• Rebecca Di Schino

"Tutti i migliori sono matti!"

Aggiornato il: 6 set 2020

Da Sherlock Holmes ad Alice, da Patrick Bateman a Don Chisciotte della Mancia, la letteratura è ricca di protagonisti affetti da disturbi mentali. C’è chi li sfrutta per fare del bene, chi per sfuggire alla realtà, altri ancora li utilizzano come scudo in una vita dissoluta e totalmente amorale.

Resta il fatto che più un personaggio ha qualcosa che lo caratterizza come “fuori dal comune”, nel bene o nel male, e più ci piace. Best seller e icone letterarie e cinematografiche che continuano a popolare scaffali e videoteche perché ci affascina tutto ciò che si pone al di fuori della nostra comprensione o quotidianità. Ma tutto questo clamore da cosa deriva?

Il fatto che siamo nel 2020 non rende meno problematica la questione del trattamento dei disturbi mentali, anzi. Da brave vittime del politicamente corretto quali siamo, potremmo dire che ci è quasi proibito, o comunque fortemente sconsigliato, disquisire di tali tematiche. Il disturbo psichico o mentale è definito, in generale, come una “condizione patologica che colpisce la sfera comportamentale, relazionale, cognitiva o affettiva di una persona in modo disadattativo, vale a dire sufficientemente forte da rendere problematica la sua integrazione socio-lavorativa e/o causargli una sofferenza personale soggettiva”. In pratica, quasi tutto quello che rientra nella sfera dei comportamenti considerati come difficilmente accettabili da gran parte della società ecco che può essere classificato in una moltitudine di sottocategorie che vanno a incrementare il già consistente insieme di disagi mentali.

Da un punto di vista prettamente letterario, facendo una ricerca anche sommaria e senza addentrarsi troppo nell’argomento non avendone le competenze scientifiche adeguate, ci si trova di fronte a una lista impressionante di titoli e soprattutto di personaggi celebri della letteratura di ogni paese che attraversa trasversalmente molte patologie psichiche. I disturbi più diffusi sono quelli che maggiormente si adattano al contesto narrativo, quelli, cioè, che aiutano la creazione di un protagonista che non solo renda interessante la storia per i suoi bizzarri comportamenti, ma che anche resti impresso a fuoco nella memoria del lettore di ieri e di oggi. Ecco che allora schizofrenia, depressione, DPTS (disturbo post-traumatico da stress), sociopatia, autismo, dissociazione dalla realtà, ecc. diventano i collanti favoriti per la creazione di romanzi di cui si continua a parlare nonostante il tempo che passa. Ma fosse solo quella la carta vincente si otterrebbe un discorso alquanto riduttivo. La problematica del protagonista affetto da un particolare disturbo mentale attraversa la letteratura anche in base all’epoca di riferimento, dell’autore o del protagonista, aiuta a comprendere le motivazioni che muovono il soggetto, a giustificarne in qualche modo il modo di essere e vivere. In molti casi, poi, sono un aiuto notevole a sensibilizzare su un particolare problema. La letteratura che si occupa delle malattie mentali non è solo narrativa, neuroscientifica o saggistico-filosofica; in molti casi queste tre branche si fondono e lavorano insieme, dando alla luce testi che contengono finzione e realtà, tematiche che sfiorano l’assurdo e che comunque rientrano nella sfera del reale. Occorre parlarne, anche se è “pesante” o “triste” o “inappropriato”.

Prima di farvi qualche esempio sui grandi personaggi che hanno reso il disturbo mentale una caratteristica imprescindibile per il loro successo, vi consiglio questi due libri: Memorie di un malato di nervi, di Daniel Paul Schreber, e L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, di Oliver Sacks. Il primo, pubblicato inizialmente nel 1903, è un libro autobiografico che l’autore utilizzò per dimostrare di non essere pazzo ma di aver avuto semplicemente un crollo nervoso che lo aveva condotto a una serie di pensieri ed elucubrazioni che andavano dall’insolito allo strano. Il secondo, più recente e datato 1985, è un saggio neurologico in cui l’autore descrive alcuni casi clinici su gli era capitato di intervenire. Nonostante le sue 320 pagine è una lettura molto singolare, utile per avere un quadro più coinvolgente sul disagio di queste persone. Entrambi editi da Adelphi e quindi decisamente testi di qualità.

Ma tornando alle nostre facezie romanzesche e ai grandi personaggi letterari c’è da premettere che anche due grandi autori del Cinquecento hanno detto la loro a proposito della malattia mentale, in particolare la cosiddetta follia, e stiamo parlando ovviamente di Erasmo da Rotterdam e sua maestà William Shakespeare. Due approcci decisamente differenti, due scopi opportunamente diversi, entrambi essenziali all’identificazione della figura del folle. L’Elogio della follia appare per la prima volta in latino nel 1511; scritto in prima persona è la Follia stessa che racconta al lettore, in espressioni anche divertenti e con diversi riferimenti ed esempi, quanto sia utile per la felicità dell’essere umano. Accompagnata da degni compari come la Vanità, la Licenziosità e l’Adulazione, la Follia di Erasmo diventa un tributo a una forma di comportamento che non era, e ancora oggi non è, davvero ben vista. Il libello non doveva essere pubblicato, si trattava di un dono dell’autore all’amico Tommaso Moro, una satira che aveva lo scopo di suscitare il riso, e il successo che ottenne con la stampa, per quanto inaspettato, rese il testo immortale. Qualche decina di anni dopo apparve sulle scene inglesi la sequela di drammi portati a teatro da Shakespeare. Tra le figure eccelse sorte dalla sua penna, il fool è l’elemento reiterato che si assume il compito di parlare per dire il vero. Nessuno è più sincero degli ubriachi, dei bambini e dei pazzi e Shakespeare utilizza proprio il matto, il giullare, per dire la sua, per inserire nel dramma la voce dell’autore, per lasciare un’impronta che forse non verrà presa sul serio lì per lì ma che apporterà un segno nel subconscio di chiunque lo starà a sentire.

A distanza di qualche secolo dal Bardo più amato del mondo altri esempi di follia, stavolta più vicini ai veri e propri disturbi mentali, iniziano a riempire il catalogo letterario mondiale.

1892, Charlotte Perkins Gilman dà alle stampe il suo racconto The Yellow Wallpaper, poche pagine che racchiudono un climax ascendente verso la follia più pura, la prigionia dentro sé stessi che sfoga nella depressione più acuta fino alle punte di paranoia che portano la protagonista a vedere una figura muoversi tra il muro e la carta da parati della stanza da letto in cui è confinata. Specchio del suo tempo e della cura all’isteria a cui erano sottoposte molte donne nel XIX secolo, resta uno dei racconti più inquietanti che abbia mai letto ma che vale davvero venti minuti del vostro tempo.

Depressione e dissociazione dalla realtà si legano a una particolare forma di DPTS in Il lato positivo. Patrick esce dal “postaccio”, l’istituto di igiene mentale dove era stato rinchiuso a causa di una violenta aggressione ai danni di un uomo, e inizia un percorso riabilitativo per riprendere possesso con la sua vita, ritornare ad avere contatti umani stabili e sinceri, cercando nella figura della vicina Tiffany un aiuto per superare il buco nero in cui è scivolato prima e durante gli anni della vita in manicomio. Toccante e bellissimo, si legge tutto d’un fiato e dà un’ottima visione della pericolosità e della disintegrazione che causa la depressione.

Terreno scivoloso è quello che riguarda Alice nei volumi di Lewis Carroll. Alice nel Paese delle Meraviglie è un libro per ragazzi solo in superficie: la stessa meticolosità che Collodi usa nel suo Pinocchio – uno spaccato crudo della società sua contemporanea – la si ritrova nel mondo incantato in cui piomba la ragazzina. E per quanto lo Stregatto, la Regina di Cuori e il Cappellaio siano personaggi a cui tutti quelli della mia generazione, precedenti e successivi, sono legati, il libro di Carroll è un vero e proprio manuale di neuroscienze. La “Alice in Wanderland syndrome” (AIWS) è un disturbo neurologico riconosciuto in cui il malato è vittima di una distorsione dimensionale e morfologica: si vede, cioè, più grande o più piccolo rispetto alla realtà che lo circonda. Il fulcro della storia è tutto lì, traslato in un contesto fantastico come il Paese delle Meraviglie, appunto. L’Alice della storia è una delle tante vittime dei presunti abusi da parte dell’autore e Alice, la bambina che diede il nome alla protagonista, pare fosse una di queste. Non è certo se le accuse di pedofila fossero fondate, ma questo non fa altro che aumentare l’alone di mistero e orrore che ruota intorno a una delle favole più celebri in letteratura.

La micropsia e le varie distorsioni visive vanno a braccetto con un’altra patologia, la schizofrenia. Di questo disturbo soffre Don Chisciotte della Mancia, il cavaliere errante che si mostra come l’emblema della pazzia più pura e più ingenua. La realtà che ha di fronte agli occhi si disfa e rimodella in una nuova realtà da lui stesso inventata. È un matto buono, in buona fede anzi, che vive una vita parallela, troppo impegnato a costruire la sua grande impresa per capire che non c’è nessuna vera avventura. Cervantes ci mostra la dolcezza dell’ingenuo, il mondo alternativo di un folle che compromette le sue percezioni perché la sua vita non gli basta. Leggerlo oggi, dopo quattro secoli circa, lo rende uno dei classici più amari sul mercato.

La sociopatia ve la voglio proporre con due antitesi, due personaggi che in comune hanno lo stesso tipo di disturbo ma che lo vivono in modo completamente opposto. Il primo è Sherlock Holmes, che più che sociopatico ad alta funzionalità è il ritratto dell’Asperger al servizio del governo inglese. Un consulente, in investigatore che ha reso il ragionamento deduttivo e l’osservazione mirata la più alta fonte della sua fortuna. Lo accettiamo per com’è Sherlock, ci piace la sua stranezza, la sua distanza sociale, la messa al servizio del bene della sua diversità. Cosa che fatichiamo ad accettare, invece, nonostante ci si innamori del libro appena lo si inizia, è la sociopatia violenta e sconsiderata di Patrick Bateman. A quanto pare se ti chiami Patrick rischi qualche disturbo mentale, ma la violenza gratuita, la crudeltà scientifica, l’asprezza dei gesti e delle azioni del protagonista di American Psycho sono siglate con chirurgica precisione da Ellis. Un personaggio, quello di Bateman, che non riesci ad odiare ma nemmeno troppo ad amare, va contro ogni principio etico, contro ogni moralità, e non sembra tanto finzione mentre lo leggi.

Infine, dissociato dalla realtà è anche il protagonista dell’Isola della paura, per gli amici Shutter Island. Creare in un contesto chiuso e controllato una situazione anomala, ambientare l’intera vicenda in un manicomio/prigione di massima sicurezza, non credere a nulla e credere a tutto allo stesso tempo: non è un libro, è un capolavoro.

Da qui si dovrebbe aprire una lunghissima parentesi sulla fortuna che i disturbi mentali hanno avuto come tematica anche in cinematografia, ma per ragioni di tempo vi farò solo qualche nome di film che merita di essere visto per avere un quadro più immediato di come una situazione di disagio possa creare una vera leggenda.

Forrest Gump, 1994: vince ben sei Oscar l’anno successivo e svariate altre nomination. Un Tom Hanks spettacolare, un film tratto dal romanzo omonimo che racconta la storia della via di Forrest, un ragazzo nato con diverse disabilità, tra cui quella dello sviluppo cognitivo, che da eroe di guerra recupera dignità nel corso della sua vita. Un film poco realistico se si pensa che tratti, praticamente, del percorso al contrario dei reduci di guerra che tornavano dal fronte con DPTS spesso intrattabili. La redenzione dell’uomo oppresso fatta capolavoro. Lacrime.

A Beautiful Mind, 2001: anche qui premi su premi e il racconto liberamente tratto dalla vita del matematico premio Nobel John Forbes Nash jr. Schizofrenico, con una mente iperattiva capace di calcoli complicatissimi e abile nelle decrittazioni subisce lo sfruttamento del governo americano e la cura per la sua “pazzia” a base di sedute di elettroshock. Da profana della matematica tutti i calcoli che superano un’equazione di secondo grado diventano per me formule equivalenti a quelle per la fissione nucleare, ma il film ve lo consiglio non solo per la magistrale interpretazione di Russel Crow, reduce dal successo epico del Gladiatore, ma anche per conoscere la storia, seppur romanzata, di un uomo che ha contribuito in maniera attiva alla vera matematica.

Split, 2016: affetto da un disturbo dissociativo d’identità, Kevin è un ragazzo che convive con 23 personalità diverse. Tratto da una storia vera vi godrete due ore circa di James McAvoy che cambia espressione in un secondo con microscopici movimenti del volto appena una personalità si impossessa di lui. Tanta roba!

Gli ultimi due titoli sono relativi alla situazione dei pazienti nei manicomi: Qualcuno volò sul nido del cuculo, perché se devi parlare di matti e psicopatici ti serve necessariamente la faccia di Jack Nicholson, e Si può fare, frutto della produzione italiana e ambientato temporalmente subito dopo l’entrata in vigore della legge Basaglia, con un inaspettato Claudio Bisio.

Ps: se volete godervi la discesa verso la follia in stile comics c’è tutta la letteratura fumettistica sul personaggio del Joker, tanto per dirne una, e il film dello scorso anno con Joaquin Phoenix, anche lui premio Oscar, perché la pazzia, tutto sommato, paga sempre!


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