• Rebecca Di Schino

Lovecraft, il "Necronomicon" e la truffa letteraria che ha consacrato il maestro dell'orrore

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Se parliamo di gotico, di mistero, di vero genio indiscusso della letteratura dell’incubo, be’ con Lovecraft cadiamo veramente su un letto di piume. Signore e signori, abbiamo qui tra noi l’uomo che ha trollato (passatemi il termine) l’intero mondo della letteratura del mistero del secolo scorso. E adesso vi racconto con che genio criminale l’ha fatto. Poi una dice che ha i suoi miti!

Nato in quel di Providence, nello Stato del Rhode Island, nel lontano 1890, mostra i chiari elementi rivelatori del segno del Leone. Come il caro Paolo Fox ci conferma, infatti, i leoncini sono personcine a cui piace far parlare di sé, veri e propri centri nevralgici del gossip popolare, ergo: sin da piccino, grazie anche all’incoraggiamento del nonno, si appassiona alla letteratura e, di conseguenza, alla scrittura. Un’arte particolare, certo, che richiede studio e talento, e il giovane Howard di interesse per la materia ne ha a iosa. Tra le fiabe dei Fratelli Grimm e i racconti delle Mille e una notte, inizia a forgiare la sua possente mente artistica producendo una breve poesia che si ispira molto alle tematiche e allo stile dell’Odissea… una cosuccia, insomma. Avvicinatosi alla letteratura gotica a lui precedente e prendendo a modelli ispiratori Edgar Allan Poe, Jules Verne e H.G. Welles, finisce per surclassare, con il passare degli anni, tali modelli con una vera e propria trovata pubblicitaria.

Tutti conosciamo i suoi racconti del mistero, simili a quelli di Poe, per lo più, ma peculiari per uno stile molto più incisivo. Se Edgar ti fa arrivare alla rivelazione del mistero nelle ultime fasi del racconto, Lovecraft crea una suspense che mescola narrazione a incubo, tanto da coinvolgere lo stato emotivo che si agita e si inquieta anche nella lettura di frasi tipo:

Tutta la faccenda è di grande singolarità e mistero, e nelle mie mani una trama come quella che hai descritto, avente te in persona come protagonista, sarebbe diventata una storia dell’orrore con un tipo di atmosfera molto differente.

Incipit di Vampirismo, lettera a Reinhardt Kleiner, 27 dicembre 1919


Sì, esatto, è una lettera!


L’anno in cui appare per la prima volta sulla stampa è il 1906. Lovecraft ha appena sedici anni e già scrive al Providence Sunday Journal una lettera (una diversa da quella sopra citata, ovviamente) che ha il puro scopo di ridicolizzare l’astrologia. L’avevo detto: tipico del Leone! Ma un paio di mesi dopo ci riprova, stavolta seguendo la sua passione per lo studio dell’astronomia, con la precisa convinzione che fosse giusto dar credito a chi sosteneva dell’esistenza di un pianeta oltre Nettuno, quello che effettivamente poi si rivelerà essere Plutone.

Missive derisorie e interesse per le stelle a parte, Lovecraft guadagna il podio di scrittore del mistero con la pubblicazione in una dichiarazione a proposito del ritrovamento di alcuni frammenti di quello che venne tradotto come Necronomicon. Si trattava, in realtà, di un testo antichissimo, risalente all’VIII secolo d.C. redatto da tale Abdul Alhazred, un poeta yemenita che aveva raccolto una serie di testimonianze, fiabe e riti nel suo Al Azif, un testo il cui titolo riprende un termine arabo utilizzato per indicare i suoni notturni prodotti da certi insetti, ma che la tradizione popolare identifica anche e soprattutto con il linguaggio dei demoni. Insomma, era un testo decisamente controverso, tutte le religioni esistenti, nel corso dei secoli lo bandirono proprio per la natura profondamente oscura del suo contenuto. La riproduzione avvenne solo per via manoscritta e lo stesso Lovecraft, grazie agli studi effettuati su tali testi, di cui sembrava essere giunta una traduzione in inglese risalente al 1580 circa dovuta all’opera di John Dee, ne espone il percorso di riproduzione:

  • 730 - Abdul Alhazred scrive a Damasco il libro Al Azif.

  • 950 - Teodoro Fileta a Costantinopoli traduce in greco Al Azif con il titolo Necronomicon.

  • 1050 - Il Patriarca Michele ordina la distruzione delle copie tradotte in greco. Il testo arabo originale sparisce.

  • 1070 - Teofilatto traduce di nuovo in greco Al Azif.

  • 1228 - Olaus Wormius traduce in latino il testo in greco del Necronomicon.

  • 1232 - Papa Gregorio IX ordina la distruzione delle copie in greco e latino del Necronomicon.

  • XV secolo - Edizione tedesca in caratteri gotici della traduzione latina.

  • 1472 - Edizione di Lione (Francia) della traduzione latina di Olaus Wormius.

  • 1550 - Edizione italiana del testo in greco.

  • 1580 o 1586 - Traduzione inglese del Necronomicon latino, frammentaria e mai stampata, ad opera di John Dee e Edward Kelly.

  • 1598 - Altra versione inglese del Necronomicon latino, ad opera del barone Federico I del Sussex che la intitola Cultus Maleficarum, meglio nota come Manoscritto del Sussex.

  • 1622 - Edizione spagnola della traduzione latina.

Interessantissimo! Eccitantissimo! Soprattutto se si pensa al fatto che più qualcosa ci viene negato, più è nella natura dell’essere umano cercare di scoprire di che si tratta: dobbiamo ottenere risposte. L’idea che ci fossero così pochi frammenti, che un testo così segreto, potente e potenzialmente pericoloso da meritare l’Indice, la sola idea, dicevo, che fosse passato per così poche mani rendeva l’Al Azif un vero tesoro inestimabile.

Ebbene, niente di ciò che affermava Lovecraft era vero. Assolutamente nulla! I racconti, le storie dei demoni e tutti i resoconti degli incontri con il Pandemonio governato da Cthulhu, Dagon e compagnia bella erano tutti una grande invenzione del genio dell’autore di Providence. Tuttavia, la lettera di presentazione con tanto di cronologia della diffusione e le finte schede bibliotecarie che sembravano essere state riscoperte negli anni e nelle quali si diceva che esistesse una di queste copie tradotte fecero così tanto scalpore che il pubblico diede per vera ogni singola sillaba. Vani furono i tentativi da parte dell’autore di spiegare che si trattava di una semplice storia, che nulla di quello che era stato raccontato con tanta minuzia di particolari, a partire dalla storia stessa della vita di Abdul Alhazred, aveva il benché minimo accenno di veridicità. Lo stesso Abdul era totalmente inventato. Eppure ormai il vaso di Pandora era stato scoperchiato. La fantasia aveva avuto il sopravvento sulla ratio. Il pubblico era in delirio e il Necronomicon, un vero e proprio caso di pseudobiblion, divenne la fonte primaria dell’immortalità di Lovecraft negli anni a venire.


Leggere i racconti del cosiddetto Ciclo di Cthulhu è, effettivamente, un’esperienza mistica. Sembra assurdo, da un lato, poter credere che siano fatti reali, come se quella vena di fantastico soggiacente sia sempre lì pronta a fare capolino e dare un ceffone in pieno volto al primo lettore che tenti anche solo di fingere di crederci. Resta, però, il fatto che ogni volta che si ambienta o data un libro oltre una certa soglia spaziale e temporale, reale e irreale diventano quello che Platone definiva noumeno. È difficile, a quel punto, comprendere cosa possa rientrare nell’ipotetico e cosa, invece, continua a persistere nel verosimile. Evocare un demone, allora come oggi, resta una pratica riservata a pochi eletti, a coloro che credono abbastanza nel potere delle tenebre e che, volendo, possono anche prender per vero quello che, alla fin fine, è solo il frutto di una mente brillante e contorta come è stata quella di Howard Phillips Lovecraft.

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