Tra buddhismo e patrimonio culturale: il Tempio di Haeinsa

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Nascosto tra le pendici del monte Gaya, in uno dei territori più puri della Corea del Sud, sorge come un nido tra i rami di una folta quercia una delle strutture più antiche e preziose che l’uomo abbia creato.

Il Tempio di Haeinsa, sede della biblioteca sui generis che vi portiamo a visitare oggi, è entrato a pieno titolo nel 1995 nel novero dei patrimoni dell’umanità UNESCO. Il suo nome, letteralmente, significa “tempio della riflessione su un mare calmo” e insieme ad altre due strutture bibliotecarie e religiose, i templi di Tongdosa e Songgwangsa, è considerato uno dei tre templi-gioiello del buddhismo.

Il valore culturale inestimabile è dato dalla conservazione di un corpus di oltre 80.000 tavolette in legno della collezione denominata Tripitaka Koreana. Si tratta di tavolette in legno utilizzate per la stampa delle Scritture buddhiste, rese uniche dall’opera d’intaglio particolare e per essere la più completa raccolta del canone buddista ad oggi esistente. La collezione, inoltre, risale alla prima metà del 1200 e possiede un enorme valore storico oltre che prettamente religioso e spirituale.

Anche il legname scelto per le tavolette non è casuale. I tronchi da cui esse sono ricavate provengono da alberi di magnolia argentea e betulla bianca, finemente lavorati e decorati per un periodo di tre anni. La collezione è stata conservata talmente bene che, nonostante i secoli trascorsi, è ancora possibile osservare con estrema chiarezza i 52.382.960 caratteri cinesi incisi ancora perfettamente leggibili.


La conservazione sia delle tavolette che del tempio si devono alla maniacale cura nella costruzione e nella manutenzione dello stesso nel corso dei secoli. Il tempio, secondo una leggenda, risale all’802, per mano di due monaci di ritorno dalla Cina che riuscirono a guarire la moglie del re Aejang dalla sua malattia. Come ringraziamento per tale servizio, il sovrano ordinò la costruzione del tempio in onore di Buddha. Il complesso di cui Haeinsa fa parte è stato rinnovato più volte: nel X secolo, nel 1488, nel 1622 e nel 1648. Dopo l’incendio del 1817, poi, l’intera struttura ne risultò gravemente danneggiata ma la sala principale riuscì ad essere ricostruita già a partire dall’anno successivo. L’ultimo restauro, nel 1964, portò alla luce alcuni dettagli di cui non si era a conoscenza, come una delle vesti cerimoniali del re Gwanghaegun e un’iscrizione su di una trave in rilievo.

Per quanto il tempo, gli incendi e la delicatezza della struttura abbiano portato a traumi e danneggiamenti, il testo completo della Tripitaka Koreana è riuscito ad arrivare integro fino ad oggi, assieme ad altre preziose testimonianze della cultura buddhista.

Janggyeong Panjeon è la parte più antica del tempio. La data certa della costruzione non è nota ma alcune fonti affermano che abbia subito modifiche e rinnovamenti già a partire dalla metà del Quindicesimo secolo grazie alle disposizioni del re Sejo. Si tratta di quattro sale disposte a rettangolo; la sala nord è la Beopbojeon ("sala del dharma"), quella a sud, invece, prende il nome di Sudarajang ("sala del Sutras"). Entrambe, le più importanti dell’intero complesso, sono lunghe 60,44 metri, larghe 8,73 e alte 7,8 metri; entrambe possiedono 15 stanze. Le due sale a est e a ovest, più piccole, vengono utilizzate come librerie.

La collocazione geografica del tempio, nel mezzo di una foresta, avrebbe potuto generare una serie di danni sia alla struttura che alla conservazione della Tripitaka Koreana. Tuttavia, per evitare di esporre l’opera ai venti umidi tipici di quelle aree, i costruttori optarono per un sistema di ventilazione naturale che si accompagna alla scelta di pavimenti di argilla cosparsi di carbone, ossido di calcio, sale, calce e sabbia atti ad assorbire l’umidità durante i periodi di pioggia e trattenerla durante i mesi troppo freddi.

La peculiarità di questa struttura, comunque, non finisce qui. In quanto biblioteca e meta turistica, sia l’area in cui sono conservate le tavolette sia l’itero tempio sono visitabili. Come luogo sacro, inoltre, è possibile imbattersi in file di monaci che si recano nelle sale per studiare o consultare i libri del dogma buddhista. Infine, e forse fattore di mistero e al contempo attrazione, si dice che il Tempio di Haeinsa sia avvolto da un sortilegio per il quale, nonostante le numerose aperture, nelle sue sale non osa volare alcun insetto o uccello.

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