"Noi serial killer siamo i vostri figli, i vostri mariti, siamo ovunque!"

Aggiornamento: 29 ott 2020

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Il sadismo è una passione innata e finché rimane fine a sé stesso e resta al livello di puro interesse accademico, senza sfociare in accuse di omicidio plurimo, il problema non si dovrebbe porre. Tuttavia, la mia passione per il vedere scorrere sangue con lo stesso ardimento con cui mi cimento nella lettura di grandi storie d’amore potrebbe significare che i miei gusti sono alquanto particolari e, come direbbe un fissato dello zodiaco, ciò dipende dal fatto che sono un Pesci e, dunque, ovviamente bipolare a livello emotivo.

Detto ciò, io lo so che prima o poi mi rinchiuderanno in qualche manicomio stile Arkham Asylum, ma immagino che l’interesse che ho iniziato a coltivare per i serial killer sia segnale di un’evoluzione della mia psiche. Non sono tanto pazza da ammirarli, o volerli emulare, ma ricordo con nostalgia le lezioni di psicologia e scienze comportamentali che ho seguito ai tempi dell’università. Il cervello è una macchina stupenda, così complessa, così articolata; conoscerne tutti i segreti è praticamente impossibile, c’è sempre qualcosa da scoprire ed è sempre qualcosa che mai ci aspettavamo potesse esistere in un concentrato di cellule anche relativamente piccolo. Entrare nei dettagli della neurologia, ahimè, non è materia di mia competenza, ma il fascino scaturito dai comportamenti altrui, in particolare i più perversi, quello forse si può raccontare. E niente c’è di più perverso e sadico del capire perché qualcuno uccida.

Non stiamo parlando di raptus improvvisi, di vendette immediate, ma di metodo, pianificazione, scelta. Un copione che si ripropone, ogni volta allo stesso modo, per l’unico scopo, spesso, di provare piacere nel dolore altrui. È un fenomeno, quello dei killer in generale e dei seriali in particolare, che si sta ancora studiando: psichiatri, squadre speciali delle forze dell’ordine, neurologi, comportamentisti, psicologi, criminologi, tutti a lavoro per tentare di prevenire ciò che, fondamentalmente, non può essere davvero prevenuto.

Tra siti specializzati, serie tv, documentari e film mi sono imbattuta in moltissime storie di serial killer: nomi assurdi, gusti perversi, sadismo, crudeltà, ferocia, metodo, rituali, ognuno con un proprio scopo, ognuno per un determinato motivo, ma tutti egualmente creati da uno stesso substrato sociale, culturale, familiare ed emotivo che li ha spinti a comportarsi in un certo modo.

In questo mese gotico, io e Ale ci siamo molto divertite a sviscerare i grandi temi horror, dalla letteratura alla cinematografia, parlando del falso e del fantastico, di ciò che l’uomo ha creato con la fantasia o con le credenze popolari per spaventare il prossimo. Ma ogni leggenda parte da un fondo di verità, quelle convinzioni, spesso legate a credenze religiose particolarmente bigotte e chiuse, che hanno dato al mondo l’immagine della strega, tanto per dirne una. Ma che succede se l’orrore, invece di essere finzione e circoscritto a un giorno specifico dell’anno, risiedesse nel nostro vicino di casa, nel nostro fidanzato, in nostra moglie, o in qualcuno dei nostri figli? Cosa accadrebbe se ci rendessimo conto che tutto quello che credevamo vero è, invece, il frutto di una costruzione fasulla di una realtà che serve solo a nascondere il mostro che risiede in qualcuno che amiamo?

Ho letto tante storie, davvero, e anche se la definizione di “serial killer” è piuttosto recente – ovvero a partire dagli anni Settanta grazie al lavoro dei primi profiler dell’FBI Robert Ressler e John Douglas – si trovano, andando indietro nella storia, centinaia di nomi e di casi di assassini seriali, con decine e decine di omicidi alle spalle. Normalmente sono persone che tendono a compiere omicidi rituali, stesso modus operandi ma nessun movente apparente, con la spinta emotivo-sessuale che porta loro a scegliere le proprie vittime in modo compulsivo. Tra i vari nomi che ho trovato, e le loro storie, alcune davvero raccapriccianti, quello che continua a colpirmi resta Ted Bundy. Lo so, sono mainstream, quasi ovvia, ma vi giuro che tra tutti quelli che ho studiato e ricercato Bundy è stato colui che ha ridefinito, per me, il concetto di “brividi”. Un uomo normalissimo, affascinante, benvoluto. Innamorato della sua compagna, affezionato alla figlia di lei. Il ragazzo ideale, insomma. In anni di attività non ha mai perso un colpo, non ha mai sbagliato un bersaglio e nonostante la ferocia che ci vuole per fracassare il cranio a una ragazza, o decapitarla come ha fatto, con una sega a mano, una delle ultime volte, tornava a casa con il sorriso, senza mai uno scoppio d’ira, senza mai farsi tradire da una parola sbagliata, insinuatrice infame di un sospetto arrivato solo molto tardi. Un uomo intelligente e sveglio, che ha fatto diventare un processo per omicidio plurimo un evento mediatico, sfidando avvocati, pubblico ministero, giudice e polizia. Uno showman che, per poco, con la convinzione con cui proclamava la propria innocenza, era riuscito a incantare un intero Paese. Questo, per me, è il vero orrore: fingere fino al punto di non ritorno, creare una realtà alternativa, approfittarsi dell’amore degli altri e nascondere la propria natura malata. E mentire, fino alla fine, fino alla sedia elettrica.

Ma Bundy, comunque, è stato uno degli ultimi di una lunga serie precedente. Uno di quelli che hanno aiutato l’FBI a definire il profilo dei serial killer ma, c’è da dire, nemmeno uno dei più violenti, forse.

Nomi storici che ancora riecheggiano nella cronaca sono: Elizabeth Bathory, tanto per dirne una, di cui vi avevo già parlato mesi fa e che avrebbe dovuto farvi scattare un campanello d'allarme sui miei gusti discutibili, che ha ucciso quasi 400 ragazze intorno alla metà del Cinquecento; Jesse Pomeroy, americano, metà dell’Ottocento, la più giovane persona del Commonwealth nel Massachussetts ad essere condannata per omicidio di primo grado visto che a soli quindici anni iniziò a prediligere i bambini come vittime e il primo omicidio fu di un bimbo di appena quattro anni trovato appeso a una corda e ricoperto di lacerazioni e ferite; Dar’ja Nikolaevna Saltykova, nobildonna russa del Settecento, torturò 38 serve, e questo è solo il numero di quelle accertate visto che si sospetta che ne abbia massacrate e uccise oltre 140. Gilles de Rais, francese del primo Quattrocento, presunto serial killer della Francia medioevo-rinascimentale...

Potrei andare avanti per ore a raccontarvi di BTK, alias Dennis Rader, o di David Berkowitz, conosciuto alle cronache come il Figlio di Sam, o ancora Zodiac, 5 vittime accertate, 37 presunte e mai arrestato, o Edmund Kemper, il Killer delle studentesse, che uccise, seviziò e stuprò con atti di necrofilia le sue vittime prima di essere arrestato. E ancora il Cannibale di Milwaukee, Killer Clown, The Night Stalker, La Bestia. Spesso e volentieri, oltre all’efferatezza e alla violenza, ciò che fa notizia è il “nome d’arte”: a parte qualche caso sporadico, i serial killer, recenti o meno, vengono tutti ricordati per il soprannome affibbiatogli loro dal popolo e, soprattutto, dai media. Come se l’idea stessa che ci sia un pazzo che gira e che potrebbe avere proprio te come vittima ideale non fosse abbastanza, ecco che si crea intorno alla sua figura la leggenda, un nome che suona bene, che fa notizia e che diffonde un’aura di mistero a colui che già di per sé sta diffondendo terrore. Ed è terrore reale, non inventato, fantasioso, creato ad arte per spaventare i bambini vestiti da fantasmi in cerca di caramelle. Sono uomini e donne senza empatia, con profondi disturbi a livello emozionale, temprati da un’infanzia corrotta, costruita su violenze, abusi e predilezione verso il sangue e il dolore, proprio o altrui.

In Italia abbiamo avuto i nostri bei nomi, dalla Saponificatrice di Correggio al Mostro di Firenze, ma i casi di cronaca degli ultimi venti anni ci hanno insegnato che non serve rientrare nella categoria di serial per incutere terrore. Qui da noi tutti ricordano il delitto di Cogne, anche perché la Franzoni è stata più in tv che in carcere, e quello di Erba, ma scommetto che ancor più vi ricordate il duplice omicidio di Novi Ligure. Erica e Omar, sedici e diciotto anni, hanno fatto a pezzi, letteralmente, la madre e il fratellino di lei. Una storia raccapricciante, terrificante, inquietante, eppure è accaduta a casa nostra: potevano essere i nostri vicini, poteva succedere a chiunque. E la storia che ci fa tanto ridere dell’era-tanto-una-brava-persona-salutava-sempre dimostra esattamente quello che vi dicevo prima di Ted Bundy: il mostro può nascondersi in chiunque. Ed è, questa, una verità che fa decisamente più paura di una qualsiasi storia di Halloween o di un libro a caso di Stephen King. Perché è la realtà, da sempre, la più grande fonte di terrore, e nulla potrà cambiare questo fatto, non a caso i grandi casi reali hanno generato anche materiale per la cinematografia. Qualche esempio? Jack lo Squartatore, Ronald De Feo (ispiratore della leggenda di Amityville) e la Strega di Blair.

Per chi fosse interessato a qualche altra storia di Serial Killer particolarmente fantasiosi e violenti, o di assassini che hanno ridefinito l’idea del macabro:

  • Henry Howard Holmes: costruttore di un castello delle torture medieval style;

  • Gertrude Baniszewski: ha seviziato e ucciso con i figli una ragazzina che aveva preso in casa;

  • Il Canaro della Magliana: cannibale nostrano;

  • Charles Manson: per lui non c’è bisogno di aggiungere descrizioni ma andatevi a sentire le dichiarazioni e le interviste rilasciate… Joker, in confronto, è un dilettante.

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