• Rebecca Di Schino

"Lasciate ogni speranza, oh voi ch'intrate"

Aggiornato il: 8 apr 2020



Consigliare un libro è una grossa responsabilità. Regalare un libro è una dichiarazione d’amore. La scelta di un testo da leggere è una delle azioni più personali che si possano compiere. Porterà via parte del nostro tempo, dovrà lasciare qualcosa, è legato a un determinato periodo della propria vita, deve rispecchiare i sentimenti che affollano la testa e il cuore in quel momento. Quando quel libro ha compiuto il suo dovere ed è diventato finalmente parte della nostra storia, un intimo amico che mai ci abbandonerà, ecco che scatta la fase due. Si ha, tutto a un tratto, la necessità impellente di comunicare a chiunque l’esperienza appena passata. Tutti devono sapere che quel libro è bello, è scritto bene, è emozionante, è potenzialmente uno psicologo su carta. Lui sa, lui sa sempre, lui sa tutto. Quindi, a chi consigliarlo? A un amico dai gusti affini, a cui quasi sicuramente piacerà? A una persona che si sta frequentando da poco e che potrebbe sfruttare la cosa per incrementare il suo livello di conoscenza su di noi? O, magari, si può consigliare a qualcuno con dei gusti letterari diametralmente opposti ai nostri, una sorta di sfida personale perché quel libro è troppo bello, e va letto, e vedrai che sicuramente lo apprezzerai, ti prego dagli un’occasione! Infine, ma non da meno, si può parlare di quel testo a una persona cara, una persona a cui si vuole comunicare qualcosa di profondo pur sapendo che con parole proprie non ci si riuscirebbe, e si preferisce perciò affidarsi a mani esperte, dita che sanno esattamente che corde toccare per portare un messaggio e che in quelle poche decine di pagine comunicano egregiamente tutto ciò che c’è da dire.


Oggi, per una volta, ho voglia di sentirmi temeraria e dedico questo libro a voi tutti, chiunque che leggendo queste mie righe senta di potersi identificare in una delle categorie sopra elencate. A tale proposito, signore e signori, vi presento Il circolo Dante.

Scoperto per caso in una piccola libreria della mia città, iniziato contestualmente all’inizio della mia carriera universitaria, divorato in pochissimi giorni. Il circolo Dante non è un libro comune. Si presenta con la sua copertina, molto fine nella sua semplicità (titolo, autore e qualche goccia di sangue) come un thriller, rimanda, per via del titolo, alla letteratura classica del Sommo, descrive la Boston intellettuale post Guerra Civile e punta alla credibilità attraverso personaggi realmente esistiti del panorama artistico-letterario dell’America del secondo Ottocento.

Matthew Pearl ha una penna eccellente. Sin dalle prime pagine si percepisce un alone sottinteso, ma non del tutto celato, di fastidio, un brivido sottopelle che rende il lettore irrequieto perché, nonostante la brutalità di alcune descrizioni già dal primo capitolo, il lavoro psicologico che si nasconde nella trama si fa sempre più sottile e imponente. Il climax ascendente culmina non tanto nelle descrizioni crude e precise degli efferati omicidi, quanto nella rivelazione dell’assassino stesso, difficilmente identificabile agli occhi del lettore prima che sia l’autore stesso a decidere finalmente di inquadrarlo.

La trama di per sé è molto lineare: un gruppo di intellettuali statunitensi decide di portare a conoscenza degli americani la più grande opera in Volgare mai scritta, niente meno che la Commedia di Dante Alighieri. Ovviamente, essi sanno perfettamente che non tutti i potenziali lettori sarebbero in grado di fruire del testo in lingua originale, così decidono di tradurre l’opera in inglese, con testo a fronte, tentando di rispettare le regole metriche e la poesia dei passi più celebri nonostante il cambio di lingua e di rime. Contestualmente al lavoro di traduzione che compiono questi studiosi, tra cui linguisti, scrittori e poeti in modo da non snaturare troppo l’opera dantesca, Boston si tinge di rosso e di paura. Alcune personalità influenti del mondo dell’economia, della religione, della politica vengono trovate brutalmente assassinate e per quanto la realtà possa sembrare raccapricciante, ogni omicidio ricorda qualcosa, qualcosa di strano, di insolito. Il killer sta rievocando le punizioni descritte nell’Inferno da Dante, sta attuando il contrappasso, sta facendo una pulizia morale oltre che fisica delle ingiustizie e delle storture che le vittime hanno compiuto nel corso della loro snaturata e lasciva esistenza.


Il finale non ve lo svelo, vale la pena leggerlo, soprattutto perché attraverso le circa 530 pagine del romanzo si possono far emergere alcune evidenti constatazioni. Innanzitutto la possibilità di godere della bellezza del testo dantesco in un contesto completamente differente rispetto a quello in cui siamo stati abituati a fruirlo, oltre al fatto che leggendo noi la traduzione italiana abbiamo la possibilità di non sussultare troppo di fronte ai tentativi di trasposizione in una lingua differente da quella volgare dei brani più belli presenti nell’Inferno. Inoltre, non si può fare a meno di restare stupiti di fronte alla venerazione che l’autore esprime nei confronti di Dante.

La Commedia, "Divina" secondo il Boccaccio e rimasta tale nel corso di oltre sette secoli perché nessun altro aggettivo sarebbe stato sufficiente per definirla, è stata l’oggetto del contendere di molti autori. Io stessa, appena trovo un libro che rievoca in qualche modo l’opera del fiorentino, mi esalto e tendo a leggere quel libro. Spesso e volentieri mi è capitato di cimentarmi in letture talmente astruse, incoerenti e utopistiche che non ho neanche finito il libro in questione. Non c’era poesia, non c’era rispetto, c’era solo lo sfruttamento di un nome, come se il solo fatto di citare la Divina Commedia in un romanzo o dedicare il testo ad essa potesse fare di quel libro un best seller. Nel Circolo Dante la situazione è completamente differente. Già dal modo di porsi dei personaggi nei confronti del testo che devono tradurre si percepiscono sentimenti contrastanti di invidia, per non avere avuto in America un Autore tanto valido e riconosciuto come è stato Dante, ammirazione, rispetto e deferenza verso una delle opere più conosciute al mondo. Il testo stesso della Commedia è lo sfondo dell’intero libro, tutto gira intorno ad essa senza appesantire la trama, senza rendere difficoltosa la lettura. Gli omicidi si alternano alle letture dei passi da tradurre, le descrizioni del ritrovamento dei cadaveri, così perfettamente rispecchianti il contrappasso scelto da Dante, si affiancano agli studi sulla lingua e la metrica. La Commedia è dentro e fuori il testo, è parte di essa, motore della trama, esaltazione dell’opera. È metaletteratura, è ambientazione storica di più epoche, è il passo delicato di quando si cammina su un lago ghiacciato che può rompersi di punto in bianco, aspettando una crepa che però, fortunatamente non si palesa mai.

La mano esperta di chi maneggia la letteratura dantesca permette a Pearl di elogiare autore e opera mostrando con mite temperamento le sue proprie capacità scrittorie. Il Longfellow presente nel romanzo, uno dei protagonisti che cercano di trovare un'apertura al complesso rompicapo che lega le vittime alle punizioni infernali, è realmente esistito ed è effettivamente stato uno degli studiosi statunitensi che hanno curato l’edizione americana del testo del fiorentino. Esuliamo dal fantasy, ci crogioliamo nel mistery, ma restiamo legati a doppio filo alla storia e alla realtà, alla nostra letteratura.


Quando l’ho letto la prima volta mi sono molto emozionata. Mi è capitato parecchie volte di leggere un libro così entusiasmante da volerlo terminare in giornata. In questo caso devo dire che ho preferito prendermi il mio tempo. Avevo nostalgia della sua fine mentre ancora ero a meno di metà. È una lettura un po’ particolare, i riferimenti letterari sono molti, i passi ripresi dai Canti più famosi spezzano la continuità della storia, ma nel complesso è un romanzo ben scritto, ben strutturato e ben cadenzato, chiaro e privo di divagazioni inutili.

Risulta quindi complesso, per un’amante della letteratura classica come me, trovare qualcuno a cui regalare un libro del genere che poi sappia apprezzarlo davvero, e ritrovarvi dentro gli stessi interessi che vi ho trovato io, rimandi allo studio che ho compiuto, alle scelte di vita che ho fatto anche in base a quanto ho amato nel corso degli anni scolastici studiare Dante.

A chi consigliarlo, quindi? Il Circolo Dante mi è sembrato particolarmente adatto a tutte le categorie di persone che ho nominato all’inizio di questo mio articolo.

  • Un amico con gusti affini, avevo detto, come un compagno di studi, sarebbe una preda troppo semplice. Chi studia Lettere dentro di sé ha una passione per Dante che si può esprimere a vari livelli di psicopatia, ma tutto sommato se piace leggere, piace studiare, sono state frequentate le stesse lezioni, si è condiviso conversazioni o seminari o, appunto, libri, questo è un testo super consigliato.

  • Nuovo conoscente. Qui la situazione è un po’ più complessa. Un libro è un po’ come un profumo, un oggetto molto personale. Sì, è vero, è un ottimo modo per far scoprire agli altri cosa ci piace e cosa no, ma è anche vero che possiamo trovarci di fronte una persona appena conosciuta che non è un vero fan della lettura. In quel caso consigliargli o, peggio, regalargli un libro può essere percepito come un’azione troppo pretenziosa o comunque non davvero ben accetta. Questo testo in particolare non sarebbe molto adatto allo scopo di farsi nuovi amici!

  • Amico dai gusti opposti. Ecco, qui la cosa si fa divertente. Marco legge solo biografie, Sara predilige i romanzi rosa, Carlo ama follemente la fantascienza mentre Chiara ha divorato tutti i libri di avventura esistenti sul mercato. Il thriller è il genere più venduto, le statistiche affermano che i grandi casi di best seller o le novità su cui gli editori puntano maggiormente sono gialli. Americani, svedesi, italiani, giapponesi, non importa. Purché ci sia sangue, mistero, un assassino e una storia avvincente e ben strutturata, il thriller vende sempre. Consigliarlo a lettori come Chiara, Carlo, Marco o Sara è una vera sfida, ma si spera sempre che un buon lettore sia mosso oltre che dalla passione anche dalla curiosità, e se c’è un minimo di fiducia nei gusti di chi lo sta regalando, benché differenti da chi lo sta ricevendo, un libro è sempre una bella sfida. Dopotutto, non si può giudicare un libro dalla copertina, come non si può farlo neanche solo dal genere cui appartiene. Può essere il testo più bello o più brutto del mondo, qualcuno che non lo ha amato o qualcuno che invece lo ha molto apprezzato si trova sempre.

  • Ultimo, ma non ultimo, la dichiarazione d’amore. I social sono invasi da frasi di libri o autori famosi. Se qualcuno ha già detto tutto, e lo ha detto bene, perché non copiarlo? Regalare un libro alla persona a cui si vuole bene è il passo successivo. Gli stai regalando parte del tuo tempo speso a leggere quello stesso testo, gli stai mettendo davanti una delle fonti di emozione che ti hanno smosso l’anima a tal punto da volerle condividere, gli stai mandando un messaggio. In questo caso specifico è non doversi sentire sottovalutati o sottostimati, il credere nelle proprie convinzioni ma non doversi appellare al fatto che le persone ci giudicano inadeguate per giustificare comportamenti sbagliati e amorali.

Certo, magari alla persona amata è più facile regalare Jane Austen!

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