Un uomo, un patto di sangue con la letteratura horror. Signore e signori: Stephen King

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Ognuno ha il suo nella vita. E di scrittori in grado di saper essere prolifici, fortunati nel veder crescere il proprio pubblico di lettori negli anni, autori di capolavori veramente degni di entrare nella storia ce ne sono stati moltissimi. Eppure, Stephen King mi viene sempre in mente più di altri. Forse perché ogni singola persona che conosco ha una libreria e, su quella libreria, consumato dalla lettura o tenuto solo in bella vista perché regalato, ha una copia di una sua opera. Ho visto sugli scaffali, nei mercatini, sulle mensole delle case più libri di King, ad essere onesti, che libri di Shakespeare. Perché questo confronto? Effettivamente, non si può minimamente paragonare il Bardo con un autore che ha scritto nella seconda metà del Novecento, con tutto il rispetto per le sue 350milioni di copie, ma se ci pensiamo il tipo di onnipresenza che ha saputo conquistare lo hanno reso in quasi cinquant'anni una figura più che riconoscibile; si potrebbe dire, un indimenticabile.

Che cosa ha cambiato nell'universo letterario Stephen King, uno scrittore che ha all'attivo più di cento libri, meritevole di riconoscimenti di gran prestigio (aspettiamo il Pulitzer o, perché no? Il Nobel, senza esagerare), per divenire l'icona Stephen King?

L'essere un visionario, un genio della narrativa. Talenti che, se innati e coltivati anche nelle sfortune della vita, diventano doni ancora più preziosi. La fantasia nasce dagli stimoli che colgono le persone meno abituate ad avere quanto di meglio la vita abbia da offrire e, che "la fame aguzza l'ingegno", è un dato di fatto e King ne è la prova vivente. Messo a dura prova fin da piccolo dall'abbandono del padre e alle prese con mille traslochi in giro per gli Stati Uniti, la madre ha nutrito da sola i suoi figli a pane e libri. King ebbe, nella povertà, la possibilità di leggere mentre gli altri bambini ricevevano i giocattoli che avrebbero fatto intuire ai suoi coetanei il lavoro che avrebbero voluto fare da grandi. La folgorazione dello scrivere, avuta fin dalla più tenera età, fu incoraggiata da quell'unico genitore che, pur di farlo continuare, pagava venticinque centesimi ogni racconto. Era nato Stephen King, anzi, era rinato scrittore, grazie a una vita essenzialmente povera e precaria, senza poter piantare le radici in un posto fino al ritorno nella sua terra natale da adulto, nel boscoso stato del Maine.

Dalle sue prime pubblicazioni nel 1967 ad oggi sono passati nella sua vita miliardi di cose: l'università, un matrimonio con due figli (di cui uno scrittore, che pubblica ancora sotto pseudonimo per non vivere della luce riflessa del padre), un incidente quasi mortale nel 1999 in cui venne investito da un furgone, prestigiosissimi premi internazionali di letteratura, centinaia di migliaia di copie vendute. E i problemi con alcol e droga dopo la morte della madre, avvenuta poco prima della pubblicazione di Carrie, che meritano una menzione tutta loro: King riuscì a scrivere, come molti altri prima e dopo di lui, sotto sostanze psicotrope e i fumi dell'alcol alcuni dei suoi racconti più belli e famosi (lui stesso dichiarò che il romanzo Cujo lo ritrovò scritto sulla sua scrivania senza saperne il motivo). E, perché no? anche la fortuna. Carrie, scritto nella prima metà degli anni Settanta, venne cestinato senza la minima pietà per le ore di lavoro che aveva impiegato ma, grazie alla moglie, venne tirato fuori dalla spazzatura e diventò uno dei più grandi titoli dell'horror (e, come già sappiamo, un grandioso film diretto da Brian De Palma).

La fortuna di King, che viene amato nonostante la lunghezza delle sue storie (che spesso superano le migliaia di pagine), è quella di porre al centro della tensione e degli elementi del terrore personaggi semplicissimi, di incontro quotidiano, come lo siamo noi del resto: questo pone il lettore nella dimensione a cui lui stesso appartiene, facendogli pensare, di riflesso, che questi eventi straordinari collegati al paranormale, ai virus, alla fantascienza non siano altro che qualcosa che può capitare a tutti, compreso lui stesso. E non parliamo dei personaggi iconici, delle scene iconiche, entrate nel quotidiano: Carrie, Misery, il pagliaccio Pennywise, per parlare solo del genere del terrore, descritti in modo molto chiaro in modo da lasciare a chi legge il modo di concentrarsi sulla paura e l'angoscia. Del resto, l'autore non parla in termini molto difficili: basti pensare al suo saggio sulla scrittura On writing (straconsigliato a chi voglia diventare scrittore). Sentendosi un uomo baciato dalla fortuna del suo talento negli anni, King condivide con chi lo segue e chi non lo fa dei semplici consigli per scrivere bene, in un modo intelligibile veramente da tutti. Un altro vero punto di forza è la versatilità: noi abbiamo scritto che King ha fatto un patto di sangue col terrore, ma in realtà moltissimi suoi romanzi parlano anche in modo amaro delle cose più belle della vita, del dono prezioso che è intrinsecamente e dona una dimensione visiva ai sentimenti in genere. Veramente, è un autore per cui vale fermarsi anche un mese a leggere un'opera che, seppur magari monumentale (ma non tutte sono di questo tipo, ci sono racconti anche brevi), regala al lettore il brivido di vedere parte della propria essenza, di luce o di ombra, materializzata davanti agli occhi.

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