“So foul and fair a day I have not seen” – MACBETH

Quando l'ambizione diventa arte letteraria

Quello del Macbeth è un testo complesso sotto molteplici punti di vista, una storia che, a ben guardare, non si risolve nell'assassinio di un re e nell'ascesa al trono del suo immeritevole successore. Il sottotesto, nemmeno troppo celato, è quello di una sorta di esibizione della meritocrazia dei sovrani scozzesi, una legittimazione o, meglio, una consacrazione della presenza di Giacomo I sul trono che prima di lui fu della gloriosa dinastia Tudor e che Shakespeare non si esime dal celebrare.

Il primo approccio che ebbi con quest’ultimo risale alla mia prima infanzia: le mie coetanee leggevano Biancaneve, io mi dilettavo con Molto rumore per nulla, regalo per nulla pretenzioso di mia madre per il mio nono compleanno (versione teatrale riscritta in chiave meno letterale per una collana di classici letterari per ragazzi).

L’amore per il Macbeth, qualche anno dopo, fu immediato e pressoché inevitabile: ero cresciuta, mi ero fatta più cinica, e adoravo le storie di sangue e passione. Leggerlo fu per me una piacevole constatazione della mia venerazione per i classici in generale, e per Shakespeare in modo particolare.


È circa il 1607. In un Inghilterra che si sta a fatica riprendendo dalla morte della tanto amata Regina Vergine e che vede al governo lo scozzese neo sovrano Giacomo Stuart, viene alla luce una delle più celebri e più cruenti tragedie di William Shakespeare. Ormai all'apice del successo, conosciuto nel Regno e in tutta Europa come lo scrittore che ha messo nero su bianco l’amore impossibile di Romeo e Giulietta e il tormento interiore del principe Amleto di Danimarca, l’autore di Stratford regala una delle sue opere più riuscite.

Il drammaturgo si era sempre contraddistinto dai sui colleghi per quel particolare occhio di riguardo che aveva per le vicende storiche e politiche a lui contemporanee. Le tragedie storiche, di ambientazione romana o inglese, sono un interessante punto di vista per un’analisi critica della situazione nella grande Inghilterra del XVI e XVII secolo che ancora oggi forniscono spunti di riflessione. Shakespeare è stato, in un certo senso, un vero cronista più che un semplice scrittore di teatro, e nei suoi testi, nelle tragedie in modo particolare, fuoriescono moniti e commenti personali che non devono essere sfuggiti nemmeno ai suoi contemporanei. Il Macbeth è, quindi, la tragedia di Giacomo I, un forestiero che sale al trono dopo una delle più amate regine della storia britannica e che, a differenza di Elisabetta, si mostra come un uomo insicuro, paranoico e pieno di fobie.

Il bello è brutto, il brutto è bello.

(Macbeth, I.1)


Questa è la chiusa della prima scena del primo atto della tragedia. Le tre streghe, secondarie ma, tuttavia, fondamentali presenze del testo, pongono fine al loro incontro con un ossimoro che ha fatto la storia della letteratura. Come se l’intera opera fosse il semplice svolgimento di un incantesimo evocato dalle tre megere, la prima scena si apre al lettore come il prologo di ciò che sta per accadere.

Le streghe dell’apertura del primo atto rientrano, non a caso, nella categoria dei terrori del povero re Giacomo e rappresentano un punto di contatto tra ciò che è vero e ciò che non lo è, una fumosa linea di confine tra il destino e il libero arbitrio. E questi ultimi sono i veri temi della tragedia. Re Duncan è un sovrano amato, con due legittimi eredi al trono e nobili fedeli e leali al suo seguito. Ma l’ambizione e il desiderio possono portare anche il più retto seguace al tradimento del proprio padrone, e se oltre all’ambizione si aggiunge la totale convinzione che ciò che potrebbe accadere debba effettivamente succedere, ecco che nasce la figura del più spietato assassino del teatro moderno.

MACBETH: Parlate, se potete! Che cosa siete? PRIMA STREGA: Salute, Macbeth! Salute a te, Barone di Glamis! SECONDA STREGA: Salute, Macbeth! Salute a te, Barone di Cawdor! TERZA STREGA: Salute, Macbeth, che sarai re un domani! BANQUO: Monsignore, perché trasalisci, e sembri temere ciò che suona così bello? In nome del vero, siete allucinazioni, o proprio quello che apparite alla vista? Il mio nobile compagno lo salutate col titolo che già possiede, e col pronostico grande di nobiltà maggiore e di speranza d'un regno da farlo apparire stupefatto. […]

(Macbeth, I.3)

Il primo incontro tra Macbeth e il suo destino si compie in presenza del suo più fedele amico, Banquo. Le tre streghe gli predicono che in futuro assumerà alcuni incarichi prestigiosi e da quel momento il meccanismo del desiderio si mette in atto. Macbeth è un condottiero temerario, legato al suo re e da egli stesso premiato per il coraggio rimostrato in battaglia. Eppure, non ci pensa due volte a lasciarsi influenzare dalle figlie di Ecate e voltare le spalle all’uomo che lo stima.

Peculiare rilievo assumono, in questa tragedia, le figure femminili. In particolar modo è oggetto di riflessione Lady Macbeth, una delle donne tragiche più belle e terrificanti mai scritte prima. Al contrario delle protagoniste presenti nell’Amleto, le cui presenze di Gertrude e Ofelia sono quelle di due donne dimesse e subordinate al ruolo di mogli o figlie, Lady Macbeth presenta un grado di crudeltà e spietatezza pari solo alle terribili figlie di re Lear ma, a differenza loro, è una donna forte, autonoma ed estremamente manipolatrice. È lei la vera rovina del protagonista: amica fedele, amante, consigliera e confidente del marito, sarà lei a convincere Macbeth che la sua virilità è legata a doppio filo con la risolutezza e il coraggio che gli occorrono per compiere il proprio destino.


LADY MACBETH: Dunque, era ubriaca la speranza che ti vestiva? Da allora ha dormito? E ora si sveglia a guardare così verde e pallida ciò che fece con slancio? Da ora in poi giudico così il tuo amore. Hai paura di essere nei tuoi atti e nel valore ciò che sei nel desiderio? Vorresti avere ciò che stimi la corona della vita, e vivere da vile ai tuoi stessi occhi accoppiando il «non oso» col «vorrei» come il povero gatto della favola? […] Noi fallire! Incocca bene la corda del tuo coraggio e non falliremo.

(Macbeth, I.7)


Intriso di sangue, senso di colpa, peccato, tradimento, dannazione e morte, Macbeth è la più alta espressione del genio tragico di Shakespeare, che nella sua opera più breve riesce a condensare vizi e falsità del genere umano, scontrandosi al contempo con valori elevati come il libero arbitrio e i sentimenti di lealtà e amicizia. L’uomo che non controlla sé stesso, la patria da salvare dall’usurpatore, l’esaltazione della dinastia scozzese in cinque atti di efferata crudeltà. L’amore che si scioglie nell’indifferenza e la natura che mostra all’esterno il tormento dei protagonisti.

L’epilogo disperato dei due sposi regicidi è un’iconica reinterpretazione del loro vissuto, della loro indole sviluppata con precisa delicatezza dalla penna di Shakespeare. Lui cade in battaglia, per mano del degno erede al trono, esplicando un’altra delle profezie delle streghe. Lei impazzisce, il senso di colpa la divora, inizia a vedere cose che non esistono e, preda delle allucinazioni, perde il senno, la spensieratezza, la fermezza, l’amore del marito e, infine, sé stessa.

Con sei rivisitazioni cinematografiche all’attivo e centinaia di messe in scena, Macbeth rimane tra tutte l’opera di maggior impatto sul pubblico tra quelle del drammaturgo inglese che ha riscritto la storia del teatro. Vi consiglio la versione cinematografica più recente, non tanto per Michael Fassbender in una delle sue forme migliori, quanto per la Lady Macbeth interpretata da una Marion Cotillard che riesce a esprimere con somma eleganza e decisa fierezza tutta la personalità altera e il crollo interiore e psicofisico della più crudele tra le donne della storia del teatro britannico seicentesco.

Vi lascio con un iconico passo del dramma:

LADY MACBETH: Un’altra macchia!…Via, maledetta macchia!… Via, ti dico! Uno, due tocchi…Su, questo è il momento! L’inferno è tenebroso… Vergogna, mio signore, che vergogna! Un soldato, e così pieno di paura! Ma che bisogno c’è d’aver paura che lo si scopra, se non c’è nessuno che può chiedere conto a noi potenti? Però, chi mai avrebbe immaginato che il vecchio avesse in corpo tanto sangue!… Il signore di Fife aveva moglie. Dov’è ora la moglie?… Ah, saranno mai pulite queste mani?… No, basta mio signore, basta, basta! Con questi eccessi tu rovini tutto! Qui sa ancora di sangue: non basteranno tutti i balsami d’Arabia a profumar questa piccola mano. (Sospira) Làvati le mani…. La vestaglia….Non esser così pallido…. Te l’ho già detto: Banquo è sotterrato, e non può più levarsi dalla fossa. A letto, a letto, a letto! Bussano giù alla porta. Andiamo a letto!

(Macbeth,V.1)

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