• Alessandra Libertini

"Le tue parole erano uomini": Nazim Hikmet.


Non so quale sia stato il vostro, ma il primo film che vidi di Ferzan Özpetek fu quella gran meraviglia di Le fate ignoranti.

Avevo quindici anni e il gusto del particolare che mai mi ha abbandonato. Già dai cinque mi alzavo alle cinque di mattina per vedere, l'estate, la rassegna di film di Dario Argento che vedeva papà che, sonnecchiando sulla sedia, in ferie dal lavoro, non si accorgeva alle volte che il televisore della sala era acceso.

Magari tremavo per le scene sanguinolente e spegnevo, gli incubi li facevo, e alternandomi tra un Disney e questa trasgressione stagionale ho finito con amare, del cinema, la parte più cruda e sanguinolenta. Mi sono sempre sentita una final girl, del resto, nel superare gli ostacoli della vita, come fossero assassini pronti a sbucare dal nulla come un qualunque Ghostface (scusate ma io amo la saga di Scream, e anche se può fare schifo a molti cinofili chissene) armato di coltello. E dunque, tra un Dumbo e un film della rassegna Notte Horror, tra un Profondo Rosso e una Mary Poppins o un film dove i ragazzi, nel mio immaginario di bambina, si restringevano sul serio, sono cresciuta senza sapere cosa fossero gli altri generi del cinema. Nessun film che parlasse d'amore, o film impegnati, o d'azione fino alla prima adolescenza. Ma Le fate ignoranti... Signori, Le fate ignoranti... Amore. Solo questo. E tanti pianti.

Avete presente la scena in cui Antonia scopre che suo marito Massimo, deceduto in un incidente, legato a Michele, ha incontrato il suo amante in libreria comprando un libro di poesie di Hikmet destinato in realtà a lei?

Dalla tua testa dalla tua carne dal tuo cuore mi sono giunte le tue parole le tue parole cariche di te le tue parole, madre le tue parole, amore le tue parole, amica. Erano tristi, amare erano allegre, piene di speranza erano coraggiose, eroiche le tue parole erano uomini.

I brividi, ancora, dopo quasi vent'anni. In questa notte d'autunno, del 1948, anno a me caro perché anno di nascita di mio padre (sarà un dettaglio personale ma incentiva sempre la mia scelta in ogni ambito questo anno fortunato), è entrata a piedi uniti sulle mie ginocchia e mi ha piegato, appunto, ai brividi. Come è noto, la poesia è una delle cose che amo maggiormente nella vita; con Hikmet, dal giorno in cui ho sentito proclamare questi versi da Margherita Buy, è stata una promessa di amore eterno, pari a quella di Neruda e di altri immensi poeti con cui è stato un vero e proprio colpo di fulmine. Scoprii con il tempo che probabilmente Hikmet doveva essere una vera e propria fonte di ispirazione per il regista, tanto da citarlo precedentemente nel suo film del 1997 Hammam - il bagno turco e partecipare a letture pubbliche dei suoi versi.

Sì, lo so, mi dilungo troppo parlando di cose di cui non frega probabilmente nulla a nessuno; ma la rubrica #PaperPortrait presuppone che ci sia un ritratto intimo di un personaggio e di un genere e, per scrivere bene, bisogna scrivere le cose di cui si è certi.

Questo scrittore girovago, nato in Turchia, esiliato per ragioni politiche nell'URSS (nel 1951 chiese asilo politico in Polonia, che lo accolse, per poi spostarsi in Repubblica Ceca e trovare il luogo di morte in Russia), a causa del suo impegno politico con l'estrema sinistra e dei delicati eventi riguardante tale fazione politica trovò nello spostarsi linfa per la sua crescita nella scrittura: profondamente introspettiva, assolutamente autobiografica, altro non è che uno specchio non solo degli eventi della sua vita ma anche della tumultuosa situazione personale vissuta tra la Turchia e i luoghi che lo hanno accolto come esule, lasciando la famiglia che aveva costruito, gli amori e gli affetti, per certi versi "indietro", ma sempre presenti nei sui scritti.

Le tematiche delle sue poesie riguardano principalmente la sua visione dell'amore, trattata con parole cariche di immagini, percorsi mentali dati dalle stesse che rendono la donna al centro di tutto. Queste immagini spesso sono uno spaccato della vita quotidiana, dove è la descrizione di un dettaglio a fungere da filo di Arianna che riporta il lettore al concetto di amore assoluto, esclusivo e, intuibilmente, eterno e unico; oltre questo, le sue poesie sono gli stessi percorsi da esule, i paesaggi visti dai mezzi di trasporto, le passeggiate nelle strade, i personaggi più o meno noti della sua vita e la rivoluzione come fulcro: Hikmet ha gli occhi dello straniero che sente la missione di fare della poesia un diario di episodi brevi che celano in sé la sua stessa condizione di solitudine, di mancanza, di estradizione dell'anima:

Mehmet, forse morirò lontano dalla mia lingua lontano dalle mie canzoni lontano dal mio sale e dal mio pane con la nostalgia di tua madre e di te del mio popolo e dei miei compagni ma non in esilio non in terra straniera morirò nel paese dei miei sogni nella bianca città dei miei giorni più belli.

Forse la mia ultima lettera a Mehmet, 1955.


Questo è ciò che esprime in una lettera al figlio Mehmet durante l'esilio nell'URSS, dopo essere fuggito clandestinamente dalla Turchia nel 1951, probabilmente una delle sue poesie più belle, dove l'amore paterno incontra la rivoluzione, l'esilio, la preoccupazione per il futuro, ponendo al centro la mancanza della famiglia.

Per Hikmet, il contrasto tra l'amore e il vissuto, le scelte politiche e la serenità della famiglia, sarà il continuo palleggiare tra un tono che sublima il sentimento e un altro che racconta il crudo del suo vissuto, raccontando tutto con una dolcezza capace di toccare le corde più intime di qualunque persona le legga, anche la più apatica.

Le traduzioni di Joyce Lussu rimangono fedeli nel trasporre ogni sensazione intimista che il poeta voleva trasmettere, donandoci, grazie alla loro fedeltà, l'Hikmet più puro.

Oltre alla poesia, pubblicò due libri: il romanzo Gran bella cosa è vivere, miei cari è stato pubblicato un anno prima della sua morte, avvenuta a Mosca nel 1962. Si tratta di un romanzo intimista con molti eventi riconducibili alla sua vita. Narra del protagonista che, morso da un cane, deve passare in solitudine il periodo di incubazione; questa solitudine forzata lo porta a ricordare incessantemente, a fare un bilancio della sua personale vita, a fare i conti con sé stesso. La scrittura dello stesso portò via allo scrittore diversi anni, proprio per la necessità di "aggiornare" gli eventi del protagonista e riconsiderare le situazione in cui è coinvolto.

A metà degli anni Cinquanta scrisse il libro di fiabe Il Nuvolo innamorato e altre fiabe, memoriale delle fiabe raccontate dalla nonna, che racchiude in sé la tradizione della fiaba nata nella sua terra, la Turchia.

La sua versatilità straordinaria lo porta ad essere piacevole nella lettura in qualsiasi veste, sia come poeta, che come romanziere, che in ultimo luogo come scrittore di fiabe; adesso, vi lascio qualche verso, in modo che si possa godere della sua visione del mondo, così come ho fatto io, bambina senza paura dei mostri sotto il letto che lo ha scoperto tramite una citazione in uno stupendo film visto per caso:


Il più bello dei mari è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto.

Amo in te l’avventura della nave che va verso il polo amo in te l’audacia dei giocatori delle grandi scoperte amo in te le cose lontane amo in te l’impossibile entro nei tuoi occhi come in un bosco pieno di sole e sudato affamato infuriato ho la passione del cacciatore per mordere nella tua carne. Anche questa mattina mi sono svegliato e il muro la coperta i vetri la plastica il legno si son buttati addosso a me alla rinfusa e la luce d’argento annerito della lampada mi si è buttato addosso anche un biglietto di tram e il giallo della parete e tre righe di scritto e la camera d’albergo e questo paese nemico e la metà del sogno caduta da questo lato s’è spenta mi si è buttata addosso la fronte bianca del tempo e i ricordi più vecchi e la tua assenza nel letto e la nostra separazione e quello che siamo mi sono svegliato anche questa mattina e ti amo.

La vita non è uno scherzo. Prendila sul serio come fa lo scoiattolo, ad esempio, senza aspettarti nulla dal di fuori o nell’al di là. Non avrai altro da fare che vivere. La vita non è uno scherzo. Prendila sul serio ma sul serio a tal punto che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate, o dentro un laboratorio col camice bianco e grandi occhiali, tu muoia affinché vivano gli uomini gli uomini di cui non conoscerai la faccia, e morrai sapendo che nulla è più bello, più vero della vita. Prendila sul serio ma sul serio a tal punto che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi non perché restino ai tuoi figli ma perché non crederai alla morte pur temendola, e la vita peserà di più sulla bilancia.


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