L’ossessione di una vita da Grammarnazi



Lo so lo so, eh se lo so! Già le vedo le vostre facce, colte dai tipici segni di un infarto in corso. Un’immagine vale più di mille parole, dicono, e quella che ho scelto come copertina di questo mio articolo vale almeno un milione di parole pronunciate da un sorpreso cardiologo che non si spiega come mai ci siano stati tanti attacchi di cuore in un solo giorno. Credo che con l’avanzare dei secoli debba esserci stato un aggiornamento dei gironi infernali, immagino vi siano state effettuate delle aggiunte, degli extra cerchi o bolge in cui vengono colpiti all’infinito, ripetutamente, per l’eternità, coloro che commettono senza coscienza alcuna, senza margine di pentimento o in totale e consapevole disinteresse qualsiasi tipo di scempio contro la lingua italiana. Me li immagino lì, a correre, mentre dizionari, enciclopedie e testi di grammatica vengono scagliati su di loro con una violenza inaudita da diavoli travestiti da professori. Una scena sublime, quasi comica. Per poco non mi commuovo…

Eppure la certezza di una punizione ultraterrena, almeno per questo specifico crimine, non è che possiamo davvero averla. Non rimane che pregare per un intervento divino, o per la creazione di un antiacido più forte di quelli già in commercio, perché per ogni persona che ha strabuzzato gli occhi di fronte al “se avrei” in foto, ce ne sono moltissimi altri che non riconoscono il problema, l’errore, l’obbrobrio.


Ma facciamo un po’ di chiarezza. Essere fissati con la grammatica è tutt’altra cosa rispetto allo stare attenti a quel che si dice, cercando di fare meno errori possibile, in particolar modo mentre si sta parlando. Scrivere un testo o pronunciare un discorso sono due esperienze molto diverse. La prima, infatti, prevede, si spera, più controllo, magari per ovviare a eventuali errori di battitura, per essere sicuri che i verbi siano tutti al posto giusto, i tempi rispettati, la consecutio delle tematiche coerente. Nell’azione orale, al contrario, molto è lasciato all’emozione, alla tematica, alla platea che ci osserva, al voler essere impeccabili e rischiare di sbagliare proprio per la tendenza, spesso involontaria, all’ipercorrettismo.

Be’, il Grammarnazi non ragiona in questo modo. L’errore è errore, punto, senza possibilità di replica. È un’ulcera che sanguina a ogni sentore di congiuntivo mancato, una ferita su cui viene posto il sale tutte le volte che l’accento prende il posto dell’apostrofo o viceversa. Il Grammarnazi non perdona, non accetta che qualcuno non possa capire il suo disagio, le sue regole, che sono poi, a conti fatti, le regole dell’intera popolazione che condivide la sua lingua. Certo, perché a differenza di quel che è stato il Nazismo (da cui si riprende solo il rigore, ovviamente) – con tutti sotto un unico potere, un’unica bandiera, un unico ideale, raccapricciante e del tutto non condivisibile –, il “nazismo grammaticale” si divide per linguaggio. A ogni popolo la sua lingua e a ogni lingua la sua grammatica ma, soprattutto, a ogni grammatica le sue regole. La cultura costruisce un popolo, lo ha sempre fatto. È l’elemento cardine che nel corso di secoli di lotte, guerre per il potere, incomprensioni, colonizzazioni e conquiste, è riuscito a portare unità anche dove si pensava non ci fosse. Ed è un cardine che si manifesta in molteplici modi, con l’arte o il panorama musicale, la letteratura, il teatro e, sopra a tutti questi esempi, il collante che li unisce indissolubilmente: la lingua.

Oggi voglio farvi fare un breve viaggio in quelli che sono i crolli nervosi di un Grammarnazi, quegli errori da cui non si riprenderebbe nemmeno con una siringa di adrenalina sparata dritta nel cuore. La pelle si accappona, i capelli si drizzano, partono i tic all’occhio, le mani si serrano, la bocca diventa una fessura chiusa e stretta che, se dovesse aprirsi, non ce ne sarebbe più per nessuno. Una bomba a tempo che implode solo per poi esplodere e fare più danni di un terremoto. Del resto, ferisce più la lingua della spada.


Congiuntivi, questi sconosciuti!

Partiamo direttamente col botto, con colui il quale molti si accapigliano uscendone più che sconfitti, quasi lapidati a sangue. Eterno rivale di molti dei nostri illustri governanti, indipendentemente dalla fazione politica cui appartengono, il congiuntivo è quel modo verbale che, non si sa bene perché, si smette di assimilare già dalla terza elementare. L’italiano, del resto, è una persona piena di certezze, senza dubbio alcuno riguardo qualsia materia, conosciuta o meno. Questa condizione di sapienza intrinseca e assoluta genera il cosiddetto “collasso del congiuntivo”. Il minore dei mali, non a caso anche le grandi enciclopedie e l’Accademia della Crusca, per certi frangenti, hanno sdoganato la modifica di certe espressioni, il minore dei mali, dicevo, è l’utilizzo dell’imperfetto indicativo al posto del congiuntivo. Che poi, i brividi vengono lo stesso ma diciamo che sono giusto un attimino meno intensi del “se avrei” sopra citato. Ed ecco che, in rete per lo più, è tutto un tripudio di “se sapevo”, “se potevo”, “se facevi questo allora non succedeva quello”. Benché si tratti di espressioni genericamente accettate in contesti parlati, accade sempre più spesso di trovarsi di fronte a questi ibridi anche in testi scritti.

Il grande problema del non saper riconoscere la sostanziale differenza tra un congiuntivo e un condizionale, tuttavia, resta la principale fonte di ictus e attacchi di panico da parte di un comunissimo Grammarnazi.

Resta nei confini!

Possediamo come dono di nascita una delle più belle lingue al mondo. Un vocabolario ricchissimo di sinonimi, espressioni gergali, perifrasi, aggettivi, sostantivi precisissimi. E allora, mi chiedo, che bisogno c’è di fare i turisti della lingua? Eccoli lì, tutti pronti e sull’attenti, ad affermarsi come “project manager”, a occuparsi di “business”, “schedulare” un “meeting” per il “brainstorming”, preoccuparsi del “lockdown” che impone lo “shop online”, “uploadando” (che è una terrificante espressione atta a violentare ben due lingue in un colpo solo!) i nostri articoli di “lingerie” o le “sneakers” nel carrello. E potrei andare avanti per ore. Ma che problemi avete con le parole italiane? Dovrebbe venirvi in automatico parlare di incontri, organizzazioni, scambi di idee, acquisti, scarpe. Sono parole che fanno parte del nostro vocabolario da tutta la vita, e molti preferiscono recuperare termini oltremanica per darsi un tono. Ridimensioniamoci con i forestierismi, per favore.

“H” o non “H”.

Altro passo indietro fino alle scuole elementari. Compito del giorno: imparare la coniugazione dell’ausiliare “avere”. Ho-Hai-Ha, intesi come altri modi per esprimere il possedere qualcosa, pretendono l’“H” davanti la/le vocale/i. Differentemente, lasciamo quelle stesse vocali (in caso di “o” congiunzione, “a” preposizione semplice, “ai” preposizione articolata) libere di fluttuare nel testo come se avessero appena fatto richiesta di indipendenza. Un po’ di attenzione non ha mai ucciso nessuno.

Un accento non fa un apostrofo.

Questa la limitiamo ai due errori che personalmente mi mandano al manicomio: il “qual’è” (che mentre lo scrivo anche Word mi sta imbruttendo scuotendo la testa disgustato) e il “po”, o peggio, il “pò”.

Il troncamento della parola “quale” nella forma “qual” sussiste anche nel caso in cui non ci fosse il verbo essere a seguire (tipo “qual buon vento”): ergo, l’apostrofo non si mette, non serve, non è necessario, è un errore. Che fatica!

Con il “po’” la rabbia si duplica. Nel caso in cui manchi del tutto un segno grafico (quindi anche l’accento, così “po”), non stiamo né parlando del fiume Po, che andrebbe scritto ovviamente in maiuscolo, né di “poco”. È semplice manifestazione di pigrizia. In caso di accento, “pò”, allora la faccenda è più grave. Tutti oramai scrivono con una tastiera e chiunque sa che la “o” e la “ò” sono due tasti differenti nemmeno vicini tra loro. Questa non è più pigrizia, è deliberata barbarie.

Pensare che l’importante sia il concetto espresso e non la sua forma è da superficiali. Può scappare l’errore, può sfuggire il refuso, i revisori servono a quell’esatto scopo, ma la perseveranza in quello stesso errore non è più distrazione, è ignoranza.

I confusionari.

Anche qui abbiamo delle coppie, differenti in forma e sostanza eppure accomunate dal caos che genera la scelta di uno dei due elementi di ogni abbinamento.

“Gli” e “le”, maschile e femminile. Esempi pratici così magari entra meglio in testa.

“Ho incontrato Maria. Era molto carina così le ho fatto un complimento.”

“Voglio molto bene a Francesco, gli devo tutto!”

Spero sia chiaro! Capisco che siamo nel millennio del gender fluid (altri forestierismi, come se piovesse), ma ci sono alcune espressioni, alcune parole che sono per forza di cose corrispondenti a un determinato genere pre-assegnato. Tocca farci i conti.

Infine, colui il quale è diventato paladino dei radical, quelle due paroline che appena le metti affiancate generano più disastri di una bomba nucleare: il “piuttosto che”. Lo so che vi piace come espressione, che fafffigo usarla, ma il “piuttosto che” è sinonimo di “anziché” non di “oppure”. Usarla in una lista non vi rende più fffighi, vi rende solo irritanti. Utilizzate altre formule piuttosto che storpiare il “piuttosto che”!

Dopo questo articolo molti smetteranno di seguirmi, ma era necessario per me farlo, era importante che tutti capissero il dramma esistenziale che vive costantemente un Grammarnazi, perciò, per favore, abbiate compassione!

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