• Rebecca Di Schino

Manzini VS De Giovanni

Il derby del giallo italiano.

Roma e Napoli. Il primo, Manzini, è scrittore, sceneggiatore, attore e regista; l’altro, De Giovanni, è autore, sceneggiatore e drammaturgo. Entrambi si occupano di romanzi gialli. Entrambi si sono fatti, nel vasto mare dell’editoria thriller italiana, ben più di un semplice nome. Sellerio il primo, Einaudi l’altro, come a voler concretizzare, con due dei marchi editoriali più forti e precisi su territorio nazionale, la loro posizione indiscussa, la loro forza espressiva, il loro seguito scelto, calibrato, esigente. Tanto quanto la loro penna, del resto.

Una produzione alquanto vasta li accomuna, seppur diversa e determinante, ma per entrambi si può dire che siano i diretti discendenti di quel genere che solo Camilleri aveva saputo rendere davvero grande.

Ora, parlare per coppie è abbastanza difficoltoso, eppure, nonostante i background personali e la scelta di ambientare i propri romanzi in luoghi decisamente diversi tra loro, la contesa del podio non è affatto prevedibile. Scegliere chi vince questa sorta di confronto in cui mi sono andata a infilare è come scegliere tra la pizza e la pasta: impossibile. L’impatto sul pubblico che Maurizio De Giovanni e Antonio Manzini hanno lasciato ha un che di stupefacente, probabilmente grazie al tipo di personaggi che li hanno avvicinati per davvero alle masse. Perché si sa, la lettura è in calo da anni in Italia, e anche se vengono stampati e pubblicati centinaia di titoli nuovi ogni settimana, le statistiche continuano a rimanere impietose e a comunicarci quanto poco ci filiamo questi nuovi libri in uscita. Fortunatamente, però, la tv la guardano tutti, e mamma Rai, da brava scovatrice di talenti e carte conosciute che genererebbero sicuri profitti e uno share da fare invida alla Mediaset del Grande Fratello Vip (e meno male aggiungerei) scava proprio tra gli scaffali delle librerie. Ecco che, quindi, appaiono serie tv su serie tv, quattro/sei puntate al massimo, in modo da tenere alto l’interesse, in modo da assicurarsi almeno tre o quattro stagioni. Non siamo ancora al livello del ventennale Montalbano, ma anche i due autori di cui sopra stanno avendo la loro quota di consensi e, come spesso accade, c’è chi li conosceva già e chi li ha scoperti proprio con uno zapping mirato nelle noiose sere passate in apatia sul divano.

Il fatto divertente è che sia Manzini che il collega hanno iniziato a pubblicare i libri delle due saghe che maggiormente li hanno portati alla fama negli stessi anni, tra il 2012 e il 2013, quando per la prima volta comparvero sulle scene letterarie le avventure alquanto particolari del Vicequestore Rocco Schiavone e quelle del chiuso e tormentato ispettore Giuseppe Lojacono. Due uomini di legge, che più diversi non potrebbero essere, con un passato che li ha portati lontano dalla propria terra: il primo, dopo l’assassinio della moglie e parecchi guai con la polizia di Roma, invece di essere cacciato è stato praticamente mandato in esilio, con un terrificante trapianto nella gelida Aosta; il secondo, accusato di aver passato informazioni alla mafia agrigentina, viene trasferito senza mezzi a Napoli, in un commissariato con sede in una delle zone più malfamate della città. I conflitti emotivi non mancano, l’azione e i risvolti drammatici, divertenti e personali fungono da sfondo a due uomini che hanno rapito il pubblico, lettori o spettatori che siano.

La saga di Rocco Schiavone continua a fruttare consensi anche per la scelta dell’attore che lo interpreta nell’omonima serie televisiva, Marco Giallini, che, come il nero, sta davvero bene su tutto. Una facciata burbera, quella del vicequestore, con una professionalità sul lavoro che, per quanto spesso lasci un po’ a desiderare, trova il modo di arrivare alla verità, sempre. Metodi poco ortodossi per un poliziotto, come il continuo consumo di marijuana, che servono ad anestetizzare il dolore per la morte della moglie e la difficoltà di lasciarla andare, accettare la sua assenza, vivere finalmente con la consapevolezza di essere rimasto solo. Ma Marina lo accompagna nei suoi monologhi notturni, nei sogni inquieti, nei ragionamenti contorti che gli servono per risolvere i suoi casi, come un continuo occhio al passato, alla sua vita, a quella Roma da cui è stato brutalmente bandito.

Il protagonista di De Giovanni, invece, dalla moglie è stato lasciato per suo volere, non potendo accettare le accuse di connivenza con la mafia, il disonore di un poliziotto che non è stato radiato solo per le sue abilità investigative. Una famiglia distrutta, quella siciliana, che vede Giuseppe Lojacono (che la Rai ha pensato bene di far impersonare ad Alessandro Gassman) a doversi arrabattare nel commissariato di Pizzofalcone, sede di un gruppo di poliziotti chiamati non a caso "bastardi", in una Napoli che non è per nulla come ce la aspettiamo. Una citta che l’autore descrive come cupa, distaccata, senza quel calore tipico e la convivialità con cui siamo abituati a immaginarla.

Una Napoli spoglia, quasi, che fa da eco a quella Aosta piena di neve, tanto distante da Agrigento la prima quanto lo è da Roma la seconda. E fa da nota stonata l’idea del disagio del cambio di vita dei due protagonisti, l’adattamento ad una realtà così diversa da quella a cui erano abituati, ma che diventa, all’improvviso, una nuova occasione per andare avanti, cambiare vita e riscoprire sé stessi.


Il giallo, in quanto genere narrativo, è senza dubbio uno dei miei preferiti. Credo sia l’unico che riesca davvero a concentrare tutto quello che si cerca in un libro. Si legge per cercare quella frase scritta apposta per noi, parafrasando Erri De Luca, e nei noir, nei thriller, queste frasi si susseguono in continuazione. Una morte brutale, un ragionamento contorto, una crisi iniziale, tutti questi eventi contengono la motivazione di ogni personaggio che, poi, a ben pensare, è la motivazione dell’autore. E in quelle due o trecento pagine, la nostra piccola parte, quella scritta per noi, ad un tratto si trova sempre. Sembra, a volte, che sia il destino a farci scegliere un determinato libro piuttosto che un altro; la verità è che in ogni libro siamo noi a inserire qualcosa di personale. E la ritroviamo perché quella frase che ci sembra così azzeccata, in verità, siamo stati noi a mettercela. È il nostro stato emotivo e mentale che sceglie cosa trovare di privato, e tanto più il romanzo è cruento, la storia è contorta e le motivazioni sono difficili da comprendere, più scopriamo noi stessi, nello stesso tempo che l’investigatore impiega per scoprire il colpevole.

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