• Alessandra Libertini

Maledetto e stupendo Paul Verlaine


Mentre rileggevo le poesie di Paul Verlaine sul mio divano, da sola, con il buio fuori e una lampada accesa che sottolineava la pace delle due di mattina di una notte insonne, avevo una playlist nel soggiorno che viaggiava con il volume basso. Completamente assorta, non mi ero resa conto di aver passato almeno un'ora ininterrotta sul libro. Ad un certo punto, come se mi fossi svegliata di colpo, ho carpito un solo ritornello dalla cassa Bluetooth non troppo distante da me:

Brucia con me l'aria.

Era la canzone Mina dei Verdena. E io stavo leggendo Verlaine, le sue poesie d'amore. E ripensavo al tatuaggio dietro la mia spalla, Brace d'inverno i capelli tuoi dove il mio cuore brucia, dal film It. Mi è sembrato di realizzare un pensiero che sembra tanto scontato: l'amore è rogo. Senza sconti, purifica e distrugge.

Verlaine è molto di più di una rielaborazione dei miei studi, del mio approccio accademico alla letteratura francese, alle nozioni acquisite in modo distaccato. Non posso negare di averlo conosciuto esattamente in questo modo, ma è stato di notte che ho saputo leggerlo e apprezzarlo come merita. Non si tratta, del resto, di una lettura leggera: quella dei suoi versi è una scoperta che assorbe totalmente l'attenzione. La rottura con gli schemi formali tradizionali, anticipata da Baudelaire, rappresenta un punto di svolta e un'alternativa percepibile da chi è abituato a leggere la poesia ma, oltre ciò, regala al lettore dei versi, abituato o meno, semplicemente l'essenza del concetto; questa è stata la vera rivoluzione. Verlaine azzera la loquacità del passato sui sentimenti e li riduce a un punto in cui è concentrato il fuoco, che arde chiunque lo approcci. Se l'amore è rappresentato come un viaggio incessante senza sosta, nonostante gli ostacoli e la malinconia dei ricordi, le poesie a sfondo sociale non sono meno importanti: i poeti maledetti, del resto, hanno rappresentato il gruppo che nella seconda metà dell'Ottocento ha stravolto la letteratura francese con una poesia delicata nella forma ma aspra nei contenuti sotto questo punto di vista, che ha saputo fare dello spleen, termine coniato da Baudelaire per esprimere il concetto di malinconia dovuta al disagio esistenziale, la sua bandiera. In particolare Verlaine, uomo incline alla depressione e alla violenza, incarna perfettamente nei suoi versi la disperazione amorosa e il disagio sociale. La perfezione formale è combinata con uno stato d'animo spesso alterato e schiavo di immagini evocative riportate su carta rielaborate, mitigate, ma da dove traspare esattamente l'anima dello spleen.

I suoi versi carichi sono un vero rogo che avvolge il lettore, lo coinvolge in maniera indiretta in un triangolo con la tristezza esistenziale accompagnata dal suo esatto opposto, la passione sfrenata, in un controsenso che incendia veramente gli animi.

Vi lascio alcuni versi e vi posso solo consigliare questo: bruciate, ogni volta che potete. Bruciate, ogni volta che leggete.

Spleen

Le rose erano tutte rosse e l’edera tutta nera. Cara, ti muovi appena e rinascono le mie angosce. Il cielo era troppo azzurro troppo tenero, e il mare troppo verde, e l’aria troppo dolce. Io sempre temo – e me lo debbo aspettare! Qualche vostra fuga atroce. Dell’agrifoglio sono stanco dalle foglie laccate, del lustro bosso e dei campi sterminati, e poi di ogni cosa, ahimè! Fuorché di voi.

Le conchiglie

Ogni incrostata conchiglia che sta In quella grotta in cui ci siamo amati Ha la sua propria particolarità. Una dell’anima nostra ha la porpora Che ha succhiato nel sangue ai nostri cuori Quando io brucio e tu a quel fuoco ardi; Un’altra imita te nei tuoi languori E nei pallori tuoi di quando, stanca, Ce l’hai con me perché ho gli occhi beffardi. Questa fa specchio a come in te s’avvolge La grazia del tuo orecchio, un’altra invece Alla tenera e corta nuca rosa; Ma una sola, fra tutte, mi sconvolge.

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Vola, canzone, rapida

Vola, canzone, rapida davanti a Lei e dille che, nel mio cuor fedele, gioioso ha fatto luce un raggio, dissipando, santo lume, le tenebre dell’amore: paura, diffidenza e incertezza. Ed ecco il grande giorno! Rimasta a lungo muta e pavida – la senti? – l’allegria ha cantato come una viva allodola nel cielo rischiarato. Vola, canzone ingenua, e sia la benvenuta senza rimpianti vani colei che infine torna.

Noi saremo

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi che certo guarderanno male la nostra gioia, talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero? Andremo allegri e lenti sulla strada modesta che la speranza addita, senza badare affatto che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero? Nell’amore isolati come in un bosco nero, i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza, saranno due usignoli che cantan nella sera. Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile, non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio. Uniti dal più forte, dal più caro legame, e inoltre ricoperti di una dura corazza, sorrideremo a tutti senza paura alcuna. Noi ci preoccuperemo di quello che il destino per noi ha stabilito, cammineremo insieme la mano nella mano, con l’anima infantile di quelli che si amano in modo puro, vero?
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