• Rebecca Di Schino

Siediti, voglio raccontarti una storia


“Papà Castoro, raccontaci una storia!”.

Dai, vi lascio dieci secondi per elaborare quello che avete appena letto. C’è chi si ricorda immediatamente di questo cartone e chi mente. E vi vedo che fate finta di niente mentre ripercorrete con nostalgica e simulata indifferenza la memoria della vostra infanzia. Scommetto che vi è anche partita la sigletta in testa… Ah, bei tempi!

Quando ero piccolina mi piaceva da pazzi sentire qualcuno che raccontasse storie per me. Papà Castoro, infatti, era uno dei miei cartoni animati preferiti, molto educativo tra l’altro. Tre simpatici castorini dai nomi impronunciabili (nessuno davvero azzeccava il nome di quei poverini, che per onor di cronaca sono Caline, Grignotte e Benjamin) che stavano lì a terra, davanti la poltrona del papà che sembrava più il nonno, e si facevano raccontare le favole.

Anche da lettrice più adulta la passione per i racconti non l’ho persa. Ci sono momenti in cui mi sento abbastanza in forma per mettermi a leggere prima di dormire, ma non così concentrata da tenere a mente tutti i dati contenuti in un intero romanzo. Quindi, da brava artista del compromesso, mi butto sulle raccolte di racconti, testi brevi che mi solleticano i neuroni ancora attivi e mi aiutano a rilassarmi prima di prendere sonno.

Lavorando con questo blog, e tutto quello che ne consegue, mi sono cimentata spesso in ricerche e approfondimenti su quei temi che ero sicura di conoscere. Scoprivo, poi, non senza sgomento, che per ogni argomento scelto c’era tutto un mondo di informazioni di cui ero all’oscuro o, ancora, che avevo lasciato sopire nella memoria di anni e anni di scuola e che magicamente ritrovava ordine nei miei pensieri.

Quello che è successo con la scelta del tema “racconto” è esattamente questo. Nel materiale di letture, fonti e collegamenti, ecco che mi si riproponevano davanti agli occhi quei testi già letti, già studiati e dati per scontati in tanti anni da non riuscire a ricordare che si trattava di un genere a parte e che nel mare magnum delle mie letture, così come hanno un posto separato in libreria, meritavano una menzione a parte anche in questo blog.

Con l’OCD che mi perseguita ogni volta che ordino le idee, mi sembra doveroso fare una precisazione su quello di cui voglio parlarvi. Innanzitutto, con racconto intendiamo un sottogenere della narrativa che si rispecchia in tutto e per tutto con quello del romanzo. Esattamente come quest’ultimo, ci possiamo imbattere in racconti noir, romantici, fantasy, erotici, allegorici o per bambini. Ma, a differenza del romanzo, ciò che fa da padrone è la lunghezza. Per dirla con le parole della Treccani:

il racconto è un componimento letterario di carattere narrativo, quasi sempre d’invenzione, più breve e meno complesso del romanzo (in quanto dedicato in genere a una sola vicenda e destinato a una lettura ininterrotta) e distinto dalla fiaba perché tende a presentare i fatti come realmente avvenuti (per questi suoi caratteri si identifica sostanzialmente con la novella).

Ottimo. Dopo aver creato ancora più confusione, come solo le enciclopedie sanno fare, bontà loro, riassumiamo il tutto dicendo che sostanzialmente si tratta di una vicenda di non oltre venti o trenta pagine, solitamente. Tenendo conto che per “libro” intendiamo un componimento di almeno cinquanta pagine, è presto detto che il racconto tende ad essere pubblicato in raccolte e che queste possono essere di diversi tipi: le saghe, ovvero raccolte di racconti con gli stessi personaggi ma che narrano vicende diverse; gruppi di narrazioni con le stesse tematiche; gruppi di componimenti che riprendono uno stesso genere.

In ogni caso, la fortuna del racconto risale al Medioevo. Chiunque affermi che si tratta di un’epoca buia ovviamente non ha mai letto Dante e, in questo frangente, Boccaccio. Il padre del Decameron, altissimo esempio non solo di letteratura in volgare ma anche, per certi versi, di letteratura volgare (capite a me), riprende il canone novellistico, che sarà poi fissato per tutto il Rinascimento, dall’anonimo collega predecessore che attorno alla fine del 1200 pubblica Il Novellino. La struttura e il carattere realistico funzionano talmente bene che vengono riproposte anche all’estero, e uno dei massimi esempi è la collezione dei Canterbury Tales di Chaucer. Limitarci al contesto europeo è, però, limitante ed errato, basti pensare alle centinaia di riproposizioni e alla fortuna monumentale che hanno avuto Le mille e una notte. La narrazione con cornice unitaria in stile Decameron boccaccesco e l’ambientazione araba e asiatica in un testo che dal X al XV secolo non ha fatto che ingrandirsi, modificarsi, definirsi e contaminare anche le letterature ad esso più lontane per temi e luoghi.

Ogni scrittore, comunque, chi più chi meno, ha passato una parte della sua vita letteraria cimentandosi nella produzione di testi brevi. Noi italiani, che culturalmente e letterariamente parlando non siamo davvero secondi a nessuno, vantiamo una sfilza di autori che spesso e volentieri hanno fatto dei racconti i loro cavalli di battaglia e il must che li contraddistingue ancora oggi. Verga, ad esempio, celebre per i suoi Malavoglia e Mastro-don Gesualdo, ha in annovero decine di racconti di cui, tra i più celebri, Rosso Malpelo e le Novelle rusticane. Le Novelle per un anno di Pirandello hanno reso maggior giustizia alla memoria dell’autore quasi più dei suoi romanzi, restando seconde, nella produzione, forse solo alle opere teatrali. Ancora, andando avanti nei decenni, possiamo godere delle opere di Grazia Deledda con i suoi Racconti sardi e la raccolta di novelle. Il vate D’Annunzio, poeta, romanziere e attivista politico, ha lasciato alla letteratura italiana la sua impronta novellistica con Le novelle della Pescara. E ancora Svevo, Primo Levi, Moravia, Bassani, Cassola, Tabucchi e, ovviamente, Calvino. Grandi nomi dell’arte letteraria nostrana che si affiancano ai grandi esempi stranieri contemporanei e antecedenti.

Ernst Hoffmann, ad esempio, riesce a riportane in auge, dopo la pausa e la scarsa popolarità del genere durante il periodo barocco, la novellistica e la produzione narrativa breve. In Germania, infatti, le raccolte di racconti e fiabe di Hoffmann proclamano il ritorno del genere e la sua totale riabilitazione che avrà massima espressione a partire dal Romanticismo. In Francia, poi, celebre novelliere è Guy de Maupassant, con una produzione vastissima, oltre 300 racconti, pubblicati nel corso degli anni sui maggiori quotidiani nazionali. Alla Russia dei grandi e lunghi, molto lunghi, romanzi di Dostoevskij e Tolstoj, si contrappone la produzione narrativa di Anton Čechov, che pur rappresentata da componimenti brevi ne contava comunque una vasta quantità (oltre 250 sono quelli sopravvissuti alla forte e ripetuta scrematura operata dall’autore, fatevi voi due conti…). La bandiera britannica, infine, tenuta alta dal lavoro encomiabile di Virginia Woolf sposta i riflettori su una delle poche donne che vi ho citato oggi.

Tuttavia, quello che mi interessava mostrarvi, è il lavoro particolare di due veri artisti. Jorge Luis Borges punta sulla fortuna ottenuta dal suo Aleph per mostrare ai lettori il vero genio. In un contesto a metà tra l’onirico e i concetti di immortalità e infinito, l’argentino dalla penna sublime ci porta in diversi luoghi e differenti situazioni che hanno come punto d’incontro solo il tema metafisico che riunisce la raccolta. L’Aleph, dopotutto, è uno stato mentale, è “il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli”, e niente è come un racconto per riuscire a raggiungere tutti i luoghi del mondo contemporaneamente. Al contrario, Raymond Carver, uno dei più incisivi narratori statunitensi del secolo scorso, ha dovuto la sua fama non tanto alla propria fantasia e capacità scrittoria, quanto alla pesante azione di taglia e cuci apportata dal suo editor, Gordon Lish. Ogni racconto, ogni minima opera prodotta da Carver è stata brutalmente menomata da Lish, facendo sorgere, ai lettori e alla critica, un’immensa quantità di dubbi. Alla fine della fiera, quello che ci piace dei temi, dello stile, delle idee e delle storie di Carver è davvero farina del suo sacco? O siamo arrivati al 2020 apprezzando l’autore solo perché il suo editor è stato molto bravo (e molto, troppo, invadente). Il tossico rapporto Carver-Lish ha generato più problemi di etica e morale delle lotte animaliste dei nazi-vegani contro gli allevamenti di bestiame da hamburger, eppure la lettura di What We Talk About When We Talk About Love non ci fa pensare né all’uno né all’altro, ma solo a quanto è appagante una buona lettura, breve ma intensa, di una storia che in poche pagine arriva dritta al cuore del lettore.

5 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti