continuano a modificare anche negli anni successivi, ma il finale in cui il lupo finisce malissimo resta sempre presente, anche se le morti sono un po’ differenziate. In una prima versione, infatti, il lupo viene ucciso da un cacciatore che voleva la sua pelliccia, salvando in questo modo bambina e nonnina. Un rimaneggiamento vede poi il lupo bollito in un pentolone messo sotto il camino da cui l’animale cade tentando di entrare in casa. Infine, il cacciatore diventa taglialegna e in una sequenza super splatter l’animale viene fatto a pezzi per poter salvare le due protagoniste.

La crudezza dei racconti dei Grimm presupponeva una visione anche troppo realistica dei sentimenti umani, con una celebrazione delle buone intenzioni messe a dura prova dalla società corrotta e traditrice che non prevede uccellini canterini e topini sarti, ma anzi fa luce su come sia difficile seguire la strada della bontà d’animo quando si deve continuamente cercare di salvarsi l’anima.


Andersen, in maniera diversa dai Grimm, scrive le sue storie sottolineando la società sua contemporanea e mettendo in mostra le situazioni più tristi che, tuttavia, facevano parte di quel mondo che fingeva di non vedere. Del danese ci sono arrivate tra le più toccanti storie della nostra infanzia, lasciando che i ragazzi empatizzassero, forse davvero per la prima volta, con i personaggi descritti. La piccola fiammiferaia, la bambina che muore da sola, sperando di rincontrare la nonna, in una fredda strada, sotto gli occhi di quei concittadini per i quali lei era del tutto invisibile. La regina delle nevi, la strega dal cuore di ghiaccio che si trova a rubare il cuore di un giovanotto e deve fare i conti con la potenza e il calore del vero e puro amore. Per non trascurare La Sirenetta, rinnegare sé stessi per un bene superiore, Il brutto anatroccolo e la tragedia delle prime impressioni, I vestiti nuovi dell’Imperatore e l’inganno di un uomo ingenuo che si fida e viene umiliato. Si tratta di argomenti molto più profondi del solito, legati tra loro dalla presenza di personaggi in cui era facile, all’epoca e anche adesso, immedesimarsi. Sentimenti che vengono descritti e con i quali ognuno di noi, almeno una volta, ha provato a convivere.


La patinatura che ne dà Disney, circa un secolo dopo, è il risultato di una modificazione della visione della realtà. I primi approcci ai racconti disneyani sono datati a cavallo delle due guerre mondiali, un clima di profonda tensione e sfiducia verso il prossimo. La ricerca di una visione della realtà più dolce, il costante arrancare verso un lieto fine, nonostante le peripezie e le difficoltà, avevano come scopo quello di dare speranza a una nuova generazione di bambini che stavano vedendo i propri genitori, fratelli, parenti morire. La trasposizione cinematografica rendeva l’impatto sul pubblico più immediato e con il tempo il successo di questo genere di fiaba portò all’egemonia indiscussa delle principesse. Una categoria esaminata in ogni singolo particolare, che è andata inesorabilmente mutando con il passare del tempo, attraversando i periodi storici che hanno visto il ruolo della donna modificarsi nella società. Da una Biancaneve salvata dal principe, si è passati a una Mulan guerriera, una Rapunzel che scappa dalla sua prigionia, una Tiana che non ha interesse a sposarsi, vuole solo aprire il suo ristorante in Louisiana, fino al grido femminista di Brave, in cui Merida combatte nel torneo per la sua stessa mano. Seguire la storia e adeguare le nuove “principesse” alle nuove generazioni è stato un tocco da maestro che, tuttavia, non ha eliminato del tutto lo stile disneyano ancora profondamente legato al lieto fine a tutti i costi.


Un concetto che, per quanto ripreso anche dalla DreamWorks, è stato in qualche modo esorcizzato dalla scelta del ribaltamento dei ruoli. Shrek ha mandato all’aria le regole del gioco, ha puntato sull’ironia e l’accettazione di sé stessi, sul non cambiare per nessuno perché il vero amore (che poi è lì che si va a parare) ti trova sempre a prescindere dall’aspetto. E, in questo contesto in cui non c’è un cavallo ma un mulo, in cui le principesse sono caricature di sé stesse e i personaggi delle fiabe diventano coprotagonisti, un orco sconfigge il Principe Azzurro e conquista la principessa.

Credo che Shrek sia, alla stregua del Brutto anatroccolo, una delle fiabe più educative in circolazione: in una società dominata dall’apparenza, dall’appartenenza a un gruppo che ti giudica per come sei e non per quello che secondo gli altri vali, la destrutturazione del canone è l’innovazione più trasgressiva che si possa compiere.

Siamo una civiltà in continua evoluzione e nel corso dei decenni abbiamo toccato con mano quanto ciò a cui davamo un tempo importanza ha perso potere lasciando spazio a tutt’altro. Le favole continueranno a seguire la scia dell’evoluzione, rinnovandosi e restando vicine a quelle che le hanno precedute, in un continuo sguardo al passato e al futuro che avrà come unico punto di contatto la speranza di un domani migliore.

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