Sarah Kane: il significato di ventuno anni senza di lei

Aggiornamento: 5 set 2020


Sarah Kane è ripiombata davanti ai miei occhi pochi giorni fa inaspettatamente. Non cercavo nuove idee, i miei articoli per la rubrica del giovedì #paperportraits sono quasi tutti già decisi, dato che la programmazione e la stesura degli stessi porta via diverse ore di ricerca e di lavoro, nonostante la brevità imposta dagli standard (che oggi mi permetto di violare alla grande).

Quattro giorni fa girovagavo su Amazon in cerca di nuove idee (oltre che libri da comprare) e mi sono imbattuta in un volume di monologhi femminili per il teatro. Scorrendo mentalmente quali potevano essere le autrici (o gli autori) che avrei probabilmente trovato all'interno dello stesso, mi sono resa conto che, nel mio cassetto, Sarah Kane era ancora una ragazza sotto i trent'anni che mi affascinava come la prima volta. Tanto, certamente. Quando da ragazzina anche io sognavo di scrivere per il teatro con prepotenza mi ero avvicinata a tutto ciò che ne circondava il lato teorico, curando il lato del palco solo durante un'estate in cui in quattro decidemmo di mettere su uno spettacolo, lavorando dalle otto alle dieci ore al giorno, scrivendolo in due mesi, abbandonando il tutto alla seconda replica per impegni scolastici. Avevo sedici anni quando conobbi Sarah Kane, ma non potevo portare sul palco uno di quei testi così meravigliosamente crudi, pioggia di schiaffi da parte di una realtà che non tutti amano vedere battere sul viso. Troppo avanguardista per uno spettacolo così piccolo, decidemmo di portare altro, qualcosa di comico, che ci valse la soddisfazione personale. E via il palco dalla mia vita, ma non dal mio cuore.

L'anno in cui avvenne tutto questo era il 2002, avevo quasi sedici anni, era estate e, dal suicidio dell'autrice, erano passati poco più di ventiquattro mesi. Il mondo dell'arte teatrale e della letteratura ancora accusava il colpo, attrici definite "femministe" (non abuseremo di questo termine in generale, soprattutto non sarò io oggi a farlo) o, meglio, etichettate come un banalissimo cliché, calcavano i palchi con le sue opere durante provini interminabili, interpretando in modo poco canonico, come erano le sue creature

e, spesso, battendo le concorrenti per la non convenzionalità.


Il successo di Sarah Kane non è stato un successo semplice. L'autrice britannica dovette fare i conti con diversi mostri che, mai sconfitti ma uniti, regalarono a loro modo quella che è stata la sua visione del mondo, portata sulla carta nei libri e nel teatro: depressione e sensibilità verso l'attualità dell'epoca, soprattutto verso la sfera umana applicata alla politica, plasmarono una forte voce femminile che tuttora risuona come grido di battaglia di un'umanità (intesa come caratteristica intrinseca dell'essere, non fetta di popolazione abitante questo pianeta) spesso ignorata. Le tematiche sono quelle che un individuo alla ricerca di un'apparenza frivola e una vita votata alla cura della facciata non vorrebbe mai trovarsi di fronte: la violenza personale, quella della guerra, lo stupro, i disturbi mentali, la sessualità nella sua versione più orrida e brutale, il cannibalismo, ma anche la luce di sentimenti, stordita dalla pesantezza della vita stessa. La prima opera, portata in scena a Londra del 1995, ebbe il significativo titolo Blasted (Dannati). Si tratta di uno scambio di violenza carnale tra due giovani, Cate e Ian, rappresentanti un parallelismo tra la Gran Bretagna e la Bosnia, martoriata dalla guerra. Nel 1996, con Phaedra's Love (L'amore di Fedra), riporta in scena un mito classico, quello di Fedra, rivisitato in chiave moderna, ponendo l'accento ancora una volta sulla brutalità e la violenza, oltre che sulla guerra, tema ripreso ancora una volta in Cleansed (Purificati) del 1998, dove gli orrori della stessa hanno come teatro un campo di concentramento mascherato da struttura universitaria. Subito dopo, tra il 1998 e il 1999, ha modo di scrivere e portare in scena i due drammi più significativi: Crave (Febbre) e 4.48 Psychosis (Psicosi delle 4 e 48). Il primo, in cui i quattro personaggi vengono indicati da lettere e non da nomi (A, B, C, M) che rappresentano implicitamente i loro ruoli (Author, Boy, Child e Mother), è incentrato sulla morbosità dei rapporti, sulla violenza psicologica e l'abuso fisico, sulla malattia e la vecchiaia, per poi terminare con la fine stessa della vita, correlata di una serie di versi tratti dall'Apocalisse. L'ultimo dramma prima della sua morte è quasi propiziatorio già dal titolo, poiché, come indicato dall'autrice, le 4 e 48 di notte sarebbe l'ora in cui avvengono più suicidi; dal punto di vista della rappresentabilità, è il più versatile ma anche il più difficile, dato che non vi è una fissità di ruoli o personaggi, è un lungo monologo di una persona, non identificata, afflitta da depressione e dai gravi disturbi mentali che ne conseguono. Dopo aver scritto questa sorta di autoconfessione, di testamento, se vogliamo, ne conseguì un primo tentativo di suicidio; ma la salvezza data da un ricovero immediato non fu definitiva perché poco dopo, ad ogni modo, Sarah Kane pose comunque fine alla sua vita tormentata.


In un articolo di pochi minuti non si può concentrare una critica completa, nemmeno venti anni di evoluzione postuma, nemmeno, volendo, i quattro anni in cui questa donna divenne così significativa tramite la sua opera brutale e poco serena ma profondamente umana. Tutto quello che si può dire è che Sarah Kane è entrata, a causa del suo visionario talento, nella cerchia di quegli autori che saranno attuali in qualunque tempo vengano letti, che non può essere mai letta guardando indietro ma guardandosi intorno e volgendo uno sguardo al futuro. La fetta del marcio umano di cui si è incaricata testimone è parte del nostro sangue, ci scorre dentro e la capiamo senza stupore ma con incanto. Tutto ciò che è stato scritto è intelligibile senza avere nozioni di sorta, ci appartiene, è la parte con cui vogliamo meno confrontarci ma che, come un mostro sotto il letto, ci tira dai piedi quando meno ce lo aspettiamo, ci trascina nel nostro abisso introspettivo; non importa se la nostra vita è serena, non importa se non lo è. L'umanità brutale dell'autrice è un violentissimo schiaffo oltre la carezza della nostra comfort zone, una pisciata sonora sulle nostre certezze.

Vi lascio con uno stralcio di Febbre, con la speranza che possa appartenere anche a voi.


E voglio giocare a nascondino e darti i miei vestiti e dirti che mi piacciono le tue scarpe e sedermi sugli scalini mentre fai il bagno e massaggiarti il collo e baciarti i piedi e tenerti la mano e andare a cena fuori e non farci caso se mangi dal mio piatto e incontrarti da Rudy e parlare della giornata e battere a macchina le tue lettere e portare le tue scatole e ridere della tua paranoia e darti nastri che non ascolti e guardare film bellissimi e guardare film orribili e lamentarmi della radio e fotografarti mentre dormi e svegliarmi per portarti caffè brioches e ciambella e andare da Florent e bere caffè a mezzanotte e farmi rubare tutte le sigarette e non trovare mai un fiammifero e dirti quali programmi ho visto in tv la notte prima e portarti a far vedere l’occhio e non ridere delle tue barzellette e desiderarti di mattina ma lasciarti dormire ancora un po’ e baciarti la schiena e carezzarti la pelle e dirti quanto amo i tuoi capelli i tuoi occhi le tue labbra il tuo collo i tuoi seni il tuo culo il tuo e sedermi a fumare sulle scale finché il tuo vicino non torna a casa e sedermi a fumare sulle scale finché tu non torni a casa e preoccuparmi se fai tardi e meravigliarmi se torni presto e portarti girasoli e andare alla tua festa e ballare fino a diventare nero e essere mortificato quando sbaglio e felice quando mi perdoni e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l'altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te e sbavare dietro ai tuoi seni e coprirti la notte e avere freddo quando prendi tutta la coperta e caldo quando non lo fai e sciogliermi quando sorridi e dissolvermi quando ridi e non capire perché credi che ti rifiuti visto che non ti rifiuto e domandarmi come hai fatto a pensare che ti avessi rifiutato e chiedermi chi sei ma accettarti chiunque tu sia e raccontarti dell’angelo dell’albero il bambino della foresta incantata che attraversò volando gli oceani per amor tuo e scrivere poesie per te e chiedermi perché non mi credi e provare un sentimento così profondo da non trovare le parole per esprimerlo e aver voglia di comperarti un gattino di cui diventerei subito geloso perché riceverebbe più attenzioni di me e tenerti a letto quando devi andare via e piangere come un bambino quando te ne vai e schiacciare gli scarafaggi e comprarti regali che non vuoi e riportarmeli via e chiederti di sposarmi e dopo che mi hai detto ancora una volta di no continuare a chiedertelo perché anche se credi che non lo voglia davvero io lo voglio veramente sin dalla prima volta che te l’ho chiesto e andare in giro per la città pensando che è vuota senza di te e volere quello che vuoi tu e pensare che mi sto perdendo ma sapere che con te sono al sicuro e raccontarti il peggio di me e cercare di darti il meglio perché è questo che meriti e rispondere alle tue domande anche quando potrei non farlo e cercare di essere onesto perché so che preferisci così e sapere che è finita ma restare ancora dieci minuti prima che tu mi cacci per sempre dalla tua vita e dimenticare chi sono e cercare di esserti vicino perché è bello imparare a conoscerti e ne vale di sicuro la pena e parlarti in un pessimo tedesco e in un ebraico ancora peggiore e far l’amore con te alle tre di mattina e non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te.
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