• Alessandra Libertini

"Siediti ai bordi dell'aurora": la letteratura dei nativi americani.


Non se ne conosce la ragione (o meglio, si conosce ma facciamo finta di dimenticarla), ma quando si parla di letteratura d'oltreoceano si pensa unicamente ad un percorso intrapreso da colonizzatori e propri derivati. Se pensiamo alla letteratura americana, infatti, ci vengono in mente spesso solo grandi nomi, quali Poe, Fitzgerald, Hawthorne, Melville, Roth, Faulkner, e spesso anche gli addetti ai lavori si occupano di parlare più delle personalità di spicco del panorama moderno e contemporaneo piuttosto che delle origini. Quello che spesso un lettore compulsivo dimentica è che la letteratura americana non parte dall'Ottocento: sebbene sia stato un periodo glorioso e prolifero, non si possono ignorare i tre secoli di letteratura precedente e, andando ancora più indietro, quella pre-coloniale.

Spesso viene dimenticato che il Nuovo Continente deve il suo nome al fatto che, ancora più indietro nel tempo, è stato una terra abitata da individui che con il Vecchio condividevano unicamente la condizione di essere umano ed è stato battezzato come tale dopo una sanguinosa lotta alla supremazia. Nel proprio stato di terra totalmente incontaminata da invasori, la popolazione nativa, evoluta in modo diverso in un contesto assolutamente agli antipodi rispetto al Vecchio Mondo, ha creato una serie di tradizioni umane e artistiche derivanti dal proprio profilo antropomorfico totalmente uniche. Quello che resta di questa memoria, al di là del saccheggio selvaggio perpetuato dal colonizzatore che ne ha invaso la terra, andrebbe onorata quotidianamente. E con la polemica mi fermo qui, perché ripercorrere la storia dell' usurpazione del territorio e il successivo confino dei nativi americani richiederebbe non un articolo ma una rubrica a parte.

Nonostante scriteriate teorie del XIX secolo teorizzassero che i nativi, precedentemente visti come uomini "preadamitici", fossero millantatori di una propria cultura, ereditata in qualche modo da discendenti tibetani o cretesi e, dunque, non propria, è accertato invece che fossero discendenti di nativi asiatici migrati a piedi tra i quindicimila e i ventimila anni fa tramite un lembo di terra da un continente all'altro, stanziati poi nello stesso nel corso dei secoli, prima che questo stesso lembo di terra fosse sommerso. Il percorso evolutivo di quell'immenso popolo ha fatto in modo, come nel resto del mondo, di tramutare le radici asiatiche in nuove radici, di riscrivere il proprio DNA dando alla migrazione un senso lontano, come se l'appartenenza a quel luogo fosse durata da sempre. Quando i colonizzatori arrivarono trovarono un nutrito popolo che viveva ancora in modo definito primitivo, senza ombra di progresso tecnologico, con religioni pagane ben lontane dal Cristianesimo. L'incontro tra Europei e Indiani, chiamati così erroneamente da Colombo convinto di essere approdato nelle indie, non inaugurò solo una delle più importanti ere di cambiamento irreversibili della storia ma anche un nuovo periodo letterario che lo andò a testimoniare: la letteratura coloniale. Chi raggiungeva le coste americane teneva diari di bordo, relazioni di viaggio, vademecum per i nuovi viaggiatori, inventari dei prodotti locali e cominciava, tramite l'arte della scrittura, a descrivere gli ambienti e la popolazione locale, con sceneggiature teatrali e versi in rima. Nel ricordare centinaia di anni di tradizioni native, nel 1984 Richard Erdoes e Alfonso Ortiz descrissero nel loro American Indian Myths and Legends quello che trovarono i colonizzatori riguardo la tradizione orale degli indigeni:


nascono dalla terra- le piante, le erbe e gli animali che sono parte integrante del regno umano. Sono incastonate nelle antiche lingue e fluiscono secondo i ritmi del mondo naturale.


Lo storytelling nativo era basato sull'arte dell'intrattenimento ispirata dalla propria vita quotidiana, invischiata con un'aura di sacralità che coinvolgeva la cosa a cui erano più devoti: la natura. Le proprie cosmogonie erano incentrate su soggetti quali eventi straordinari o naturali quali il vento e il fuoco, tricksters (animali sacri a loro quali il coyote, l'aquila, il corvo, il toro) o oggetti naturali inanimati quali l'acqua dei torrenti, i massi presenti nei corsi d'acqua o nei deserti, le cascate, o animati quali gli alberi. Già dall'epoca precolombiana le incisioni riportano i racconti della tradizione, basati su questi elementi, ed è una testimonianza forte in mezzo a testimonianze flebili e corrotte, spesso "sporcate" o rimosse dall'uomo europeo che da medievale diveniva rinascimentale, che aveva di las Indias un mito basato su un immaginario riportato dai colonizzatori tornati nella propria terra. Se l'immagine del nativo è stata poi stereotipata e nella letteratura degli altri popoli è finita con l'essere ben riconoscibile e definita, quella fornita dalle fonti letterarie della stessa popolazione indigena ne dipinge con poesia un ritratto ben lontano da quello fornito. Nella storia della letteratura indios non troviamo solo questo però: basti pensare a Felipe Guaman Poma de Ayala, primo cronista nativo di origine peruviana che descrisse dal proprio punto di vista, agli albori del 1600, la conquista dell'America, dai propri occhi di convertito (scrisse in spagnolo). O il meticcio Garcilaso de la Vega, attribuito alla cultura spagnola, ma figlio bastardo della cultura indios e ispanica. O alla pioniera Sarah Winnemucca, vissuta due secoli fa, donna e nativa americana oltre che scrittrice, autrice di Life Among the Paiutes: Their Wrongs and Claims, del 1883, una preziosa autobiografia che fornisce al lettore un quadro dettagliato delle condizioni del popolo nativo in quegli anni. Attualmente, gli scrittori nativi si sono mescolati per stili e tematiche a quelli americani mantenendo però una condizione di attivismo per il proprio popolo e descrivendone ancora la tara dell'usurpazione della propria terra: troviamo grandi nomi come Scott Momaday, vincitore del Pulitzer per la narrativa nel 1969 con La casa fatta d'alba, Winona LaDuke, attivista per i diritti umani e saggista, Leslie Marmon Silko, romanziera e professoressa universitaria che ,tra tutti, probabilmente è quella più legata al mito e alla tradizione nativa per tematiche e stili.

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