• Rebecca Di Schino

La costante attualità di "Moby Dick"


“Chiamatemi Ismaele”. Ci sono buone probabilità che sia, questo, uno degli incipit più celebri della storia della letteratura. Due parole, ed è subito leggenda.

Magari, in quel 1851, Melville nemmeno pensava di stare scrivendo e pubblicando un vero e proprio capolavoro senza tempo. La storia di un capitano al limite della follia e di una balena gigantesca che lotta per non farsi uccidere poteva essere un racconto come un altro. C’è avventura e rischio e molteplici descrizioni di uomini, navi e comportamenti umani. Il fatto, poi, che il narratore sia l’unico sopravvissuto, si presenti con un nome che biblicamente indica gli esuli, i ripudiati senza storia, e abbia una visione parziale e in qualche modo esterna della vicenda, rende tutto più intrigante. Tuttavia, Moby Dick o La balena, è uno di quei testi che mi piace definire imperituri. E non sto parlando solo della poesia di quell’incipit stringatissimo e immediatamente riconoscibile, quanto del fatto che, oggi come due secoli fa, la storia di un uomo che mette avanti a tutto le proprie ambizioni per lasciare un segno tangibile su questa terra è attuale più che mai.


Breve accenno alla trama. Ismaele è un marinaio che decide di imbarcarsi su una baleniera invece del solito mercantile cui è abituato. Prima della partenza da Nantucket incontra un ramponiere polinesiano che diventerà suo amico e compagno di viaggio, Queequeg. Quando finalmente i due riescono a imbarcarci sulla baleniera Pequod, scoprono che il famigerato capitano Achab non è uomo facile da incontrare. Solo molto dopo la partenza il capitano salirà sul ponte per comunicare all’equipaggio le vere intenzioni di quella spedizione: una vendetta personale e senza sosta contro il gigantesco capodoglio albino conosciuto come Moby Dick. Non sarà possibile per nessuno degli ufficiali o degli altri marinai distogliere Achab dal suo proposito. Il comandante è deciso di vendicare la sua gamba mancante e di uccidere quell’essere gigantesco che lo sta ossessionando. Predizioni di disfatta e morte non fermano la nave che, dopo molte settimane, finalmente avvista la balena per un ultimo fatale scontro, una vera e propria lotta che vedrà quasi tutto l’equipaggio perdere la vita, a parte Ismaele, e il capitano Achab affondare nell’oceano trascinato in profondità proprio da quella balena che stava semplicemente cercando di fuggire dai suoi persecutori.


Achab, per tutto il romanzo, viene descritto come un uomo forte e imponente, sia fisicamente che caratterialmente, ma il desiderio di vendetta nei confronti della balena bianca inafferrabile lo rendono in qualche modo cieco verso quella che sarà la fine sua e dei suoi uomini, annullando ogni residuo di lucidità e saggezza. Le motivazioni che spingono il capitano sono tipiche, certamente, per alcune ragioni: all’epoca, e parliamo della prima metà dell’Ottocento, il commercio e, soprattutto, l’uccisione delle balene, l’essere vivente più grande del pianeta, era vista come una fonte di prestigio e rispetto. Le baleniere all’epoca erano come le navi passeggeri oggi: concedevano status, inquadravano il comandante in una categoria quasi protetta, sicuramente rispettabile. Imbarcarsi anche come semplice marinaio su una baleniera, come afferma sin dalle prime pagine Ismaele, era un vero e proprio onore. I viaggi in capo al mondo per abbattere più esemplari possibile potevano durare anni; spesso si trattava di viaggi senza ritorno per molti del personale di bordo: i mari erano molto meno governabili di adesso, gli strumenti erano meno precisi, c’era meno conoscenza delle rotte e, soprattutto, andare a caccia di balene non era esattamente la stessa cosa di andare a sedersi su una scogliera aspettando che qualche pesce abboccasse alla canna da pesca. Si trattava di personale qualificatissimo, ognuno con un compito, che tuttavia doveva sottostare ai capricci e alle manie di protagonismo e mitomania del capitano. Ecco, Achab non fa eccezione. Un uomo che rischia la propria vita e quella dei trenta uomini del suo equipaggio per inseguire una chimera. La profezia della disfatta non viene ascoltata, così come vengono ignorate le richieste di ritorno alla ragione del suo primo ufficiale. Moby Dick, ovviamente, non ha come intento quello di abbattere la Pequod o chi per essa: il grande capodoglio, infatti, sfugge, non insegue, e replica al sopruso sfruttando la potenza della sua coda, la massa enorme che anche al minimo sforzo riesce a sfasciare le navi che tentato di abbatterla.

Quando ci si trova di fronte a testi così datati, come è stato anche con Frankenstein, alla fine si scopre sempre quel particolare collegamento legato al sottotesto che rende il romanzo più attuale che mai. Certo, adesso magari non andiamo più a caccia di balene come due secoli fa e comunque non con i mezzi di allora. Ma parliamo di un romanzo d’avventura che racchiude in sé una carica impressionante di morale e critica sociale. Tanto per cominciare l’arrivismo estremo di Achab: la scelta ragionata e volontaria di correre qualsiasi rischio per un obiettivo impossibile. Achab va del tutto contro natura. Si muove ossessionato dalla ricerca di una rivalsa partita proprio dalle sue azioni precedenti, senza tenere minimamente in considerazione l’idea che la balena tanto odiata stia cercando solo di salvare sé stessa.


Rischiare tutto pur di vincere è il nuovo mantra della nostra società, partito dalle idee di due secoli fa e modificatosi attraverso il cambiamento della comunità in cui viviamo. La meritocrazia ha lasciato il posto alle raccomandazioni: quello che importa non è come e perché si è arrivati a un certo livello (lavorativamente o socialmente parlando), no, ciò che davvero importa è arrivare in alto prima di qualcun altro. Gli Achab di oggi sono tutti coloro che affossano le competenze altrui in nome di un obiettivo che sanno di non poter raggiungere con le proprie forze, sono tutti quelli che si approfittano della buona fede di chi lavora con loro o per loro senza riconoscere il valore di questi individui, senza comprendere che sottraendo dal totale il lavoro di queste persone non ci sarebbe nessun risultato. L’equipaggio che affonda è la nostra generazione, trascinata dalle mire di qualche tizio megalomane che decide per gli altri con subdola indifferenza, governato dalla propria autorità, investito del potere di non ricevere critiche o, comunque, di ignorarle beatamente. Be’, Achab non fa una bella fine e noi dovremmo essere più come Ismaele, unici sopravvissuti che vivono secondo le proprie regole, che restano fedeli a loro stessi e ai propri ideali, esuli e ripudiati perché non hanno voluto acconsentire all’appiattimento meritocratico della massa.

Moby Dick va letto, oggi come allora. Non è un romanzo, è un vero e proprio corso di autoaiuto. È la vendetta verso gli Achab che incontriamo tutti almeno una volta nella vita. È il modo per guardare al di là di un semplice romanzo, iniziare a capire davvero cosa stiamo leggendo, comprendere che se queste erano le critiche che si facevano negli Stati Uniti due secoli fa, a maggior ragione sono valide oggi. La letteratura ci serve a questo: ad aprire gli occhi e aiutare a farsi un’opinione, su tutto. Quindi, per favore, leggete!

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