• Alessandra Libertini

Quel pugno nello stomaco, nel cuore, nelle mutande: Charles Bukowski, lercio, vero.


La gloria eterna passa, a volte, per canali che fanno storcere il muso a chi del proprio lavoro fa scopo di vita. Sono passati ventisei anni dalla sua morte e ha fatto la fine di Che Guerava, solo che, invece che stare sulle magliette, sui cappelli e sulle bandiere appese in camera di alcuni adolescenti (sempre meno, quelli che hanno scelto di fare gli alternativi oggi invece di seguire i trapper), Bukowski viene citato anche da zia Assuntina, cinquantenne proprietaria di un profilo Facebook pieno di madonne, ricette, complottismo e un pizzico di pepe per far vedere che è fuori dalle righe. Come? Con le citazioni di questo meraviglioso scrittore contemporaneo.

Per leggerlo e comprendere di cosa si parli all'interno del testo non ci vuole nulla: dalla prima metà degli anni Quaranta all'anno della sua morte ha pubblicato romanzi e poesie, scritto sceneggiature (senza contare poi le opere postume) in una lingua masticabile anche dai meno colti, anche dai più puritani. Il problema si presenta nel cogliere in quello stile pieno di erotismo, pornografia, crudezza nelle espressioni qualcosa che curi i viscerali fendenti nelle interiora e negli occhi del lettore.

Diversi decenni fa, Bukowski era un trasgressivo a pieno titolo: mentre diversi colleghi contemporanei da diverse parti del suo paese, l'America, e del Vecchio Continente creavano movimenti artistici, si interessavano di volgere al futuro la scrittura reinterpretando vecchi temi o creando nuovi stili, nel cinquantennio in cui operò, dal Dopoguerra, passando per gli anni Sessanta, gli anni Ottanta dell'Io e i maturi Novanta, il suo realismo sporco (corrente statunitense degli anni Settanta e Ottanta del Novecento, di cui facevano parte anche Salinger, Ford, Carver e altri, basata sul minimalismo dello stile e la crudezza delle tematiche) faceva conoscere, attraverso la piccola editoria, le esperienze con le droghe, con il sesso, con l'alcol, appartenute a lui ma comuni e celati in molti esseri umani.

Sdoganando gli amplessi, l'ubriacatura, i trip e rendendoli strumenti tramite i quali il flusso di coscienza riesce ad essere un cavallo selvaggio senza freni, Bukowski compose una miriade di opere complete e, se contiamo le postume, in cui è stata raccolta e tradotta qualsiasi cosa (vi consiglio di leggerne i diari e le lettere), arriviamo a oltre un centinaio. Così, insieme alla parte più intima, viene sguinzagliata una visione molto cruda della vita ma anche una visione dell'amore reale, nel senso di non edulcorato, dove l'appartenenza all'altro è carnale e sublime, la visione dell'oggetto dell'innamoramento viene data senza fronzoli ma come umana e minimale.

Ciò che si pone di fronte al lettore che abbia letto la letteratura del Novecento e i suoi contemporanei, anche solo in parte, è un talento totale; ci si rende conto di questo quando ognuno di noi pensa, di fronte a qualcosa: "come mai non ci ho pensato io"?

Ecco cos'è il genio: il riuscire a porre la semplicità di un'azione o un pensiero di fronte agli occhi degli altri come una rivelazione. E, in questo, l'autore è un maestro: parla come mangia, descrive azioni sconvenienti con le parole più crude, spiega l'amore, il più alto dei sentimenti, con i termini degli istinti più bassi alternandoli con le sensazioni che lo sublimano. Oltre ciò, descrive le dinamiche dei rapporti in modo intelligibile da tutti ponendo l'accento su vizi (e virtù in minor numero) che governano l'intera trama. Bukowski è, insomma, uno scrittore di successo perché scrive ciò che conosce nella maniera più profonda: il suo rapporto con il mondo, con il suo mondo interiore, con i suoi vizi, in modo così schietto e sincero da far sentire nudo insieme a lui il lettore.

Oggi, forse, non sembrerebbe nemmeno così trasgressivo, ma torniamo indietro di sessant'anni (smise di scrivere, dopo le prime pubblicazioni, per circa dieci anni): cos'era all'epoca? Cos'era per la critica? Non era facilmente amabile come uomo e come scrittore: la sua rabbiosa sincerità lo poneva in una posizione di scontro perenne con chiunque, dagli esperti del settore, alla società, al suo Paese, agli altri Paesi, al sistema in generale. Tutto era dissacrabile, contestabile, da attaccare, soprattutto la borghesia e chi vive in una comfort zone donata dall'incapacità di voler cambiare il contesto sociale "marcio". Nonostante l'isolamento dato dall'innata scontrosità del suo essere (era un misogino, traditore, alcolizzato cronico e drogato, capace di fare la guerra pubblicamente a chiunque, anche alle persone care; potremmo dire, una vera merda umana, tranne che nei confronti della figlia) non cessò mai però di essere apprezzato dal pubblico. Era un outsider, un uomo che agisce in terra neutra senza tener contro di quali abitanti possano essere feriti dalla sua mannaia, del mondo riconosce solo la magia della musica classica (nelle opere vi si trovano centinaia di riferimenti a questa) e il potere della parola scritta, sua arma di difesa contro il marcio del sistema, contro il male del mondo.

In tutto questo, i sentimenti vengono, qualora siano inseriti e governino le trame o siano le vele delle composizioni poetiche, lucidati fino ad abbagliare.

Vi lascio qualche verso per farvi un'idea, ma ricordatevi di leggerne i romanzi, le lettere ed altro per avere un quadro completo dell'autore. Altrimenti ,sarebbe come giudicare un libro dalla copertina.


L'hai amata, vero?

“L’hai amata, vero?” Lui sospirò “Come posso risponderti? Lei era matta” Sì passò la mano tra i capelli “Dio se era tutta matta. Ogni giorno era una donna diversa Una volta intraprendente, l’altra impacciata. Una volta esuberante, l’altra timida. Insicura e decisa. Dolce e arrogante. Era mille donne lei, ma il profumo era sempre lo stesso Inconfondibile Era quella la mia unica certezza. Mi sorrideva sapeva di fregarmi con quel sorriso Quando sorrideva io non capivo più nulla Non sapevo più parlare ne pensare Niente, zero C’era all'improvviso solo lei Era matta, tutta matta A volte piangeva Dicono che in quel caso le donne vogliono solo un abbraccio Lei no Lei si innervosiva Non so dove si trova adesso ma scommetto che è ancora alla ricerca di sogni Era matta tutta matta Ma l’ ho amata da impazzire.

Non ho smesso di pensarti

Non ho smesso di pensarti, vorrei tanto dirtelo. Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare, che mi manchi e che ti penso. Ma non ti cerco. Non ti scrivo neppure ciao. Non so come stai. E mi manca saperlo. Hai progetti? Hai sorriso oggi? Cos’hai sognato? Esci? Dove vai? Hai dei sogni? Hai mangiato? Mi piacerebbe riuscire a cercarti. Ma non ne ho la forza. E neanche tu ne hai. Ed allora restiamo ad aspettarci invano. E pensiamoci. E ricordami. E ricordati che ti penso, che non lo sai ma ti vivo ogni giorno, che scrivo di te. E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse. Ed io ti penso ma non ti cerco.

Un assassino

La coerenza è tremenda: bocca da squalo sudicio interno con un corpo quasi perfetto, lunghi capelli splendenti- confonde me e altri corre da un uomo all’altro offrendo tenerezza parla d’amore poi piega ogni uomo al suo volere bocca da squalo sudicio interno ce ne accorgiamo troppo tardi: inghiottito l’uccello segue il cuore suoi lunghi capelli splendenti il suo corpo quasi perfetto cammina lungo le strade mentre l’identico sole cade sui fiori.



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