Quel cuore rivelatore di Edgar Allan Poe

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Domani saranno 171 dalla sua morte. Una scomparsa arrivata ad appena quarant’anni, in circostanze misteriose, che non hanno fatto altro che corroborare l’immagine di un poeta incompreso. Edgar Allan Poe, però, è stato testimone di una serie di difficoltà e tragedie familiari che lo hanno profondamente segnato, circostanze che, accompagnate alla sua natura già di per sé portata all’infelicità e all’inquietudine, hanno alimentato da un lato il suo genio artistico, dall’altro la sua fama di uomo sregolato e scrittore atipico.

Io l’ho conosciuto per caso. Ricordo di aver letto un paio di racconti quando ancora andavo a scuola e, qualche anno dopo, me lo sono ritrovato nel programma di Letteratura Anglo-americana all’università. Tra i vari incontri di autori che ho fatto nel corso dei miei studi, o anche solo per piacere, se dovessi dire che è stato amore a prima lettura mentirei. Ma ci sono dei momenti nella vita in cui ti ritrovi a leggere le cose giuste al momento giusto, a vivere determinate emozioni in momenti particolari, tanto da rendere quell’autore o quella lettura speciali. Ecco, Poe appartiene a questa categoria. Non ricordo le circostanze esatte, ma stavo attraversando un periodo davvero strano e abbastanza negativo emotivamente, quando mi imbattei in Annabel Lee. All’interno della sua produzione poetica – e io non sono una grande fan della poesia – questa è l’ultimo poema intero scritto dall’autore e io l'ho senza dubbio adorato. Un testo struggente, una musicalità divina, una malinconia intrinseca che scioglie il cuore e rivela le più intime sensazioni di un uomo profondamente triste e incompreso.

It was many and many a year ago, In a kingdom by the sea, That a maiden there lived whom you may know By the name of Annabel Lee; And this maiden she lived with no other thought Than to love and be loved by me. […] But our love it was stronger by far than the love Of those who were older than we— Of many far wiser than we— And neither the angels in Heaven above Nor the demons down under the sea Can ever dissever my soul from the soul Of the beautiful Annabel Lee; […]

Queste sono solo due delle strofe dell’intero poemetto, ma rendono perfettamente l’idea della triste ballata che Poe scrisse in onore di un amore perduto, il suo, quello per la povera moglie Virginia, morta di tisi ad appena venticinque anni.

La morte della moglie, molto più giovane di lui, è solo uno dei fragili fili tirati al velo che malamente copre le tragedie di cui Edgar è stato vittima. Rimasto orfano ad appena due anni, fu preso in affido dalla famiglia di John Allan, un mercante scozzese con il quale egli continuò sempre ad avere un rapporto molto conflittuale. La carriera militare non faceva per lui e dopo un breve periodo di studi in Inghilterra (in una scuola che affacciava su un cimitero e nel quale spesso facevano anche lezione!) tornò in America per dedicarsi alla scrittura come unica professione. Per l’epoca, il primo Ottocento, stiamo parlando di una vera e propria trasgressione in quando gli artisti, e in particolare gli scrittori, non avevano tutta quella serie di riguardi che hanno ai giorni nostri. L’assenza del diritto d’autore permetteva loro di vendere le proprie opere al miglior offerente senza ricavare ulteriori guadagni dalle future vendite, ovvero sia che il libro o la raccolta poetica avessero avuto o meno mercato l’autore non riceveva assolutamente nulla. Poe non fece eccezioni e la sua vita da scrittore indigente fu la causa per la quale si diede sempre da fare per trovare altri lavori che avessero comunque a che fare con la scrittura. Feroce critico, sublime autore, produsse alcune tra le opere più celebri del XIX secolo. La passione per il mistero e il terrore divennero i suoi punti di forza e l’avvicinamento alle droghe e all’alcol nell’ultimo periodo della sua vita, con la conseguente morte in circostanze misteriose di cui si continua tutt’oggi a cercare una spiegazione accrebbero il mito dell’autore maledetto. Alternando produzione poetica e racconti brevi, fu il padre di vari sottogeneri della letteratura gothic horror. Il Manoscritto trovato in una bottiglia (1833) e le Avventure di Gordon Pym (1838) fornirono il materiale ispirante per le opere successive di Melville; La caduta di casa Usher (del 1840), primo racconto che ho letto, appartiene a gruppo di racconti che hanno come tema la morte; mentre I delitti della Rue Morgue (1841) e Il mistero di Marie Rogêt vengono considerati come i predecessori dei romanzi polizieschi che hanno reso celebre la penna di Conan Doyle. Tra i moderni, Steven King ha trovato terreno fertile nella raccolta dei racconti del terrore, in cui spiccano vere proprie pietre miliari: Il gatto nero (1843), La maschera della morte rossa e Il pozzo e il pendolo, entrambi del 1842, e l’ultimo dei quali può essere considerato come la versione originale de L’enigmista.

Il bello di Poe, e di chi come lui ha consacrato la sua vita alla redazione di racconti, è che può essere letto a distanza di anni, preso in pillole o divorato in una notte, assimilato con calma e in base al proprio stato emotivo in quel momento. Tra l’inquietudine crescente e una febbrile volontà di raccontare il finale, la sua scrittura cattura il lettore con la pazienza di un assassino che prepara la sua vittima al macello. Regolare, mai una parola fuori posto, perfettamente in linea con il contesto che descrive, organizza situazioni ed eventi perfettamente credibili che pur sfociando in finali terrorizzanti riequilibrano in un attimo il climax ascendete che si è montato fino a pochi attimi prima.

Infine, se Annabel Lee è la poesia che pur nel tormento interiore della perdita e dell’amore rubato manifesta l’arte lirica di un autore conosciuto per lo più per la sua produzione in prosa, non posso esimermi dall’accennare ad un altro capolavoro in versi: Il corvo (1845). La produzione poetica di Poe va necessariamente fruita in lingua originale. Per quanto i traduttori nel corso del tempo abbiano tentato di rievocare la musicalità e la cadenza contenute in The Raven, l’inquietudine e la regolarità dei versi rende il suo massimo solo nel testo originale.

[…] Then this ebony bird beguiling my sad fancy into smiling, By the grave and stern decorum of the countenance it wore, `Though thy crest be shorn and shaven, thou,' I said, `art sure no craven. Ghastly grim and ancient raven wandering from the nightly shore - Tell me what thy lordly name is on the Night's Plutonian shore!' Quoth the raven, `Nevermore.' […]

Detto questo, per dirla con le parole del corvo, se vi dovesse capitare di nuovo di leggere Poe e di non apprezzarlo a dovere, provate con i testi in inglese e giurate che mai più avrete dubbi sulla sua infinita e misteriosa abilità nell’incutere terrore nei vostri cuori… Nevermore! o finirete per restare scottai come il critico che tentò di oscurarne la fama con la redazione di un necrologio che invece di infangarne il nome ebbe la capacità di renderne la figura ancora più immortale.

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