Quello che resta

Aggiornamento: 5 set 2020



Una vecchia canzone di Al Bano cantava così: “Nostalgia, nostalgia canaglia”. Io, da brava vecchia dentro quale sono ho pensato bene di ritornare da voi più anziana che mai e parlare, come fanno le nonnine con i nipotini, dei bei tempi perduti. Tempi, cioè, nei quali quando tornavamo a scuola dopo l’estate, il primo compito che ci dava da fare la maestra era il tanto temuto tema “Che cosa hai fatto durante le tue vacanze”. Panico… in quel momento la classe si divideva in due: chi sarebbe diventato il prossimo autore di libri di fantascienza proponendo alla curiosa insegnate racconti di gite in montagna, estati lunghissime passate in vari villaggi turistici, viaggi con i genitori manco lavorassero tutti per National Geographic, e chi, al contrario, guardava il foglio bianco sapendo di dover mentire. Non bugie estreme, intendiamoci, ma lievi frasi enigmatiche che non lasciassero trapelare il fatto di aver passato tre normalissimi mesi a dormire, andare al mare, vedere gli amici per poter risultare abbastanza noiosi da non essere i prescelti per la lettura di fronte a tutti i compagni.

A volte, e all’epoca andava molto di moda, subentrava la convinzione di non voler raccontare i fatti propri, quella cosa che oggi molti chiamerebbero “tutela della privacy” e che comunque, pur sapendo di che si tratta, nessuno si fila più. Oggi, infatti, la scena si è completamente ribaltata: quello che doveva essere e che ci piaceva che fosse privato viene sbattuto in prima pagina sperando che qualcuno lo legga. Non a caso la homepage di Facebook si chiama bacheca, ovvero quel posto designato appositamente per contenere informazioni che possano interessare a un vasto pubblico. Il nostro diario segreto, quello chiuso con il lucchetto e relativa chiave che si perdeva dopo due giorni, nascosto in fondo all’armadio nemmeno servisse una cassaforte antisfondamento, è diventato un sito aperto e pubblico con libero accesso a chiunque.

Anche la scrittura, quindi, si è modificata. Sempre a scuola ci costringevano a scrivere lettere o pagine di diario tra i vari temi che avevamo da fare in classe, mentre oggi si cerca di telematizzare il tutto il più possibile, lasciando un vuoto tra i giovani studenti che non conosceranno mai il vero peso delle parole, il tempo impiegato a pensare quale frase sarebbe stato meglio usare, la concentrazione nello scrivere poche righe sentite. L’uso dei diari stessi è andato scemando fino a scomparire del tutto (oggi, ad esempio, Bridget Jones avrebbe un blog!) e le lettere si sono ridimensionate a poche sterili email di lavoro.

Nostalgia canaglia, quindi, in questo quasi settembre, mese di bilanci in un anno che ognuno di noi ha vissuto, per la prima volta forse, senza la certezza di poter fare veri progetti a lungo termine. Tra pochi giorni ci sarà il giro di boa di questo 2020, che come sempre accade vedrà la sua seconda parte molto più breve e frenetica della prima, in un’escalation fino a Natale che eliminerà del tutto quel poco di rilassamento che abbiamo “accumulato” fino ad ora.

Se una cosa dovremmo averla imparata, però, è che non sempre i cambiamenti portano dei vantaggi. Certo, la telematizzazione e l’utilizzo dei social ha molto snellito gran parte dei lavori, una certezza che abbiamo imparato ad apprezzare, malgrado la situazione, durante i mesi di chiusura tra marzo e maggio. Tuttavia, la consacrazione della propria vita “all’internet” ci sta facendo dimenticare lentamente come eravamo, quello che fino alla mia generazione abbiamo vissuto e che sembra abbiamo rimosso in nome di un progresso comunicativo incessante, del bisogno di dimostrare di essere qualcosa, del bisogno, anzi, di mostrare e di mostrarsi.

Non si stava meglio quando si stava peggio, perché se sappiamo anche ora che si stava peggio qualche motivo deve esserci stato. Ma ciò che resta di quella semplicità che stiamo inesorabilmente perdendo è lo specchio di una società sempre più vuota, che non possiede quasi più la cura del proprio privato, di una vita lontana dai riflettori.

In un anno che non è stato come avremmo voluto, alla fine di questa estate che ha creato, se possibile, altri problemi, proviamo a fare un primo bilancio di ciò che è successo. Seduti sul letto, in solitario silenzio, facciamoci due conti per capire cosa abbiamo appreso da questa situazione estrema che abbiamo vissuto, da come siamo cambiati negli ultimi anni e, in particolare, negli ultimi mesi. Riprendiamoci i nostri spazi, torniamo ad essere padroni dei nostri momenti, recuperiamo il concetto di privato e custodiamolo il più possibile prima che un estraneo, leggendo qualcosa su di noi senza conoscerci, decida di sapere più cose su di noi di quante, in realtà, ne conosciamo noi stessi.

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