Walt Disney, il suo lato oscuro e le sue fonti d'ispirazione: la letteratura inglese

Parte seconda: il mondo letterario di Shakespeare

Se avrete avuto il tempo e la pazienza di leggere l'articolo precedente, sapete allora bene quale sarà l'argomento di oggi; nel caso contrario, vorrei consigliarvi di scorrere indietro nei post e recuperare, rimarrete piacevolmente sconvolti dal sapere che Walt Disney non assomigliava minimamente alla figura che ci veniva fornita dai suoi capolavori. Parliamo di un uomo paranoico, dispotico, abusato nell'infanzia, i quali lavori sono frutto dell'espiazione dei propri traumi... Ma non voglio rivelarvi altro!

L'articolo su questo iconico personaggio del mondo dello spettacolo è diviso in tre parti, prendendo in considerazione alcuni masterpieces della letteratura inglese a cui si è ispirato per i suoi film d'animazione, ripartiti in tre periodi: il Medioevo, il periodo compreso tra la scoperta dell'America e il 1600 ed il Vittorianesimo.

L’analisi può ora proseguire passando non propriamente per un periodo, ma attraverso l’immenso vate della letteratura inglese, figura che, forse, nell’intero mondo, per la sua eterna attualità e freschezza, ha contribuito ad ispirare i più grandi artisti a livello mondiale.

Shakespeare è simbolo di globalità letteraria. Tradotto in tutte le lingue, conosciuto in tutti i percorsi formativi scolastici, famoso anche solo “per sentito dire”, il “Bardo” oggi può vantare il maggior numero di testi tradotti e la gloria eterna. Ma questo è noto. La domanda è: come fanno due epoche così lontane a ritrovarsi sotto due nomi così altisonanti? Shakespeare è conosciuto perché è semplice da comprendere e Disney lo sfrutta come spunto perché è conosciuto. L’affinità tra i due nomi è semplicemente questa. Il pubblico americano ha una formazione, provenendo da un’ex colonia, prevalentemente europea, che si tramanda da secoli, non avendo una propria cultura di base o, meglio, avendo fatto “tabula rasa” di questa. Come secondo motivo, si può constatare che a livello teatrale e cinematografico, l’autore offre, oltre ad un numero cospicuo di spunti, una grande malleabilità delle sue storie, adattabili di conseguenza ad ogni sorta di rappresentazione, dal teatro, al cinema, alla letteratura stessa; in particolare, in quest’ambito Shakespeare ampliò il potenziale drammatico della caratterizzazione dei personaggi, dell'intreccio e del linguaggio, mentre i monologhi erano generalmente utilizzati per fornire informazioni sui personaggi o gli eventi. L’autore li utilizzò per esplorare la mente dei personaggi, definirne il carattere, dargli una caratura. La poesia romantica tentò con successo quasi nullo di far rivivere i versi drammatici shakespeariani: il critico George Steiner descrisse tutti i versi drammatici inglesi da Coleridge a Tennyson come "flebili variazioni di temi shakespeariani". Per quanto riguarda la narrativa, Shakespeare influenzò i romanzieri come Thomas Hardy, William Faulkner, Charles Dickens, Herman Melville (il suo Capitano Achab di Moby Dick è un classico eroe tragico, ispirato al King Lear). Alcune opere liriche sono direttamente collegate con i lavori di Shakespeare, tra cui due lavori di Giuseppe Verdi, l'Otello e il Falstaff. Tutto ciò serve a capire quanto l’autore influenzò la letteratura europea, che mantenne sempre un contatto con i territori d’oltremare.

Il re leone (The lion king) e l’Amleto sono il classico esempio di opere parallele, ma non troppo. Il richiamo al vate è davvero sorprendente, gli elementi di somiglianza nella trama sono davvero tanti. Ricordiamo la storia di Amleto, del 1600: un principe, a cui viene assassinato il padre, cerca un posto nel mondo. La morte del genitore è opera del crudele fratello dello stesso, usurpatore poi del trono, tramite il matrimonio con la cognata, ovvero la madre del protagonista. Il principe viene esiliato e giudicato pazzo, al suo fianco rimane solo la sua compagna fedele, Ofelia, figlia del ciambellano e consigliere di stato Polonio, e dal suo grande amico Orazio; viene minacciato da Rosencrantz e Guildenstern, che si dimostrano amici ma sono due spie coinvolte da Claudio, poi da Claudio stesso. Amleto riuscirà grazie ad uno stratagemma a far confessare Claudio di aver assassinato il padre, ma la tragedia, come si evince dal fatto che è tale, finisce male per tutti i personaggi, tutti morti, infine, per i loro veri o presunti peccati.

In quasi quattrocento anni ci sono state diverse trasposizioni artistiche dell’opera, lineare al massimo nella sua stesura: Amleto è di gran lunga l'opera shakespeariana che è stata rappresentata al cinema con maggior frequenza e successo. Il personaggio che incarna il dubbio esistenziale, che pregna la scena di questo grazie al suo monologo famoso “essere o non essere”, è stato rappresentato fin dagli albori della cinematografia sia da attori sia da attrici. Tra le interpretazioni femminili, fecero scalpore quella di Sarah Bernhardt nel film del 1900, e non inferiore per notorietà la prova d'attrice della danese Asta Nielsen nella pellicola del '21, nella quale introdusse una sfumatura di erotismo nel rapporto con Orazio, tramite lunghe inquadrature. Il più apprezzato interprete delle tragedie di Shakespeare al cinema del secondo dopoguerra, Laurence Olivier, si cimentò con Amleto nel 1948: il suo principe danese, abbondantemente rodato sui palcoscenici britannici, si presenta come una specie di tigre in gabbia, mantenendo davanti alla cinepresa la stessa la fisicità e la potenza proprie dell'Olivier teatrale. Di gran lunga più di "effetto" è stato l'"Amleto Russo" Gamlet del 1963/64 sceneggiato e diretto da Grigorij Kozinceev, che si è avvalso dell'interpretazione di uno dei mostri sacri della scena sovietica: Innokentij Smoktunovskij. Quanto al protagonista, di grande impatto si sono rivelati i monologhi del principe danese, mai recitati, ma "pensati" mentre la cinepresa ne inquadra il volto, gli occhi, l’andatura. In Italia è il giovane Vittorio Gassman a presentare la pellicola italiana più nota dell'epoca sugli intrighi di Elsinore. Negli ultimi decenni, hanno impersonato con grande successo Amleto sullo schermo tra gli altri Ian McKellen, Mel Gibson, Kenneth Branagh, Ethan Hawke. Non sono mancate poi le sperimentazioni e i liberi adattamenti, come il video-esperimento degli anni settanta Un Amleto di meno di Carmelo Bene, in realtà tratto da un testo di Jules Laforgue; la tragedia di Amleto vista con gli occhi di due smemorati comprimari in Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard; il racconto poetico di Kenneth Branagh intorno a una scalcagnata compagnia alle prese con il Bardo (Nel bel mezzo di un gelido inverno). Si ricorda inoltre la versione cinematografica del finlandese Aki Kaurismäki nel suo Amleto si mette in affari (1987). Dunque,come possiamo constatare,il numero dei titoli è vario, ma il titolo che mostra la più insolita rappresentazione della vicenda di Elsinore è sicuramente The lion king, del 1995, prodotto dalla Disney, con la regia di Roger Allers e Rob Minkoff. L’opera, realizzata in 2D durante il “Rinascimento Disney”, è ambientata in un’Elsinore tutt’altro che danese: la roccaforte del giovane principe, il leoncino Simba, mite e dolce Amleto, è posta in un’esotica savana africana, dove la natura trionfa sotto il sole bruciante. Ancora una volta, viene scelto nella sceneggiatura un cast di animali parlanti, tanto cari agli Studios dato il trionfo dei titoli più memorabili (basti pensare al Libro della Giungla oppure a Robin Hood, ai personaggi marini de La Sirenetta, ai protagonisti di Bianca e Bernie). Man mano che la trama va a snodarsi, possiamo carpire delle analogie davvero lampanti: il re, il leone dominante Mufasa, viene ucciso dal fratello Scar con un tranello, con ovvie differenze data l’ambientazione nel mondo animale. Così, come avviene in natura, si accoppia da nuovo maschio dominante con Sarabi, madre del piccolo Simba (particolare ovviamente omesso nel lungometraggio animato, ma chi possiede una cultura media intuisce che questa ne sarà la conseguenza, perché così è in natura). Ed ecco qui, anche il dettaglio dell’incesto è velatamente servito, dettaglio questo su cui poi Freud, Jones, Lacan, Barrymore e diversi altri nel campo della psicologia, elaboreranno varie teorie su probabili complessi di Edipo, ecc. Tornando alla trama, si è detto che Simba è un leone molto amato dai genitori, che da cucciolo vede morire l’amato padre davanti i suoi occhi. Lo zio Scar, il leone dalla criniera nera, principe magro, simbolo di disonestà (come il già citato Principe Giovanni Senza terra in Robin Hood), con un abile stratagemma e l’aiuto dei suoi cortigiani, le tre iene Banzai, Eddie e Shenzie (che rappresentano i cortigiani Rosencrantz e Guildenstern, pur essendo tre), riesce a provocare il mortale incidente che fa morire il fiero re dalla criniera rossa (che ricorda il re Riccardo cuor di Leone sempre in Robin Hood) sotto le zampe di centinaia di gnu impauriti. Scar addossa la colpa a Simba e questo si esilia lontano dal regno, abbandonando la madre e Nala, la Ofelia disneyana, la quale dimostra di avere un carattere da guerriera indomita, sfidando la savana per procacciare il cibo al branco, diventando la vera forza motrice che spinge Simba al ritorno, insieme a Rafiki, lo stregone babbuino, il quale mostra al giovane principe, nel momento in cui diventa adulto e pronto (anche lui deve subire una maturazione per tornare a casa ed ottenere, quindi, il trono) ad affrontare il suo destino, la via per rivedere il volto del re padre nelle stelle, che gli parla, rivelandogli ciò che dovrà fare per essere anch’egli un buon re; ciò ricorda fortemente il colloquio che Amleto ha con il padre nella sua stanza, perché anche questo si svolge privatamente, senza interferenze del mondo esterno. In tutte e due le opere la rivelazione dei padri è qualcosa di determinante per le azioni successive, è il motore che scatena la vendetta nell’opera Shakespeariana, e la consapevolezza del proprio ruolo nel mondo nell’opera disneyana. Tutti e due i principi acquisiscono tramite questo espediente un indirizzo, un suggerimento per intraprendere il cammino designato dal destino stesso. In fin dei conti, l’opera di Disney gioca tutta sulla maturazione del piccolo leone, seguita anche dal consigliere di corte Zazu (il Polonio disneyano), un bucero, e dal facocero Pumba insieme al suricato Timon, un doppio Orazio, i compagni che lo aiuteranno. La morte di Scar dopo aver ridotto in rovina il branco e aver confessato di essere l’assassino di Mufasa è ciò che potrebbe far pensare ad un’autentica somiglianza anche nel finale, ma la solita impostazione in toni molto morbidi dovuta alla visione a livello familiare, fa si che ci sia uno switching verso un lieto fine, dove il re ottiene il trono usurpato insieme alla sua Ofelia e addirittura ci sarà un seguito: Il re leone 2-Il regno di Simba è il cinquantaseiesimo film d’animazione Disney distribuito solo su VHS del 1998. Anche qui Shakespeare viene citato, proponendo un “animalesco” Romeo e Giulietta, in cui Kiara (figlia di Simba e Nala) e Kovu (figlio del defunto Scar e della leonessa Zira, ora a capo del branco dei rinnegati al posto del marito) sono due leoncini come lo erano i genitori di Kiara, molto amici e spensierati, che crescendo si rendono conto di provare un sentimento reciproco, con un ovvio lieto fine conquistato dopo mille peripezie. Anche qui ritorna il “fantasma” di Mufasa, elemento del già citato Amleto, che ancora una volta si pronuncia dalle stelle nonostante sia stato assassinato.

La carrellata seicentesca non finisce però con Shakespeare, ma con una delle pellicole disenyane più belle degli anni ’90, Pocahontas, che ci dona un omaggio al nuovo mondo ed uno scorcio a tratti fedele dell’epoca.

Jamestown, 1607. Questo è impresso sopra un’antica carta geografica che fa da sfondo ad un elegante veliero, mentre un coro di uomini, pronti a partire per colonizzare nuove terre, canta una canzone festosa sulla conquista della Virginia. L’introduzione al trentunesimo classico Disney, del 1995, per la regia di Mark Gabriel ed Eric Goldberg, ci mostra nei primissimi minuti di visione quale sarà il tema portante. Storicamente parlando, quegli uomini facevano parte di quella compagnia, la Virginia Company che diede vita a Jamestown, nella Virginia, appunto: partirono con tre navi e quasi centodieci uomini per creare un insediamento stabile in quel posto dalla natura lussureggiante. All’inizio l’insediamento era costituito da pochissime case, la chiesa e una roccaforte di legno, tipiche all’epoca; quel che risultava essere davvero problematico era il rapporto con gli indigeni, ovviamente ostili a farsi assorbire culturalmente e a farsi sottomettere da questi stranieri che adesso distruggevano la loro terra. Di Pocahontas e del capitano John Smith abbiamo diverse prove che ne attestano l’esistenza: quello che ci è noto è che Smith fu uno dei più illustri dirigenti della marina inglese, un uomo che fronteggiò con coraggio il Massacro di Jamestown, e che Pocahontas era figlia del capo indiano Powathan, il quale fu il capo dell’omonima confederazione indiana nel XVII secolo. La principessa indiana, nella sua breve vita, fece un grande passo degno di merito: incuriosita dal nuovo mondo, salpò con i marinai della Virginia Company e fu portata a Londra, dove sposò John Rolfe e visse il resto della sua vita lontana dalle tradizioni natali. Disney volle sfruttare appieno il lato sentimentale della storia, per trarne una morale poi contro la discriminazione razziale: John Smith conosce Pocahontas, la rincorre, la incontra di nascosto, perché sa che viene da un mondo diverso ma che tutti e due sarebbero stati assassinati per il disonore creato alla propria stirpe e alla propria patria. Il soldato conosce la preziosità della natura, si innamora della ragazza, capisce che la corsa all’oro è inutile, perché oro non c’è (si evince dalla scena in cui Pocahontas mostra a Smith una pannocchia, affermando “questo è oro”). Ma proprio come accade nella tragedia di Shakespeare, datata 1595 (quindi non molto lontana cronologicamente dalla vera storia) due mondi li separano, due famiglie, quella indiana e quella inglese, due grandi patrie fatte di una moltitudine di persone che avrebbero visto la loro unione come un vile tradimento. Come i giovani Montecchi e Capuleti, sono costretti ad incontrarsi clandestinamente a causa della tirannia che gli impedisce di vivere come meglio credono, a causa del conflitto creatosi a monte tra le due terre. Alla fine del film, infatti, sta per scatenarsi il famoso massacro di Jamestown, ma come vuole la tradizione Disney, questo viene impedito dalla saggezza e compassione della principessa, che dichiara il suo amore per il giovane capitano suscitando nel padre tenerezza, suggellando poi la pace tra i coloni e gli indigeni, prima che i primi tornassero in patria; in questo clima dove viene insegnato il rispetto per gli altri popoli, dunque ad essere contro il razzismo e a valorizzare le diversità, come abbiamo detto, c’è anche il “cattivo”, che viene punito, cioè il governatore Radcliffe, che finisce come ogni personaggio negativo Disney dimostrando, ancora una volta, che chi non si attiene alle regole di bontà e tolleranza perisce; dunque, anche questo personaggio serve da esempio per la lezione di Disney.

Il parallelo con il vate si conclude con il travestimento in Shakespeare in The Twelfth Night e la creazione di Mulan.

Nel VI secolo venne scritta per la prima volta una leggenda, narrava di un’eroina cinese che si travestiva da uomo per contrastare gli attacchi da parte delle tribù nomadi e degli Unni. Il racconto originale è andato perduto, ma le repliche narrano che l'imperatore richiamò alle armi tutti gli uomini cinesi iscritti nell'elenco dei riservisti tra cui Hua Hu (noto condottiero e padre di Hua Mulan). Nonostante la sua veneranda età e il suo debole stato di salute Hu decise di rispondere alla chiamata per onorare il nome della sua famiglia e dei suoi antenati; la figlia Mulan, preoccupata per la salute precaria del genitore, decise di rispondere alla chiamata al posto di Hu utilizzando il nome del suo fratello minore, con un restio consenso del padre. I successivi mesi per Mulan furono difficilissimi a causa del duro addestramento militare, che ne deterioravano l’esile fisico, e della paura di svelare il suo segreto. Successivamente però, durante le numerose battaglie Mulan capì quanto fosse importante continuare a combattere per proteggere la propria patria e si dedicò alla vita militare con totale dedizione. Dopo dodici anni di combattimenti e incredibili gesta, l’intrepida ragazza fu nominata generale e successivamente comandante delle armate settentrionali (il tutto continuando a nascondere la femminilità). La guerra finì proprio grazie a Mulan che batté sul campo un famosissimo generale unno. Al suo ritorno ella fu colmata di onori imperiali e le fu proposto il posto di alto funzionario ma lei rifiutò per poter tornare a casa dal padre malato. La sua vera identità fu scoperta a causa delle diatribe con un comandante anziano che cercò in ogni modo di offrire a Mulan sua figlia come sposa (con continui rifiuti da parte sua). Alla fine il generale, indispettito, raggiunse Mulan a casa e fu lì che scoprì la vera identità della ragazza. Qui si interrompe la leggenda che ispirò la realizzazione di Mulan, del 1998, quasi in tutto e per tutto simile all’originale. I cambiamenti applicati, come l’inserimento dell’elemento magico Mushu, il draghetto che la guida in battaglia), il rispetto dell’imperatore senza aver combattuto per anni, il mantenimento di una bellezza assolutamente femminile durante tutto il suo percorso, la fuga da casa senza consenso. Mulan trova il suo posto nel mondo lontana dal mondo femminile, nel quale aveva avuto diversi problemi, essendo alquanto distratta e goffa. Anche qui gli sviluppatori appartenenti al Rinascimento Disney, seguendo quella che era la tradizione di Walt, forniscono una morale, o in questo caso più insegnamenti, secondo i quali bisogna impegnarsi a fondo nelle cose resistendo per raggiungere alti scopi, bisogna liberarsi dei pregiudizi e combattere per gli ideali. In questa lontana Cina feudale, ritroviamo un elemento spesso costante in Shakespeare: l’arte del travestimento femminile. Ciò che di Shakespeare è importante sapere in questo caso è che ha sempre posseduto una “androgynous mind”, particolare attribuitogli da Samuel Coleridge. Per dirlo con le parole di Juliana De Angelis,

Shakespeare si è sempre servito dei modelli dominanti della sua cultura per sovvertire le idee dall’interno, proponendo nuovi valori. Ma almeno una parte del suo variegato pubblico doveva essere in grado di cogliere in gran parte della sua produzione, soprattutto nelle sue commedie, le frequenti allusioni ad un ideale di sessualità che esula dall’opposizione binaria maschile/femminile.

Il collegamento che troviamo con Disney è che questa è un’epoca in cui la parità tra uomo e donna, spesso essere androgino non in sé ma a causa del ruolo ricoperto di donna moglie-madre e forza lavoro della società, è necessario fornire un’idea di donna esule appunto dalla condizione arcaica stabile nella memoria della società stessa; gli sviluppatori di Mulan hanno trovato appunto un modello di donna senza inibizioni e condizioni frugando in un passato dove questa condizione poteva essere solamente una leggenda. Viola, l’eroina che nella Dodicesima notte o quel che volete di Shakespeare si traveste da uomo, per raggiungere uno scopo sempre di protezione della famiglia (ricerca il fratello Sebastian, creduto morto), deve, come Mulan, vestire i panni di un uomo e riesce a calarsi talmente bene del ruolo, proprio come Mulan, da far innamorare la contessa Olivia senza averne l’intenzione, solo con la sua presenza suadente di eunuco.


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