Ma cos’è poi la maturità?


Il 9 marzo era stato segnato sul calendario da tutti i maturandi italiani come il tanto atteso Mak P, i 100 giorni del conto alla rovescia verso l’esame di Stato.

Curioso il fatto che proprio la settimana prima il Governo abbia proceduto alla chiusura preventiva di tutti gli istituti scolastici fino a data da destinarsi a causa dell’emergenza Covid che si andava sempre più prepotentemente manifestando.

Abbiamo appreso ufficialmente, giusto un paio di giorni fa, che le scuole non riapriranno prima di settembre, il che ci ha fatto sorgere più di una domanda. Si è parlato molto dell’esame di maturità che oltre 460mila studenti dovranno sostenere quest’anno, delle misure di contenimento, dell’organizzazione per far sì che si svolga nel modo più regolare possibile. Siamo passati, in pochissime settimane, dall’esame in video a quello in presenza, dalla scelta della commissione interna con Presidente esterno, all’abolizione, almeno per l’anno scolastico 2019/2020, delle tre prove scritte, finendo con la decisione di far sostenere la maturità con un maxi colloquio orale ai ragazzi che si presenteranno uno per volta.

Noi qui a trentapagine siamo delle povere piccole nostalgiche che ancora ricordano con orrore l’ansia della preparazione al fatidico esame. Le notti a ripassare, in solitaria malinconia o con gruppi di studio che finivano con tentativi di annegamento nella caffeina e nuoto libero in un mare di fogli e quaderni con schemi, riassunti, ipotesi di domande, e chi più ne ha più ne metta. Ci è parso quindi limitante che queste nuove generazioni non possano cogliere questa particolare occasione della loro giovinezza nel modo in cui ognuno di noi l’ha affrontata, semplicemente perché, più che l’esame in sé, quello che davvero forma un maturando è la preparazione e lo stress che ci sta dietro. Lo ricorderanno per sempre, e anche se è facile parlare col senno di poi e snervante sentire queste pillole di falsa saggezza da gente che bene o male già ci è passata, siamo certe che chiunque leggerà questo articolo si troverà a combattere con i ricordi di quei venti giorni che saranno incisi a fuoco nella memoria.

Una lancia a favore dei maturandi di quest’anno, però, non solo vogliamo spezzarla, ma la infarciamo dei nostri migliori e più cari in bocca al lupo, perché per quanto sembri che si trovino di fronte a un esame semplificato, si stanno perdendo la parte migliore dell’esame stesso, quella che aiuta, a nostro parere, più di tutto il resto a dimostrare il proprio impegno nel corso dei cinque anni delle superiori: il tema di italiano.

La prima è l’unica prova ministeriale uguale per tutti. Non importa la scuola, non importa l’indirizzo di studio: la traccia di italiano miete vittime a tappeto senza fare distinzione. A nostro parere è l’unica vera prova fondamentale per garantire un livello equo e uguale per tutti nella valutazione finale. La statistica che riguarda quanti studenti abbiano scelto una data traccia piuttosto che un’altra la dice lunga sui programmi seguiti a scuola e soprattutto sui gusti, le capacità o le scelte che i neodiplomati fanno sotto pressione. Perché ti puoi preparare quanto vuoi, puoi essere un fenomeno in letteratura, ma se l’analisi del testo ti paralizza allora occorre che scegli in fretta su quale traccia buttarti visto che mai come in quel momento sei ore a disposizione sembrano una miserabile truffa.

Per quanto legate alle lettere e alla visione umanistica dell’esistenza, ci piace un sacco guardare le statistiche. Ultimamente, oltre a quelle su infetti, deceduti e disoccupati, non se ne vedo molte altre, quindi abbiamo pensato di fare un tuffo nel passato e guardare alle statistiche relative agli esami degli ultimi venti anni, andando a cercare quali sono stati gli autori scelti per la traccia di analisi del testo che hanno impensierito gli studenti di quell’anno. Eccoci qui, allora, con una top 3 anche abbastanza assodata: Ungaretti, Montale e Quasimodo sono stati scelti dal MIUR tre volte ciascuno (a parte l’ultimo che è rimasto a due, per ora), ogni volta con un’opera diversa ovviamente, ma sempre rientrante nei programmi di letteratura del quinto anno. Dante, a parimerito di presenze con Quasimodo, ha avuto ben due occasioni a tre anni di distanza (2005 e 2007) presentandosi con due passi scelti dal Paradiso (canti XI e XVII).

Se poi volessimo entrare in statistiche ancora più simpatiche si potrebbe notare come dal 2000 al 2019 la scelta di un testo di prosa o di poesia sia praticamente al 50 e 50, o meglio 51 e 49: per undici volte è stato scelto un testo poetico e per le nove restanti si è preferito un brano in prosa.

Ma è solo negli ultimi anni che il Ministero si sta sbizzarrendo. Lasciando indietro i grandi classici, gettonati già da mesi prima dell’esame stesso e sfruttati solo due volte con parte della triade sopra citata, mandando in piena crisi il toto-autore che normalmente raggiunge livelli di scommesse pari solo al fantacalcio, il MIUR ha proposto ai maturandi nientemeno che Calvino, Eco, Caproni e Bassani. Il panico è dilagato. Caproni a scuola raramente si studia, perché provocare attacchi isterici ai poveri studenti? Il giardino dei Finzi-Contini, capolavoro di Bassani, non lo fanno leggere nemmeno come lettura facoltativa, perché scegliere un passo di quel romanzo per la Tipologia A? Con Eco il discorso è ancora diverso: nel 2016, anno in cui fu protagonista all’esame, lo scrittore semiologo era deceduto a febbraio e l’aspettativa di trovarlo in una delle tracce era piuttosto alta, bisognava solo capire con che cosa e dove lo si sarebbe trovato.

Eppure, a dispetto dell’iniziale stupore, ben il 12,4% degli studenti scelse la traccia di Caproni e addirittura il 18,5% si cimentò nell’analisi del brano di Bassani, lasciando l’Ungaretti dello scorso anno con un misero 8,5%.

Con la crisi economica e sanitaria di questi mesi sarebbe stato interessante vedere quali sarebbero state le scelte ministeriali. Dopotutto, per qualche ragione, anche l’analisi del testo e la scelta del relativo autore hanno a che fare con le esigenze socio-economiche e culturali che hanno caratterizzato l’anno precedente.

Mentre tutti gli ex maturandi si sono cimentati in elucubrazioni, ipotesi, statistiche e scommesse per capire con cosa avrebbero dovuto combattere il 20 giugno, questa volta gli studenti hanno altri pensieri, molto più basilari: come sarà fatto questo benedetto esame? E come verrà visto dai posteri?

I movimenti studenteschi del ’68 hanno creato non pochi problemi ai diplomati e laureati di quegli anni, svalutati come lavativi, considerati viziati che non avevano voglia di far nulla, con un 6 politico che socialmente non li ha aiutati poi molto. E anche se erano stati proprio i giovani a ribellarsi, e in un certo senso a prendersi le proprie responsabilità per qualsiasi conseguenza fosse scaturita dai loro comportamenti, qui la situazione è ben diversa. Ci si trova di fronte a un’intera generazione di maturandi che non sanno come verrà considerato dai futuri datori di lavoro il loro esame, come le università calcoleranno il loro voto. Perché siamo tutti bravi a fare i santi, ma in fin dei conti non ci si mette nulla trovare il pelo nell’uovo o rovinare la carriera accademica di studenti che hanno dato sempre il massimo a scuola. La situazione di blocco a cui sono sottoposti non dipende da loro. Il metodo di apprendimento a cui devono sottostare non si sa fino a che punto sia utile per la preparazione a una tappa fondamentale della vita qual è appunto la maturità…


Ma che cos’è, poi, la maturità? Arrivi a diciotto anni credendoti il padrone del mondo e scopri che è tutta una grande e ripida salita, che la libertà di cui godevi fino a qualche mese prima è svanita come se mai fosse esistita. È l’inizio, in verità, di un lunghissimo percorso di maturazione personale che non finisce con il diploma ma comincia da esso. Quindi, indipendentemente da come andrà, occorre fare le proprie scelte con una consapevolezza ben maggiore di quanto si creda perché, come diceva saggiamente Eduardo De Filippo, “gli esami non finiscono mai!”.

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