• Alessandra Libertini

Maya Angelou: Per chi non la conosce ancora.



Conobbi il nome di Maya Angelou per caso, in un film, più o meno una decina di anni fa.

In questa pellicola a citarla erano delle parrucchiere di colore che, nel loro beauty shop del “ghetto” in Atlanta, inneggiavano la femminilità citando una sua stupenda poesia:


La mia sensualità ti disturba? Ti giunge come una sorpresa Che io balli come se avessi diamanti Al congiungersi delle mie cosce? … Lasciando dietro notti di terrore e paura Io mi ergo In un nuovo giorno che è meravigliosamente limpido Io mi ergo Portando i doni giunti dai miei antenati, Io sono il sogno e la speranza dello schiavo. Io mi ergo Io mi ergo Io mi ergo.

Io non so niente del sentimento della pelle nera, dell’ancestrale tara della schiavitù così esasperata in questi fotogrammi, dell’evoluzione degli afroamericani in un posto del mondo nuovo per i loro antenati e di quel cordone ombelicale che dondola al canto di piantagioni mosse dal vento con la speranza di riscatto. Non conosco altro che alcune letture sull’argomento. Devo ammettere, però, che mentre guardavo il film e vedevo queste donne di colore ergersi dalle poltrone con le loro mantelle di plastica e i bigodini in un sentimento di empatia, coesione, forza e unione così antica, mi è venuta la voglia matta di saltare sul letto e gridare: IO MI ERGO!

E così feci, alla sola presenza della mia gatta anziana che nemmeno si svegliò dal sonno per vedere questa scena inopportuna, come la maggior parte delle mie quando ho voglia di mescolarmi con ciò che non riesco a capire se non facendo così, concedendomi teatralmente alla situazione.

Il nome di Maya Angelou si erge sempre nei miei pensieri di rivalsa e di traguardo da quando avevo vent’anni, ma all’epoca ero troppo occupata a preoccuparmi di altre letture, diversi modi di intendere la letteratura, diversi sentimenti che soffiavano sulle vele della mia voglia di conoscenza. Così, la scoprii da grande e mi piacque così tanto che, nel momento più nero della mia vita, divenne materialmente parte del mio avambraccio, una colata d’inchiostro indelebile da portare con me per sempre.

Scoprii che questa dea afroamericana era una signora che visse per ben ottantasei anni, ripartì la sua esistenza in un'autobiografia in sette parti pubblicata nell’arco di cinquant’anni: la prima biografia fu la più famosa, intitolata Il canto del silenzio (I Know Why the Caged Bird Sings, 1969), nella quale racconta la propria vita fino all'età di diciassette anni, incontrando un grande apprezzamento a livello internazionale. Scrisse inoltre saggi, numerosissime poesie, libri per bambini, scritti teatrali, oltre che lavori per produzioni televisive. Ricevette un certo numero di premi, oltre che più di trenta dottorati di ricerca honoris causa.

È stata insignita di diverse onorificenze, finalista del premio Pulitzer nella sezione poetica con la sua prima raccolta di versi Just Give Me a Cool Drink of Water 'fore I Diiie, venne nominata membro della commissione degli Stati Uniti. Infine, come ultima cosa ma non per importanza, anzi, tutto il contrario, fu un’instancabile attivista per i diritti della donna.

Come donna, non fu aiutata dal periodo storico in cui visse come ragazza madre a soli diciassette anni, ritrovandosi a fare anche lavori umili per mandare avanti la sua vita. Non può che chiamarsi favola nelle menti più banali la sua vita: da prostituta e spogliarellista a docente presso la Wake Forest University di Winston-Salem, nella Carolina del Nord, dal 1982; da cameriera, da mezzana ad attivista fianco a fianco con Malcom X e Martin Luther King junior. Sopportò la vergogna, la censura, ma lei si erse sopra le voci della condanna donandoci uno scorcio di vita dura e pura con un occhio sensuale e mai volgare, con un velato erotismo alle volte e con la genuinità di chi ha quotidianamente dimostrato in modo sfacciato che essere donna, nera e istruita era un marchio a fuoco che bruciava solo sulla pelle altrui. Proprio per questo motivo, sono le sue autobiografie ad essere etichettate come le opere fondamentali, sebbene lei sia stata una poetessa affermata (ed amata da me alla follia soprattutto sotto questo punto di vista), dividendo i critici tra chi ritiene i suoi poemi di poco conto e chi invece no, classificandola nella tradizione orale afroamericana e trovando un filo conduttore tra lei e Frederick Douglass, Martin Luther King, Jr. e Malcolm X.

Delle sue poesie mi rapisce il loop di velata autocelebrazione in cui smette di essere una donna e diventa la vita che scorre nei suoi luoghi del cuore, dove rimane una donna che ammira il fluire dell’esistenza al di fuori del suo corpo, smette di essere donna e diventa voce delle donne oppresse, incarnando così la sua eredità nell’universo. La sua arroganza non sorprende, citando la bellissima poesia in cui solleva tutta la mia grinta: è quella delle donne “con le palle”, direbbero i banali amanti dei luoghi comuni. Delle donne immerse nella loro voglia di ergersi, direbbe chi è saggio.

Puoi spararmi con le tue parole, Puoi tagliarmi coi tuoi occhi, Puoi uccidermi con il tuo odio, Ma ancora, come l’aria, mi solleverò.

(Maya Angelou - Ancora mi ergo)

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