• Rebecca Di Schino

Make books great again

Storie di libri, regali e impronunciabili parole islandesi.

Qualche giorno fa stavo parlando con un mio amico del più e del meno e alla fine l’argomento, come era ovvio che succedesse, è caduto sui regali di Natale. Come se a dicembre si azzerassero tutti gli altri temi e ci si concentrasse sui quei dieci giorni di buio in cui inizia una vera e propria corsa al regalo perfetto.

A un certo punto, in crisi nera perché non sapeva cosa regalare alla propria ragazza, mi è venuto abbastanza spontaneo dirgli questa frase: “Scusa, ma perché, non le prendi un libro?”. Be’, vi giuro, mi ha fatto uno sguardo più incredulo di quello del portiere della Nazionale francese dopo l’ultimo rigore non parato alla finale dei Mondiale del 2006. Roba che se avessi bestemmiato si sarebbe scandalizzato di meno! La risposta, a mezza bocca, è stata che sarebbe stato un regalo troppo banale, cioè alla fine un libro costa poco, meglio un gioiello, una borsa, un paio di scarpe firmate. Al che, per la prima volta, mi sono sentita alquanto a disagio a continuare questo tipo di conversazione. E per diversi motivi.

Innanzitutto, regalare sempre le stesse cose determina una chiara e deprimente mancanza di fantasia. Secondo, e per nulla inutile come condizione, definisce anche una abbastanza schietta mancanza di interesse. Il tempo stringe e tu stai per compiere quello che assume tutta l’aria di un dovere verso un estraneo e quello che spesso percepisce il negoziante è che tu non conosca quasi per niente la persona che hai accanto.

Subentra quindi la domanda imbarazzante che fa crollare ogni certezza verso un radioso Natale: “Ma quindi cosa le/gli piace?”. Panico. Delirio. Encefalogramma piatto. Un lungo biiip che sottolinea la distanza emotiva che esiste tra quelle persone. Ma non parlate? Non avete interessi in comune? Non discutete mai dei vostri hobby, di quello che vi piace fare, di quello che fate nel tempo libero quando non state insieme? Non litigate mai per un personaggio di una serie tv? Per una canzone alla radio che fa a cazzotti con i gusti dell’altro? Per quel cibo per cui voi impazzite e l’altro non può nemmeno odorare?

Alla domanda a bruciapelo di un qualsiasi commesso che sta affrontando la crisi di nervi pre-vacanziera, che sta lavorando mentre voi siete lì, logorati dall’indecisione senza lasciarlo tornare a casa, dimostrandovi come l’ennesimo soggetto che ci metterà tre ore per poi fiondarsi sulla cosa meno cara e più gettonata, a quella domanda sul cosa pensate che potrebbe piacere al partner nessuno risponde. Badate bene, questo avviene solo in alcuni casi, seppur non tanto rari, per i quali la scelta di un regalo qualsiasi è meglio di nessun regalo. E non ce l’ho con i gioielli, in parte sono una "material girl" anche io ed è ovvio che mi piacciano, e nemmeno con gli accessori di moda. È, invece, con il principio secondo cui qualsiasi cosa sia meglio di un libro che me la prendo. Un libro che costa decisamente meno di un ciondolo di Pandora, che non ha lo stesso effetto di un paio di scarpe, che non presenta lo stesso packaging scenografico di una borsa Liu-Jo. Un libro, che quando mi è stato regalato, vicino o lontano dai miei gusti, donatomi per un’elevata aspettativa da parte mia o solo per farmi piacere o per una diretta richiesta, be’ quel libro è stato sempre il più apprezzato tra tutti i regali che mi sono stati fatti. E sarà che sono di parte, sarà che entro in libreria e mi viene la tachicardia nello stesso istante in cui il mio portafoglio si finge morto, ma regalare un libro è una vera esperienza mistica.

Siamo una società fondata sulla socialità, sulla comunicazione, sulle mode, che tuttavia non comunica, non socializza e non conosce i gusti degli altri. Una perfetta situazione paradossale che si fa più nitida a ogni Natale, a ogni compleanno e a ogni altra festa comandata che il calendario scandisce impietoso.

Per quanto poco costoso possa sembrare un libro, caro il mio scettico amico, quell’oggetto, quel cumulo di carta e inchiostro che stai donando, è una delle manifestazioni più sincere di comprensione che ci possano essere. È un dire alla persona a cui tieni che le vuoi bene, che l’hai ascoltata e non solo sentita, che sai che avrebbe potuto piacerle, interessarle. Che quel romanzo, quella biografia, quel saggio o raccolta di poesie parlano proprio di lui o di lei, o magari di te ma non sapevi che parole usare e quindi hai preso in prestito quelle dell’autore. Regalare un libro è sfruttare il lavoro di tante persone, di quello scrittore che ha perso mesi per buttare su carta i suoi pensieri, di quei professionisti che l’hanno curato, impaginato, magari tradotto, corretto, creato la copertina, pubblicizzato. È il lavoro di quel libraio che sta arrancando per sopravvivere ai colossi come Amazon o Ibs. Soprattutto dopo quest’anno maledetto.

È il tuo tempo a scegliere accuratamente un testo pensato per qualcuno, l’impacchettamento, l’aspettativa e l’incognita del “chissà se piacerà”. È impegno. Ecco, un libro è impegno. Anche per chi lo riceverà, che impiegherà del tempo per leggerlo, per scoprire perché è stato regalato proprio quello. È attenzione. È reciprocità.

Sarebbe carino se anche qui da noi, in un Paese tanto bello quanto ignorante e cinico e scettico e arrogante si facesse come in Islanda e si regalassero solo libri per Natale. Loro la chiamano Jólabókaflód, una tradizione fighissima per la quale il 24 dicembre si regalano libri, esclusivamente cartacei, e a partire dalla mezzanotte si iniziano a leggere, tutti insieme in casa, davanti al camino, con la neve fuori e una bella tazza di tisana bollente dentro. Ecco: quello, per me, sarebbe davvero un gran bel Natale.

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