• Rebecca Di Schino

Mitologia greca: l'uomo dietro il dio


Ti dirò un segreto, una cosa che non insegnano. Gli Dèi ci invidiano, ci invidiano perché siamo mortali, perché ogni momento può essere l’ultimo per noi, ogni cosa è più bella per i condannati a morte...

Troy, 2004

Storicamente poco accurato, è vero, ma resta uno del film più avvincenti che abbia mai visto. C’è da dire che riassumere dieci anni di guerra e un poema di quasi 16mila versi, con annessi e connessi di battaglie, scene epiche, grandi nomi e immortali scontri diventava complicato avendo solo due ore a disposizione. Troy, comunque, ci da un primo assaggio, nella frase che vi ho riportato sopra, di quella che è, secondo me, la vera essenza della mitologia classica.

Oggi, nonostante siano passati oltre duemila anni dall’inizio di quello che è il culto cristiano a cui siamo abituati e con il quale, noi occidentali, siamo cresciuti, le considerazioni di base che definiscono le grandi religioni monoteiste non si sono modificate più di tanto nel tempo. Possiamo chiamarlo in molti modi (Dio, Allāh, Yahweh) ma resta il fatto che sia uno solo, onnipotente, giudice supremo e, soprattutto perfetto. Perché è di questo che abbiamo bisogno, della perfezione. Nella consapevolezza della nostra imprecisione, dei nostri sbagli, delle nostre anime corruttibili, noi umani abbiamo la necessità di guardare a qualcuno che sia talmente al di sopra degli errori mortali che, alla fine dei tempi, colui che ci giudicherà deve necessariamente possedere la dote dell’ineccepibilità.

Fortunatamente per noi, gli amanti della storia e dei racconti classici, non è sempre stato così. La religione greca, da cui poi, con le dovute modifiche e aggiunte, si è sviluppata quella romana, si fondava su una quantità esorbitante di dèi. Giganteschi, potentissimi, ognuno con il proprio compito ma, soprattutto, ognuno con i propri difetti. La cosmogonia, in questo senso, vede la presenza di più creatori che, interagendo tra loro, hanno dato origine al mondo come lo conosciamo. Nel frattempo, in un antico Beautiful, gli dèi che si sono dati la pena di costruire il mondo dei mortali hanno vissuto le proprie vite (dalla nascita alla non morte in effetti) comportandosi come i personaggi più biechi di una comunissima soap opera. Invidie, gelosie, deliri di onnipotenza, inganni, tradimenti, violenze (di ogni tipo, dallo stupro alle mutilazioni) e distruzione sono stati i cardini di quella nuova classe di divinità che tutti conosciamo e che, nel profondo, ammiriamo. Come giustamente ha affermato Achille nel passo tratto dal film che vi ho citato, infatti, la vita degli dèi immortali aveva bisogno di una svolta, di un po’ di pepe. Quando sai di essere eterno, ma possiedi tutte le qualità che hai in qualche modo “donato” anche agli uomini, è ovvio che la noia a un certo punto si faccia sentire. La mortalità, la sensazione di effimero che colma le esistenze della nostra razza, rende l’esistenza più interessante. Il godimento di ogni momento, la sensazione che ogni attimo possa essere l’ultimo, che una qualsiasi situazione non programmata possa mettere il punto a un’intera vita ancora da vivere rende ogni momento, dall’alzarsi la mattina all’andare a letto la sera, come unico nel suo genere. Il dio che ci piace oggi, al quale rivolgiamo le nostre preghiere, è un dio che è al di là di queste sensazioni di temporaneità. Non comprenderebbe mai cosa significa avere timore di non risvegliarsi più. Per simulare l’eterno ci siamo creati un’immagine di divino che staziona nell’oltre, in un’“universo” altro in cui la vita immortale esiste ma va guadagnata con il sacrificio di quella terrena. Tra l’altro non tutti sono predisposti alle gioie paradisiache.

Il bello degli dèi classici, invece, è proprio l’universalità della morte. L’Oltretomba è uno solo e, chi prima chi dopo, tutti sono destinati a pagare Caronte affinché traghetti la propria anima finalmente immortale. Tutti uguali, dunque, uomini e dèi, che si guardano a vicenda, si sfidano a vicenda, si fanno i dispetti. La vasta ed eterogenea gamma di sentimenti che riempie il cuore di queste divinità li rende dei superuomini immortali. Una vicinanza di intenti, di comportamenti, anche i più bassi, che abbiamo difficoltà ad associare, ancora oggi, a un’entità superiore che adoriamo.

Eppure il rapporto stretto e cooperativo di uomini e divinità riempie le pagine delle più belle opere classiche. Storie di padri e madri immortali che hanno trovato conforto, o semplicemente carnale piacere, nelle braccia di un umano generando la vasta progenie di semidei che si è distinta, in particolare, nelle imprese eroiche che tutti conosciamo. Figli sacrificati, figli nati da stupri (Zeus fu il primo e il più prolifico in questo senso), figli scambiati, abbandonati, nascosti, ammutinati (e con gli ammutinamenti si parte presto, già solo con gli dèi olimpici che destituiscono i Titani). La presenza di semidei nella letteratura classica, sia greca che romana, ha avuto come scopo quello di creare un ponte tra verità e finzione, tra storia e credenze. Si tratta, spesso, a parte rari casi di confusione o molteplici versioni, di alberi genealogici talmente ben definiti da generare incredulità e dubbi sul fatto che possa non essere davvero accaduto. Esempio banalissimo: Enea. Enea fa da ponte tra la mitologia greca e quella romana; è uno dei pochi che riesce a scampare indenne dalla carneficina della guerra di Troia e, soprattutto, dalla distruzione della città. La stessa guerra non si sa se possa avere basi storiche, benché siano stati fatti scavi nella regione in cui doveva collocarsi la città di Troia e le sue celebri mura e nonostante il fatto che molti personaggi inseriti nel celebre poema omerico siano esistititi. L’intervento di divinità del calibro di Apollo, Ares, Atena e Afrodite, tuttavia, crea qualche perplessità. Enea era egli stesso figlio della dea della bellezza; la sua partenza dalla città natale ormai distrutta lo porta a compiere un viaggio epico, appunto, narrato da Virgilio nell’Eneide, in cui si celebra il mito della fondazione della dinastia Giulio Claudia. Ed ecco che, a parte un breve tour nell’Oltretomba, si ripassa dal mito alla storia.

Ogni occasione era buona per spiegare, attraverso il mito e i racconti orali, come da qualche intervento divino o collaborazione più o meno positiva degli dèi con gli uomini si sia inventato questo o sia nato quello. Narciso e Giacinto, due fiori conosciutissimi nati dal sangue e dalla morte dei giovani che portavano quei nomi. Pandora e il suo vaso che, in colpo solo, hanno dato origine alla misoginia dovuta al fatto che le donne fanno solo guai, alla curiosità tipica dell’essere umano e all’espansione globale di dolore, sofferenza e malattie. Le tragedie di Ifigenia, Medea, Clitennestra, i grandi racconti degli Argonauti di Giasone, le imprese di Teseo e di Ercole, ognuna di queste opere prende spunto dai protagonisti che si sono distinti in qualche impresa, che hanno avuto a che fare con gli dèi, che sono morti o sono stati “glorificati” in nome di un sentimento più alto ma decisamente terreno.

Il dio dietro l’uomo, quindi, che lo conforta nelle imprese, che ne esalta le vittorie o ne punisce le colpe. Ma anche l’uomo dietro il dio, che decisamente non è onnisciente, che conosce gli uomini perché ci vive in mezzo, che si abbassa alla corruzione morale con l’aggiunta, peraltro, di una vasta selezione di poteri cosmici.

Va da sé che fosse necessario un gran numero di dèi, proprio per rendere più “realistica” l’idea che fossero quanto più simili possibile agli uomini. Creati a loro immagine, a volte generati direttamente da loro, gli uomini diventavano una sorta di versione mortale della corruzione morale che risiedeva nell’Olimpo. Un rapporto di dare e avere che accomunava gli uni agli altri, con le dovute differenze del caso, per comprendere al meglio come potesse esistere questa differenza di comportamenti e temperamenti tra i mortali. I dodici dèi maggiori, poi, possedevano davvero tutte le qualità umane, con l’aggiunta di una bellezza estrema e una potenza senza pari.

La ricerca continua della perfezione, del ripristino di una condizione di purezza che sulla terra, per cause di forza maggiore, non era possibile ottenere, ha fatto perdere la forza del culto politeista, riconducendo i grandi pregi, la potenza, l’onniscienza e la perfezione ad un’unica entità e lasciando a noi, popoli del futuro, una selezione delle più belle e avventurose e drammatiche e straordinariamente verosimili opere che la letteratura di tutti tempi abbia mai avuto il privilegio di conoscere.

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