• Rebecca Di Schino

La poesia che non ti aspetti

Aggiornato il: 8 apr 2020

Quando la musica ci insegna a guardare oltre...


Non tutti leggiamo poesie. Io per prima non sono una vera fan del genere. Credo che sia allo stesso tempo troppo personale e troppo vaga; il significato che le viene attribuito raramente è frutto di un sentimento o, meglio, di uno stato emotivo. Anzi, è spesso oggetto di studio, elucubrazioni, distorsioni che fanno perdere proprio quella vena emozionale intrinseca a quel testo. La poesia è un genere che o piace, davvero, visceralmente, senza se e senza ma, in ogni sua forma, oppure viene letta sapendo perfettamente che non potrà davvero mai darti quel brivido che da essa ti aspetti.

La cosa strana, però, è che molto di quello che ci circonda è poesia, chiamata con un altro nome magari, relegata in un altro genere, in un ambiente che forse non riconosciamo come poetico a prima vista, ma che ci scalda più di un sonetto definito come tale. Il teatro è un esempio lampante di quello che sto dicendo. Non perché si può presentare in versi o perché ci vuole una cultura particolare per apprezzarlo. Più che altro il teatro mette di fronte a una serie di sensazioni che in altre circostanze non ci si smuoverebbero. Stesso discorso per l’opera lirica. Edward Lewis, in Pretty Woman, la descrive così alla neofita Vivian:

Capirai, la musica è molto eloquente […] La reazione della gente che vede l’opera per la prima volta è molto drammatica: o l’amano o la detestano. E, se l’amano, l’amano per sempre, altrimenti impareranno ad apprezzarla, ma non la sentiranno mai veramente

Un po’ quello che accade con la poesia.

Ma restando nel contesto musicale, anche se difficilmente possiamo far rientrare la trap nel genere a mio parere, il panorama italiano è costellato da cantautori che hanno fatto la storia proprio per aver messo in comunicazione note e parole creando testi poetici che ancora oggi sono considerati capolavori letterari oltre che musicali. Un esempio è Quando, di Pino Daniele. Scritta come colonna sonora per il celebre e toccante film di Troisi Pensavo fosse amore… invece era un calesse, è una poesia vera e propria a cui l’ascoltatore può dare libera interpretazione. Lo stesso Troisi, nel video pubblicato in cui ne ascolta la registrazione per la prima volta, mostra uno sguardo che già da solo esprime il vero significato della canzone. Restare ipnotizzati dalla delicatezza del testo, da quelle frasi brevi che dicono tutto e il contrario di tutto, emozionando la prima e la centesima volta. Difficilmente chi l’ascolta non rimane toccato dalle sue parole, e pur non essendo di facile interpretazione, ci sono alcuni passaggi in cui un po’ tutti ci ritroviamo, chi prima e chi dopo, a seconda della fase della vita in cui la fruiamo.

E vivrò, sì vivrò Tutto il giorno per vederti andar via Fra i ricordi e questa strana pazzia E il paradiso, che non esiste Chi vuole un figlio non insiste. Tu dimmi quando, quando Ho bisogni di te almeno un'ora Per dirti che ti odio ancora.

Altro esempio di luccichio negli occhi è Caruso, di Lucio Dalla. Pubblicata nel 1986 è una delle più tenere canzoni d’amore mai scritte. Un bolognese che canta in napoletano e racconta di un amore sincero, anche se forse poco opportuno, tra l’ormai anziano tenore Caruso e una giovane ragazza a cui lui dava lezioni, in un albergo a Sorrento, con il mare sullo sfondo e un sentimento che cresce, inesorabile, e diventa forte e potente come una catena. L’incompatibilità di due mondi diversi, di chi ha già vissuto tutto e vive di ricordi, di quell’esistenza finta e vuota, il confronto con chi ha ancora tutto davanti a sé. La schiettezza con cui Caruso ricorda ciò che è stato e la certezza di poter finalmente riprendere in mano quel che resta della sua vita grazie all’amore della giovane, l’unica cosa vera in tanti anti di ipocrisie.

Un uomo abbraccia una ragazza dopo che aveva pianto poi si schiarisce la voce e ricomincia il canto te voglio bene assaje ma tanto, tanto bene, sai è una catena ormai che scioglie il sangue dint’è vene, sai…

Comparsa per la prima volta lato nel lato B del 45 giri del singolo Geordie del 1966, Amore che vieni amore che vai parla di un sentimento travolgente, sospinto da una passione quasi inappagabile. Da fervente classicista non potevo evitare di citare Fabrizio De André che riesce a inserire in questo testo molteplici citazioni tratte dalla produzione stilnovistica medievale (Cavalcanti, Guinizzelli e il Dante del primo periodo) oltre che dai classici greci e latini. L’amore che sfugge, il sentimento che non riusciamo a mantenere e il tempo che passa che finisce per azzerare quello che è stato e, comunque, non lascia che tutto sia davvero dimenticato. Amore che vieni amore che vai fa parte di una “raccolta”, definiamola così impropriamente, di altri testi del cantautore che hanno, appunto, come tema, l’amore in tutte le sue forme: fugace, passionale, perduto, ritrovato, sincero o affittato per poco.

Quei giorni perduti a rincorrere il vento a chiederci un bacio e volerne altri cento un giorno qualunque li ricorderai amore che fuggi da me tornerai

Daniele, Dalla e De André sono solo tre dei geni musicali che, purtroppo, abbiamo perso in questi anni. Il panorama musicale italiano, fortunatamente resta ricco di artisti che riescono perfettamente a collimare parole e accordi anche in un periodo come questo in cui l’obiettivo di una casa discografica, spesso, è quello di vendere, non importa cosa. Ed ecco che allora Tiziano Ferro riprende uno dei testi più belli di Tenco e gli ridà linfa nuova. Mi sono innamorato di te esce per la prima volta nel 1962, delicata e disarmante, raccontando di come non si possa scegliere chi amare. È un sentimento che succede e basta, il “quando meno te lo aspetti” che trova conferma in pochi versi talmente sinceri che ti portano per forza di cose a riconsiderare tutti gli amori passati e presenti, ritrovando quelle parole nelle scelte che sono state fatte. A quasi 60 anni di distanza dalla pubblicazione, Ferro omaggia il cantautore morto suicida soli cinque anni dopo il successo di questa canzone, inserendo il testo di Luigi Tenco nel suo album Il Mestiere della Vita, lasciando la possibilità alle nuove generazioni di conoscere un vero capolavoro musicale.

Mi sono innamorato di te Perché Non avevo niente da fare Il giorno Volevo qualcuno da incontrare La notte Volevo qualcosa da sognare

Ma io sono nata e cresciuta con Ramazzotti. Ha iniziato la sua carriera ben prima che io aprissi gli occhi in questo vasto e desolato mondo e mi ha accompagnato praticamente per l’intero corso della mia adolescenza. Piccolo appunto, visto che bisogna sempre dire le cose come stanno senza fare favoritismi: ultimamente si un po’ perso! Ho trovato meno Eros e più “necessità” soprattutto nell’ultimo album, ma le vecchie glorie della sua produzione rimangono pietre scolpite nel mio cuore. Mi sono innamorata di lui con Una storia importante ma a mio parer la sua canzone più bella rimane Sta passando novembre. L’unica volta in vita mia in cui mi sono commossa vedendo un video musicale è stato con questa canzone.

Puoi prendere per la coda una cometa e girando per l'universo te ne vai puoi raggiungere forse adesso la tua meta quel mondo diverso che non trovavi mai solo che non doveva andar così, solo che tutti ora siamo un po' più soli qui

La scrisse per una ragazza morta molto giovane pubblicando il singolo nel 2005. Come omaggio alla brevità della vita, all’aver voluto fare di più per aiutarla, il testo scorre e ti logora dentro con la costanza di un ruscello di montagna. È ancora la canzone di Eros che mi fa emozionare più di tutte, l’unica per cui mi fermo quei tre minuti per ascoltarla davvero, non importa cosa io stia facendo.

Ecco, per me questa è la vera poesia. Quella che non ti aspetti, quella che ascolti in metro, o mentre passeggi in strada con le cuffiette, che ti dà una scarica al cuore non preventivata. Quella poesia che non ha bisogno di essere analizzata, va vissuta, e basta.

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