• Alessandra Libertini

Oltre la campana di vetro di Sylvia Plath: storia di un tormento, storia di un genio.


La scorsa settimana abbiamo parlato della bellissima Anne Sexton e questa parliamo della sua più cara amica.

Come ho spiegato nell'articolo precedente di questa rubrica, le due figure rappresentano per me una tappa fondamentale della mia vita: il momento in cui le ho conosciute è stato il momento in cui ho pensato di essere cresciuta e avere tutto ciò di cui avevo bisogno. Il momento in cui le ho omaggiate negli articoli è il momento in cui mi rendo conto che quel tutto forse oggi, senza un motivo, sta svanendo. E non sono ancora cresciuta come volevo.

Due donne che con la loro vita mi portano davanti agli occhi la mia stessa fragilità, ma anche momenti bellissimi, e che mi fanno venire in mente la cosiddetta leggenda del filo rosso. Spero l'abbiate presente: quella che dice che due anime sono legate da un filo rosso invisibile e, per quanto possano andarsene in giro per il mondo, si ritroverebbero sol tirandolo, per quanto intorcinato sia? Ecco, io me le immagino così Anne Sexton e Silvia Plath dal loro primo incontro al seminario di poesia di Robert Lowell alla composizione della Sexton per la morte della sua amica, suicida; probabilmente, potrei estendere la mia immaginazione alla loro fine identica, avuta per mano propria a causa dell'asfissia dei gas, la prima del forno, la seconda dell'automobile.

Mi domando se lo stesso legame che avevano, nel profondo, fosse realmente paragonabile a quello che sentivo di avere nella mia vita, che ancora sento ma, se tiro il filo, è così aggrovigliato da non far percepire lo strattone.

La vita di Sylvia Plath, bostoniana, classe 1932, è stata un lungo susseguirsi di contraddizioni, espresse, come abbiamo visto qualche mese fa, nel suo romanzo La campana di vetro: di origini europee, orfana di padre molto presto, Sylvia sviluppò prestissimo la propensione al mettere le sue emozioni su carta, tant'è che, in diverse fonti librarie, si ricorda come abbia scritto il suo primo componimento letterario prima dei dieci anni, pubblicandolo, addirittura. Da lì,due binari paralleli dell'esistenza sembravano percorrere il suo cammino: quello della scrittrice, affermata, sposata, con prole, tipica immagine della fragile donna americana appartenente alla fetta migliore della società, immagine dell'american dream degli anni Cinquanta/Sessanta; quello poi che viaggiava attraverso il lato oscuro della sua vita, sul filo di un opprimente disturbo depressivo che la portò a violenza verso se stessa, tentativi di suicidio plateali (provò a murarsi viva) e, infine, la già citata morte.

Unguento per lenire le ferite dell'anima è la poesia, di stampo confessionale, sulla scia di Lowell (di cui fu allieva), la stessa Sexton, De Witt Snodgrass, Berryman e alcuni dei più importanti esponenti della beat generation come Ginsberg. Più che versi, i suoi sono occhi che, al loro interno, proiettano sia la visione del mondo esterno che quello interno, in un dualismo che si ripete continuamente dentro e fuori la figura dell'autrice stessa. I versi sono l'habitat dei sentimenti che, per un vita, sono stati più un peso che la molla di un alternarsi naturale di eventi che scaturisce l'evoluzione e crescita di ogni essere umano; questo insostenibile peso sulla sua fragilità emotiva non aveva altro sfogo che la carta, così La campana di vetro, la raccolta di poesie Ariel e le altre pubblicazioni non sono altro che una superficie riflettente di un'interiorità massacrata. E, da quello che si può leggere, di un'intelligenza e un genio rari, oltre che di una delicatezza estrema.


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