• Rebecca Di Schino

Vita vera e Letteratura: il Matrimonio di ieri e di oggi, per le donne di tutti i tempi.

Aggiornato il: 8 apr 2020



Uomini, donne, famiglie, vicini, società, titoli, onore, disonore, contegno, futuro, sicurezza, denaro. Questi sono alcuni dei concetti chiave alla base della cultura occidentale della tarda età moderna. Il matrimonio era la chiave per riunirli tutti, con un unico e simbolico gesto atto a garantire quella stabilità emotiva sociale ed economica che, per l’epoca, e in rari casi anche al giorno d’oggi, rappresentava la massima aspirazione di una famiglia.

Il matrimonio in sé e per sé altro non era che un contratto stipulato tra due famiglie, uno scambio che si concludeva con la “vendita”, passatemi il termine, di una figlia per mezzo della dote. E ho detto figlia non a caso in quanto, per una famiglia più o meno numerosa che fosse, il mantenimento di una donna – che fino alla metà inoltrata dell’Ottocento non poteva in alcun modo provvedere alla sua persona e alla propria fortuna in modo autonomo – era un peso economico che il padre spesso non era in grado di sostenere, soprattutto nelle famiglie medio-povere. Va da sé, dunque, che confidare nella celebrazione di un matrimonio d’amore era una speranza più unica che rara, specialmente se la sposa in questione era considerata alla stregua di una manciata di denaro o di un corredo di biancheria, nella cultura occidentale almeno (un excursus sulle varie culture del globo negli anni e una visione antropologicamente più precisa delle società possono ben mostrare quanto spesso si preferisse qualche animale da allevamento o qualche pezzo di terra al posto di una parte della propria prole).

Eppure, è proprio lo sposalizio il protagonista dei più emozionanti e struggenti romanzi di fine XVIII e inizio XIX secolo. Trattato in modi diversi a seconda dell’autore, il matrimonio resta il punto di giunzione tra le parti dell’intreccio, sia esso causa o conseguenza dell’intera narrazione. Amore romantico, scambio economico, mezzo per giungere al possesso di una specifica donna o di un appezzamento di terra, il matrimonio è il più frequente protagonista della storia della letteratura moderna.

Lo sapeva bene Jane Austen, scrittrice inglese di fine Settecento, che divenne celebre grazie alla pubblicazione di soli sei romanzi. Commedie romantiche le chiameremmo oggi, romanzi "di maniera" come vennero etichettati già durante la sua epoca, in ogni caso accurati racconti dalle protagoniste rigorosamente femminili, la Austen crea un ideale di donna che entrava in netta competizione con quella che era la figura subordinata che la società prediligeva. Elizabeth Bennett è senza dubbio uno dei suoi personaggi più riusciti: forte, indipendente e sicura di sé è una figlia amorevole e una donna intransigente, decisa ad andare contro il parere della propria famiglia pur di non sposarsi per interesse.

Soltanto il vero amore potrà condurmi al matrimonio, ragion per cui rimarrò zitella!

(Orgoglio e pregiudizio - J. Austen)


La Austen crea una cesura definitiva con il passato: la sua donna è libera di scegliere, e sceglie di dire no a Mr. Collins che la vorrebbe in moglie perché è giusto che un uomo di Chiesa dia il buon esempio alla comunità, in accordo con la madre pronta a barattare sua figlia pur di non perdere la tenuta in cui vivono che per eredità sarebbe passata proprio a Collins. Sceglie di dire no anche a Mr. Darcy, nonostante il forte sentimento che prova nei suoi confronti, proprio per ricordare a un uomo di rango come lui che solo Elizabeth è padrona di sé stessa e solo lei può essere critica verso il suo modo di fare o verso quello della sua famiglia. Orgogliosa e testarda come poche altre eroine letterarie. Ma il matrimonio è anche la ragione di vita di Anne Elliot, decisamente meno autonoma nelle decisioni rispetto a Lizzie Bennett, costretta rifiutare Frederick Wentworth perché non all’altezza del suo ceto sociale, si ritrova ora ventisettenne (ahimè!) senza alcuna prospettiva di un matrimonio d’amore. A dimostrazione che nella vita il sentimento non è tutto, Jane Austen ci mostra una società in cui l’apparenza la fa da padrone e dove una ragazza di soli ventisette anni vede le proprie aspettative di felicità allontanarsi inesorabilmente.

[…] Dodici anni avevano cambiato Anne dalla silenziosa, goffa ragazza di quindici anni ancora in boccio, nella elegante signora di ventisette, dotata di ogni bellezza ma non più in boccio […].

(Persuasione - J. Austen)

Al giorno d’oggi sarebbe alquanto raro trovare una donna sotto i trenta che persegue con tanto ardore l’obiettivo del matrimonio senza prima essersi assicurata una carriera e un’indipendenza economica.

Donne differenti sono quelle del capolavoro di Emily Brontë. Cime tempestose è la storia di un amore negato, uno costretto, uno insolito e uno necessario. Due donne, madre e figlia, uno stesso nome, Catherine. Due uomini, Edgar Linton e l’oscuro Heathcliff. Il matrimonio, per la Brontë, non è il coronamento di un amore, ma anzi lo strumento per allontanare due anime che si appartengono, un mezzo per arrivare al possesso dell’altro, di ciò che ha e che rappresenta. Le eroine del romanzo sono l’emblema del collasso della personalità e del risollevamento della stessa. Ciò che non può la madre può la figlia, eppure non è un lieto fine quello che conclude il romanzo. Un’amara accettazione della propria condizione chiude una tragedia non dichiarata. Catherine vive una vita di rimpianti, più forte di Lizzie, con più autostima di Anne, è una donna che piegherà tuttavia il suo volere alle apparenze e alle aspettative della famiglia, al contrario delle altre due.

Adesso mi dimostri come sei stata crudele, crudele e falsa. Perché mi hai disprezzato? Perché hai tradito il tuo stesso cuore, Catherine? Io non ho una parola di conforto per te: tu hai quello che ti meriti. Ti sei uccisa da te stessa. Sì, tu puoi baciarmi, e piangere, puoi strapparmi lacrime e baci: essi ti arderanno, ti danneranno. Tu mi amavi: che diritto avevi, allora, di lasciarmi? Che diritto, rispondimi, di sacrificarmi al tuo miserabile capriccio per Linton? Mentre né la miseria, né la degradazione, né la morte, nulla di tutto quel che Dio e Satana potevano infliggerci, ci avrebbe separato, tu, di tua piena volontà hai fatto ciò. Non io ti ho spezzato il cuore, ma tu stessa: e il mio col tuo. Tanto peggio per me se sono forte. Ho forse bisogno di vivere? Che razza di vita sarà la mia quando tu... oh, Dio! Vorresti tu forse vivere con l’anima tua nella tomba?

(Cime tempestose - E. Brontë)

Emily Brontë si pone a un livello letterario ben più complesso di quello di Jane Austen, per quanto sempre ricondotto a un rispecchiamento della volontà culturale e sociale dell’Inghilterra vittoriana. Il matrimonio di Catherine con Edgar è il punto che sancisce la fine dell’adolescenza della protagonista e qualunque tipo di relazione lei abbia avuto con Heathcliff, catapultandola automaticamente in un tipo di futuro che rimpiangerà quando oramai sarà troppo tardi.

Fatto interessante di cui tenere nota è che nonostante entrambe si cimentino nella redazione di romanzi e di trattazioni sui pro e i contro del matrimonio, i suoi vari generi e gli obbiettivi di ciascuna unione, nessuna delle due autrici si è mai sposata. La Austen ebbe una breve e appassionata relazione con il giovane Thomas Lefroy, conclusasi in un nulla di fatto, anche in questo caso per colpa del poco denaro e di classi sociali troppo distanti. Emily, invece, morì a soli trent’anni di tubercolosi, vedendosi così preclusa la possibilità di crearsi una famiglia.

I tempi sono molto cambiati. Le donne contemporanee comprendono molto meglio il proprio valore a livello sociale, sono molto più consapevoli dei propri obiettivi e difficilmente potrebbero trovarsi a vivere esperienze come quelle sopra descritte. Tuttavia vi sono delle considerazioni che vale la pena di affrontare.

Innanzi tutto una donna, a ventisette anni, spera di avere una vita propria ben definita in modo da non dover dipendere da un altro essere umano che dovrebbe mantenerla. Certo, ognuna con i propri tempi e i propri modi, ma le ragazze moderne non credono più nella costante largamente accreditata fino a qualche decennio fa del padre padrone e del marito a cui obbedire. Hanno una personalità e vogliono che venga tenuta in considerazione, in ogni aspetto.

Conosco molte donne, mie coetanee che sono arrivate allo step del matrimonio, in modi diversi e per differenti ragioni: chi perché la vedeva come una degna conclusione di tanti anni di fidanzamento, chi perché alla fine si è lasciata convincere dal ragazzo che fosse ora di fare quel passo, anche se non del tutto soddisfatta della decisione almeno inizialmente (a buon intenditor!) ma che ora vedo molto serena e preparata, quasi. Ci sono ragazze che si sposano per scopi puramente pratici, ad esempio un compagno che lavora lontano, e altre che hanno giurato che mai si sottoporranno alla tortura dell’abito bianco. In ognuno di questi esempi appare lo sguardo forte di donne consapevoli che, a prescindere dalla conclusione, saranno state protagoniste del proprio destino.

Un appello, però, è doveroso farlo verso quelle ragazze che non hanno tutto questo potere. Inchiodate in famiglie dalle idee arcaiche, chiuse in relazioni tossiche con partner che non le valorizzano davvero, spaventate dal poter restare sole o da cosa potrebbe succedere se smettessero di farsi maltrattare. A loro voglio dire solo questo: ci sono state donne, nella storia e nella letteratura che hanno subito torti e violenze e si sono ribellate per far sì che a tutte quelle giovani donne che sarebbero venute dopo di loro si aprissero più porte, avessero più aiuto, più supporto e più forza per affrontare situazioni difficili e pressanti. Siate forti. Siate come Lizzie Bennet e scegliete con il cuore. Siate come Catherine Linton e scegliete per voi stesse. Siate come Brienne of Tarth (Game of Thrones, n.d.r.) e combattete per dimostrare che non siete inferiori a nessuno.

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