• Rebecca Di Schino

Timè: l'apologia dell'onore in letteratura


Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.

Leonardo Sciascia – Il giorno della Civetta.


Questa frase, originariamente contenuta in uno dei massimi capolavori di Sciascia, la ricordiamo tutti e spesso e volentieri la citiamo anche. Negli anni Sessanta, quando Sciascia diede alle stampe Il giorno della civetta, mai avrebbe pensato, secondo me, di aver appena definito in modo preciso e inequivocabile il pensiero di tutti. Ci piace proprio giudicare gli altri, è una pratica di cui non riusciamo a fare a meno. Viviamo nel godimento di poter dire qualcosa su qualcun altro, di massacrare la sua persona o di elogiarla fino all’estremo. E il nostro pensiero, la nostra opinione, da quel momento, diventa quasi legge. Anche se Sciascia ha descritto le sue cinque categorie di uomini solo sessant’anni fa, il concetto di onore – perché poi è lì che il discorso di don Mariano Arena, padrino della mafia siciliana nel romanzo, va a parare – ha origini decisamente più radicate nel tempo e nella letteratura. La mafia, reale o inventata nei romanzi, è una grande fautrice dei delitti d’onore, presenti anche nelle piccole comunità in cui finire per essere identificati in una delle categorie diverse da quella di “uomini” rendeva accettabile, o meglio necessaria, qualsiasi tipo di rivendicazione. Come dicevo, però, le origini del concetto di onore sono molto più antiche: ad esempio, in greco, timè (τιμή) rappresentava la pubblica stima di una persona. Tale tipo di riconoscimento, mondo classico greco, si poteva ottenere solo in base alla dimostrazione del proprio valore (ἀρετή, aretè) e all’epoca era fondamentale dimostrare di meritare la timè, era l’unico modo, per un cittadino, di mostrarsi superiore a un plebeo e permettere il riconoscimento, oltre che della propria persona, quello della propria casata d’origine. Anche se, al momento, non è che abbiamo questi grandi esempi di gente che si sfida a duello per difendere il proprio onore, un tempo era di uso comune pensare che tutta la propria esistenza ruotasse intorno a tale sentimento. Un riconoscimento non soltanto personale, quanto, e ancor di più pubblico, del proprio ruolo nella società. L’onore era, e per certe culture e sottocultura lo è ancora, il metro di misura per giudicare una persona. E che ci piaccia o no, inconsciamente, tutti noi siamo portati a giudicare qualcuno dalla presenza o, peggio, dalla mancanza di esso. Un uomo senza onore, per un popolo, non vale nulla, ha sprecato la sua occasione di mostrare al mondo il proprio valore. Una donna senza onore, disonorata, è una donna che (per quanto possa apparire retrogrado nel 2020, ahimè è ancora parecchio attuale) ha svenduto la sua persona per un capriccio. In un modo o nell’altro siamo vittime di pregiudizi che si sono cementati nei secoli e, se è vero che la letteratura è lo specchio della società, allora gli esempi e le conferme di quanto vi ho appena detto le troviamo proprio in alcuni dei testi più famosi in circolazione. Tra leggende, miti, epica e narrativa, più o meno antichi, ogni titolo che vi sto per raccontare racchiude in sé una visione dell’onore che forse, oggi, potrebbe apparire alquanto superata. Ma siamo vittime di noi stessi, siamo uguali a noi stessi, nonostante i secoli, nonostante i luoghi, e viviamo di certezze talmente radicate nelle nostre tradizioni e coscienze da non riuscire più a comprendere cosa è letteratura e cosa, invece, è pensiero sociale.


Andando in ordine cronologico di apparizione sulla scena letteraria, il primo esempio di onore che mi viene in mente è l’Iliade. VI secolo a.C., per tutti scritto da Omero, è l’opera epica per eccellenza e probabilmente uno dei più bei poemi di guerra mai scritti. La storia, a grandi linee, la conosciamo tutti, e a me personalmente ha sempre fatto impazzire l’idea che tra le lotte dei mortali si mettessero in mezzo anche gli dèi che di super partes non avevano assolutamente nulla e che, quindi, lavorassero fianco a fianco dei guerrieri ognuno per tirare l’acqua al proprio mulino. Se diamo per buona l’idea, purtroppo difficilmente confermabile, che Troia sia esistita veramente, allora possiamo affermare che tutto quello che è accaduto nei dieci anni di guerra raccontati nel poema abbiano avuto come unico scopo la conquista del regno di Troia da parte dei greci di Agamennone. Ma a noi piace il gossip e fomentati dal fatto che Dante stesso ha lanciato nel girone dei lussuriosi sia Paride che Elena, è decisamente più divertente credere che tutto il caos sia stato creato proprio per una questione d’onore. A diversi livelli, aggiungerei. Ovviamente, il primo chiamato in causa è Menelao, che da Gianciotto Malatesta, malamente cornificato da moglie e fratello, si vede “spicciare casa” come si suol dire. Dopotutto, Gianciotto si fece giustizia da solo, Menelao ha ben pensato di scatenare una guerra e coinvolgere mezza penisola greca. A ognuno i suoi modi. Sta di fatto che per recuperare appunto l’onore perduto a causa del plateale abbandono da parte della giovane sposa, il re di Sparta si ritrova catapultato nelle mire espansionistiche del fratello Agamennone, che, per onore anch’egli, vuole radere al suolo il regno di Priamo, e in quelle gloriose di Achille, che pur di sapere il suo nome eternamente ricordato nei millenni a venire partecipa alla guerra dalla quale non tornerà mai più. Insomma, per un motivo o per un altro, l’Iliade si mostra come il poema dell’onore per eccellenza, quello che ha dato l’avvio ai successivi, e restando proprio in modalità verseggiante, un altro esempio di onore, stavolta decisamente cavalleresco, è l’opera di Ludovico Ariosto, l’Orlando furioso.

Datato 1516, è un ipotetico seguito dell’Orlando innamorato del Boiardo, di circa due secoli prima, e narra le gesta di Orlando da un lato, abile condottiero innamorato di Angelica e, per quel che interessa a noi, di Ruggiero dall’altro. Il poema, infatti, si propone come encomio pubblico alla nobile casata d’Este, di cui Ruggiero è appunto il leggendario capostipite. Il lavoro di Ariosto, qui, è molto sottile: recupera un personaggio celeberrimo che è presente in letteratura dall’XI secolo (Chanson de Roland vi dice niente?) e tratta della guerra contro i saraceni proprio per omaggiare al massimo l’onore della casata estense, presente in una delle più sanguinose guerre sante della storia. Gli Este, quindi, rappresentati da Ruggiero, fanno da tramite tra immaginazione e realtà storica, esaltando, anche con l’aiuto dei versi, non solo l’onore del protagonista ma dell’intera dinastia. Poi, anche in questo caso, occorre inserire il fattore romantico, ed è qui che si introduce tutto il lavoro psicologico ed emotivo che attraversa il rapporto amoroso tra Orlando e Angelica. Ah, non ci sono più i cavalieri di una volta!

Di tempi più recenti, e di pubblicazione quasi contemporanea, sono due tra i romanzi ottocenteschi più riprodotti della storia della letteratura: il nostrano Manzoni, con i suoi Promessi sposi (1840) e il francese Alexandre Dumas, con i suoi Tre moschettieri (1844). Da trattare in combo anche per l’ambientazione, visto che entrambi sono riferiti ad eventi di due secoli prima circa, ma se da un lato, con Manzoni, l’onore proposto e minacciato è quello della fragile e ingenua Lucia, oggetto del desiderio dell’abbietto Don Rodrigo, nel romanzo di Dumas l’onore è quello di un ragazzo che deve elevarsi a titolo di moschettiere per recuperare il rispetto purtroppo perduto del padre. D’Artagnan è uno dei personaggi più simpatici mai letti e nonostante io non abbia una passione per la letteratura francese, Dumas ha reso interessante e scorrevole un testo che per lo stile poteva diventare quello che comunemente chiameremmo “mattone”. Cosa che, a mio parere, non è del tutto riuscito a fare Manzoni, fin troppo attento alla lingua da non pensare di poter risultare un incubo per gli studenti futuri, ma va be’. Onore familiare, in doppia versione, viene ostacolato e intimidito da diversi antagonisti, ma il risultato finale è comunque quello della riabilitazione della propria persona e dell’acquisizione, o conferma, del rispetto che i protagonisti cercano sin dalle prime pagine.

In riferimento alle donne che si battono per il proprio onore, la menzione d’onore (scusate il gioco di parole) va alla leggenda di Mulan. La storia originale è tratta dalla Ballata di Hua Mulan, leggenda cinese talmente ben ripresa da fruttare alla Disney, un millennio e mezzo dopo, circa 304,3milioni di dollari. E per ottimi motivi. I cinesi, lungimiranti come non mai, già tra il IV e il VI secolo d.C. iniziarono a narrare le gesta di una ragazza che per evitare che il padre perisse in un’ennesima guerra, si travestì da soldato e prese il suo posto. La versione animata della Disney è la più diretta per quel che riguarda il tema di questo articolo: una ragazza che in una civiltà come quella cinese in cui è ambientata la vicenda conta meno di zero, se ne frega altamente dei pregiudizi legati al suo sesso e al suo ruolo e combatte come un fabbro contro gli Unni salvando la Cina e vedendosi riconosciuti gloria e onori per sé e la sua famiglia.

In ognuno di questi esempi, quello che esce è che leggere testi del genere, titoli pregni di sentimenti quali rispetto e onore, non solo sono più che educativi ma anche, e soprattutto, esplicativi della grande massima che ci perseguita da millenni: ognuno è artefice del proprio destino. Sta a oi, in pratica, trovare il nostro posto nel mondo e se facendolo riusciamo anche a venire ricompensati a livello planetario, o anche solo cittadino, come avveniva per la conquista della timè in Grecia, be’, tanto di guadagnato!

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