• Alessandra Libertini

This is (not) the end, my only friend. Oltre la musica di Jim Morrison

Aggiornato il: 5 set 2020


Era il 1992 quando vidi il film The Doors, diretto da Oliver Stone. Un immenso Val Kilmer, che diventò poi uno dei miei attori preferiti di sempre, interpretava magistralmente il re Lucertola. Avevo sei anni, ero seduta sul divano con mia sorella e una cassetta, probabilmente pirata, andava. Non capivo molte cose, ma consumai il nastro guardando la scena del deserto, quella in cui, dopo aver consumato del peyote, la band, Pamela Carson e altri si aggirano nei meandri delle loro allucinazioni, con la splendida The end in sottofondo. L'incontro sullo schermo di Morrison con il nativo americano visto morire in un incidente stradale quando era piccolo (tra l'altro aneddoto reale), rivissuto da adulto, metteva in me il seme di un animismo che per molti anni non mi ha abbandonato, con l'aiuto di una spiegazione grossolana da parte di mia sorella maggiore, imbastita con i pochi mezzi di adolescente che aveva. Stone, nonostante le incongruenze tra film e storia reale (spiegate dal batterista della band John Densmore nell'autobiografia Riders on the storm. La mia vita con Jim Morrison e i Doors), aveva fatto pienamente centro nel rendere Morrison esattamente quello che era: trasgressivo e profondo, visceralmente poetico e deviato. Senza padroni, senza domani. A ventisette anni, quando concluse la sua esistenza nel luglio del 1971, la sua vita da rockstar era il risultato di un assemblamento di troppe vite, ognuna di queste invase dai propri demoni, danzanti e comunicanti tra loro tramite le porte aperte dell'anima e della mente, aiutate nella discesa da ogni tipo di sperimentazione dell'oblio.

Del resto, il nome The Doors venne scelto da Morrison stesso basandosi su dei versi di William Blake nel suo The marriage of heaven and hell, citati da Aldous Huxley a propria volta nel saggio sugli effetti della mescalina The doors of perception:

Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all'uomo com'è: infinita.

E la dimensione artistica di Morrison rispecchiava alla perfezione la ricerca di un'apertura tale volta a raggiungere l'infinito sensoriale e introspettivo. Ciò che rendeva veramente carismatico Morrison erano tre cose: la presenza sul palco, la vita al limite e il connubio di testi e musica che furono la superficie riflettente della parte alternativa della seconda metà degli anni Sessanta, dando volto ad una band che mescolava il rock, il blues, le sonorità classiche e il jazz. In questo blog parliamo di letteratura, e anche molto di poesia e, oggi, non saremo da meno. Omaggeremo quella parte di Jim Morrison che non è arrivata nelle radio e sugli schermi, ma sulla carta scritta. In effetti, siamo nel periodo della Beat Generation e i componimenti di Morrison ne rispecchiano tematiche e stile appieno. Oltre ad essere un frontman eccezionale in un Paese non pronto alla sua spregiudicatezza, stiamo parlando di un uomo laureato, appassionato studioso di letteratura, che nel 1969, a ventitrè anni, riesce a pubblicare il volume unico composto da The Lord e The new creatures, in cui si nota l'influenza dei Poeti Maledetti francesi, del visionario Huxley, dell'affine alla sua anima Kerouac, di Blake, di Shakespeare e del filosofo Nietzche. Fu Michael McLure a dichiarare:

In pochi sono apparsi con questa capacità lirica e seduttiva, forse soltanto Vladimir Majakowskij, nella Russia degli anni Venti: ma nessuno di questi ha avuto una parabola così breve e intensa.

Spesso, le poesie di Morrison sono state pubblicate con il nome di James Douglas, molte di queste vennero incise negli ultimi due anni della sua vita, altre rimasero ad opera di Jim Morrison dei Doors, permettendo al pubblico di godere della dualità di una personalità così esplosiva. Sette anni dopo la sua morte, l'album An american prayer raccoglie molte di queste con basi musicali (personalmente, adoro Ghost song); in meno di dieci anni di carriera, affermò se stesso come cantante e come poeta. Un poeta assolutamente visionario, che sapeva attingere dalle fonti dei propri studi reinterpretandone le tematiche e proiettandole attraverso la parte sfatta dell'America dei suoi anni, quella che sapeva camminare attraversando le porte della trasgressione, quella degli spiriti senza padroni come lui.

Vi lascio qualche testo, invitandovi, come sempre, a non precludervi nulla, nemmeno questo viaggio attraverso una poesia diversa da quella a cui, forse, siete abituati.


Ride la puttana Selvaggia

Ride la puttana Selvaggia come una vecchia zitella Megera, ti vediamo, torna ancora alla mente Io mento come la febbre Danzando il tuo nubile zittìo desiderando di esser posseduto storie mai raccontate che gli indiani osino ribellarsi Calpestati come di pellerossa sacri prepuzi il cancro iniziò c/la crudele coltellata & la verga danneggiata è risorta all'Est come una Stella in fiamme.

Jim Morrison (James Douglas Morrison)


Autoascolto

A volte indugio ascoltando La macchina vitale che Mi pulsa nel corpo: Sento il battito cardiaco Ritmare lievi colpi sordi, Seguo il flusso sanguigno Percependone il tepore, Avverto il palpito delle Viscere e il vellicare Della peluria rada e i guizzi muscolari e la rigidità delle ossa. Ogni volta l'auscultazione Finisce con lo smarrimento Nelle pozze dei pensieri, Umori che come acque ferme Mi ristagnano nel cervello.

Jim Morrison (James Douglas Morrison)

Parata dionisiaca

Il sontuoso carro di Dioniso, Ricolmo di fiori e ghirlande, Avanza lento, trainato Da feroci bestie ammansite. È un percorso che irradia Magia: crollano le barriere, Si annullano i bisogni, Svaporano divieti e arbitrii. Riconciliazione, fusione, Riunione del singolo Con tutti in un'armonia Universale: ecco la suprema Beatificazione, l'ebbrezza Soprannaturale. Non camminiamo Più, né più parliamo: Cantiamo e danziamo invasati Simili a dèi rapiti, artisti Dionisiaci dell'ebbrezza.

Desiderio proibito

In tutti i divieti c'è una magica forza che induce alla tentazione. Il vietato è contagioso, i desideri proibiti si propagano in noi come tormento perenne infuriato dall'inibizione. L'ubbidienza al tabù presuppone la rinuncia, perché tutti i divieti sono menomazioni che nascondono desideri. Così la tentazione cresce a dismisura nella prigione dell'inconscio.
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