Pablo Neruda: Quel mio ménage à trois con lui, mio primo amore, e Prévert.


C'erano un'italiana, un francese e un cileno. Sembra l'inizio di una barzelletta, ma è l'inizio della mia vita immersa nella letteratura.

Qualche settimana fa annunciai uno dei miei peccati più gustosi: vivere un primo amore a tre con due grandi della letteratura, entrambi senza bisogno di presentazioni.

Il fascino del buon Neruda si presenta al mondo in tante forme ancora oggi, a quarantasei anni dalla sua morte; a me si è presentato quando ho iniziato a leggere, sotto forma di un volumetto un po' ingiallito. Di tutti i libri che avevo a casa, amavo l'immagine dell'Odalisca col tamburello di Matisse, scelta dalla Newton Compton nell'edizione del 1975 per le sue poesie d'amore. Mentre scrivo ce l'ho qui accanto, per niente ciancicato dai vari traslochi e dalle mie lacrime nel corso degli anni: questo libro è la mia mamma. Questo libro è il mio primo amore.

Ma cosa ne può sapere una bambina di sei anni, che imparò a leggere nel primo mese della scuola elementare, di cosa sia l'amore? Eppure, ricordo che lui e Prévert mi davano i brividi giusti. Ero una predestinata, un'amante della poesia.

Certo, capire le metafore era tutt'altra cosa, capire la costruzione e saperne ricavare una critica o spremere la composizione e farne un'immagine mentale era altro. La cintura non era la vita, ma era la cintura dei pantaloni, e il suo braccio che "la faceva come fiume" non era un abbraccio carnale ma mi indicava la morbidezza. Era come se la cintura di cuoio si fosse sciolta per magia sotto le sue mani. E quando scriveva

tutto è bello, bella, tutto è mio, mia, quando cammini o riposi, quando canti o sogni, sempre, quando sei vicina o lontana, sempre, sei mia, bella, sempre

era semplice da capire che la dolcezza e la bellezza di parole che venivano dette anche a me, piccola bambina dai capelli rossi che non ero altro, indicavano amore. Crescendo, diventando un'adolescente inquieta e forse un po' troppo ribelle, ho amato Faccio girar le mie braccia, che tuttora è il mio componimento preferito, parte di Il fromboliere entusiasta, del 1933. Io ve la propongo, se la considerate lunga potete tornare dopo perché, oltre, ancora si parla di Neruda. Magari può essere utile per contemplare l'infinito che è dentro di voi, come tentavo di fare io avendola davanti:

Faccio girar le mie braccia come due pale impazzite... nella notte tutta di metalli azzurri. Verso dove le pietre non giungono e ritornano. Verso dove i fuochi oscuri si confondono. Ai piedi delle muraglie che il vento immenso abbraccia. Correndo verso la morte come un grido verso l'eco. II lontano, là dove non v'è altro che la notte e l'onda del disegno, la croce dell'anelito. Vien voglia di gemere il più lungo singhiozzo. Bocconi davanti al muro che sferza il vento immenso. Ma voglio camminare oltre quell'orma: voglio sconvolgere quegli astri di fuoco: ciò ch'è la mia vita e sta oltre la mia vita, ciò che è d'ombre dure, di nulla, di lungi: voglio ribellarmi nelle ultime catene che mi leghino, eretto su questo spavento, in quest'onda di vertigine, e getto le mie tremule pietre verso questo nero paese, solo, sulla vetta dei monti, solo, come il primo morto, rotolando impazzito, preda del cielo oscuro che guarda immensamente, come il mare nei porti. Qui, la regione del mio cuore, colma di gelido pianto, bagnata di sangue tiepido. Sento da esso saltar le pietre che mi annunciano. Vi danza il presagio del fumo e della nebbia. Tutto di vasti sogni caduti goccia a goccia.    Tutto di furie, d'onde, di maree vinte. Ah, il mio dolore, amici, non è più dolore umano, Ah, il mio dolore, amici, non sta più nella mia vita. E in esso faccio vibrare le fionde che van sconvengo stelle! E in esso s'innalzano le mie pietre nella notte nemica! Voglio aprire nei muri una porta. Questo voglio. Questo desidero. Invoco. Grido, Piango, Desidero. Sono il più dolente e il più debole. Lo voglio. Ciò ch'è lontano, là dove ormai non v'è più che la notte. Ma le mie fionde girano. Sono. Grido. Desidero. Astro per astro, tutti porranno in fuga in schegge. La mia forza è il mio dolore, nella notte. Lo voglio. Aprirò quella porta. La passerò. La vincerò. Vi arriveranno le mie pietre. Grido. Piango. Desidero. Soffro, soffro e desidero. Desidero, soffro e canto. Fiume di vecchie vite, la mia voce scaturisce e si perde. Torce e distorce lunghe collane atterrite. Si gonfia come una vela nel vento celeste. Rosario dell'angoscia, non son io a recitarlo. Filo disperato, non son io che lo torco. Lo scatto della spada malgrado le braccia. L'annuncio in stelle della notte che viene. Son io: ma è la mia voce l'esistenza che nascondo. Il temporale di ululati e di lamenti e di febbri. La dolorosa sete che fa prossima l'acqua. La risacca invincibile che mi trascina alla morte. Allora il mio braccio gira, e la mia anima scintilla. S'arrampicano i tremori sulla croce delle mie ciglia. Ecco le mie braccia fedeli! Ecco le mie mani avide! Ecco la notte assorta! La mia anima grida e desidera! Ecco i pallidi astri tutti pieni di enigma! Ecco la mia sete che ulula sulla mia voce ormai morta! Ecco gli alvei pazzi che fan girare le mie fionde! Le voci infinite che preparano la mia forza! E piegato in un nodo di aneliti infiniti, nella notte infinita, getto e s'innalzano le mie pietre. Al di là di quei muri, di quei limiti, lontano. Devo superare i confini della luce e dell'ombra. Perché non debbo esser io? Grido. Piango. Desidero. Soffro, soffro e desidero. Tendo e ronzano le mie fionde. Il viandante che allungherà il suo viaggio senza ritorno. Il fromboliere che infrangerà la fronte dell'ombra. Le pietre entusiaste che faran partorire la notte. La freccia, la scintilla, la scure, la prua. Grido. Soffro. Desidero. Allora il mio braccio si alza verso la notte piena di stelle sconfitte. Ecco la mia voce estinta. Ecco la mia anima caduta. I vani sforzi. La sete ferita e infranta. Ecco le mie agili pietre che tornano e mi colpiscono. Le alte luci bianche che danzano e si estinguono. Le umide stelle assolute e assorte. Ecco le stesse pietre che sollevò la mia anima in combattimento. Ecco la stessa notte da dove ritornano. Sono il più dolente e il più debole. Desidero. Desidero, soffro, cado. Il vento immenso sferza! Ah, il mio dolore, amici, non è più dolore umano! Ah, il mio dolore, amici, non sta più nell'ombra! Nella notte, tutta di astri freddi ed erranti, faccio girar le mie braccia come due pale impazzite.

La solitudine, l'amore, il desiderio, il crescendo di tutto lo spettro dei colori della propria intimità: questo era il poeta nato nel 1904 in Cile con il nome di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, mutato nello pseudonimo in Pablo Neruda dopo il 1920, all'inizio della sua attività di scrittore, come omaggio allo scrittore ceco Jan Neruda.

Il suo stile, meraviglioso e denso, ha fatto in modo che tematiche inflazionate e versi decantati con parole molto semplici fossero un espediente per raggiungere chiunque si approcciasse alla sua lettura in modo diretto e comprensibile, rendendo ogni poesia un'immagine facilmente assemblabile negli elementi, rendendosi "masticabile" e per questo apprezzato veramente dalla più ampia fetta di lettori. Del resto, Gabriel Garcìa Marquez lo ha definito "il più grande poeta del XX secolo in qualsiasi lingua" e viene ritenuto il poeta più influente dell'America Latina. E non c'è da stupirsi se, nel 1971, abbia ricevuto il Nobel per la letteratura:

per una poesia che con l'azione di una forza elementare porta vivo il destino ed i sogni del continente.

Nella sua vita ha saputo coniugare l'attività poetica con la politica, divenendo console in Birmania nel 1927, in Argentina e Spagna, dove fu un grande attivista contro Franco, portando avanti la causa del comunismo nel corso della sua carriera ed esistenza tutta. Eletto senatore, a causa di uno scontro ideologico con Gabriel Gonzàles Videla, passerà un periodo di latitanza a seguito di un'ordinanza d'arresto e poi l'esilio. E la sua vita da allora, confinato nel'isola di Capri come un Napoleone sudamericano, la troviamo romanzata in quel meraviglioso film che è Il postino, firmato da Michel Radford con un immenso Massimo Troisi (Neruda viene interpretato da Philippe Noiret), tratto dal romanzo omonimo di Antonio Skàrmeta, scrittore cileno.

Vi lascio a seguire qualche altro suo verso. Vi ho lasciato la mia infanzia, la mia adolescenza, adesso vi lascio l'amore, pur non avendo più quelle aspettative sugli uomini: Pablo Neruda, nonostante il mio amore per la poesia sentimentale comprenda anche Prévert (e metto anche Hikmet, che stra-adoro) e molti altri, vince sicuramente su tutti. Il primo amore, non si scorda mai. Anche se è poliamore, è un poliamore gerarchico!


Qui ti amo.

Negli oscuri pini si districa il vento. Brilla la luna sulle acque erranti. Trascorrono giorni uguali che s'inseguono. La nebbia si scioglie in figure danzanti. Un gabbiano d'argento si stacca dal tramonto. A volte una vela. Alte, alte, stelle. O la croce nera di una nave. Solo. A volte albeggio, ed è umida persino la mia anima. Suona, risuona il mare lontano. Questo è un porto. Qui ti amo. Qui ti amo e invano l'orizzonte ti nasconde. Ti sto amando anche tra queste fredde cose. A volte i miei baci vanno su quelle navi gravi, che corrono per il mare verso dove non giungono. Mi vedo già dimenticato come queste vecchie àncore. I moli sono più tristi quando attracca la sera. La mia vita s'affatica invano affamata. Amo ciò che non ho. Tu sei così distante. La mia noia combatte con i lenti crepuscoli. Ma la notte giunge e incomincia a cantarmi. La luna fa girare la sua pellicola di sogno. Le stelle più grandi mi guardano con i tuoi occhi. E poiché io ti amo, i pini nel vento vogliono cantare il tuo nome con le loro foglie di filo metallico.

Il tuo sorriso

Toglimi il pane, se vuoi, toglimi l’aria, ma non togliermi il tuo sorriso. Non togliermi la rosa, la lancia che sgrani, l’acqua che d’improvviso scoppia nella tua gioia, la repentina onda d’argento che ti nasce. Dura è la mia lotta e torno con gli occhi stanchi, a volte, d’aver visto la terra che non cambia, ma entrando il tuo sorriso sale al cielo cercandomi ed apre per me tutte le porte della vita. Amore mio, nell’ora più oscura sgrana il tuo sorriso, e se d’improvviso vedi che il mio sangue macchina le pietre della strada, ridi, perché il tuo riso sarà per le mie mani come una spada fresca. Vicino al mare, d’autunno, il tuo riso deve innalzare la sua cascata di spuma, e in primavera, amore, voglio il tuo riso come il fiore che attendevo, il fiore azzurro, la rosa della mia patria sonora. Riditela della notte, del giorno, delle strade contorte dell’isola, riditela di questo rozzo ragazzo che ti ama, ma quando apro gli occhi e quando li richiudo, quando i miei passi vanno, quando tornano i miei passi, negami il pane, l’aria, la luce, la primavera, ma il tuo sorriso mai, perché io ne morrei.




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