Walt Disney, il suo lato oscuro e le sue fonti di ispirazione: la letteratura inglese

Aggiornamento: 8 apr 2020

Parte prima: dal Medioevo al Rinascimento


Walt Disney risulta in assoluto il personaggio più controverso di Hollywood. Forse allo spettatore ignaro, figura che finisce con il costituire la prevalenza del pubblico, questo nome sarà associato solamente a quella che è la parte più evidente e positiva del suo mondo, la facciata che ha coperto ciò che è il suo lato oscuro. Il pubblico collega il suo nome a quello che è l’intrattenimento per famiglie per eccellenza, di conseguenza lo “Zio Walt” rimane una figura con un nome altisonante ma senza un proprio viso, che vanta per i suoi lavori quasi una trentina di premi oscar più innumerevoli premi speciali, tre parchi di divertimento famosi in tutto il mondo, la paternità del personaggio animato più famoso del mondo, cioè Mickey Mouse, milioni di prodotti venduti del suo merchandising ufficiale dal 1931 e la gloria eterna.

Solo chi ha approfondito con passione ciò che è la sua vita ha donato al pubblico non solo un volto, dotato di eleganti baffi “alla Errol Flynn”, ma un’anima a questo re del mondo “animato”.

Non poche sono state le difficoltà nello scrivere una biografia che mostrasse delle macchie sul curriculum di quello che era considerato un eroe, creatore di un mondo così perfetto; per dirla alla M. Eliot,

Quando il soggetto di una biografia non è più in vita, il problema dell’autorizzazione diventa in qualche modo più spinoso.

Di fatto, quasi nessuno fu disposto a parlare con lui e a concedergli un’intervista: la moglie Lilian, la figlia Diane Marie, i collaboratori ancora in vita dei suoi Studios negarono continuamente a Eliot una qualunque autorizzazione di proseguire nelle ricerche e ciò che emerge dalle altre biografie, come quella autorizzata Thomas o quella di Mosey, è sempre l’immagine di quella luminosa vetrina di un mondo ovattato, emblema dell’infanzia.

Minacciato di avere problemi con gli studi legali della grande compagnia, minacce poco attualizzabili grazie a cavilli legali che gli hanno fatto provvidenzialmente da scudo, Eliot ha ricevuto la proposta dalla casa stessa di poter pubblicare la sua biografia di Disney in cambio di una semplice condizione: la revisione totale del manoscritto. Offerta, ovviamente e fortunatamente, declinata, poiché fornisce al lettore che voglia approfondire qualcosa di autentico sul “principe nero di Hollywood”. Dopo un lungo periodo di ricerche, durato dal 1988 al 1992, Eliot riuscì nella sua impresa in maniera soddisfacente, con il contributo di Arthur Babbitt, ex braccio destro di Walt Disney, in seguito da lui licenziato a causa del grande sciopero all’interno dello studio, da lui fomentato, del 1941, contribuente al libro di Eliot grazie a un’intervista telefonica del cognato di Disney William Cotrell, il cui aiuto a detta dell’autore “è stato inestimabile”, dell’animatore e autore Jack Kinney, che ha autorizzato il trattamento dei suoi stessi dati personali di Bill Littlejohn, uno dei fondatori della “Screen Cartonists Guild” (il sindacato degli animatori), che ha contribuito con dettagli precisi e racconti generosi su quello sciopero che destò tanto clamore, di Faith Hubley, regista d’animazione che lo mise in contatto con Littlejohn, dello sceneggiatore Joe Grant, che mise a disposizione i suoi archivi personali; concludendo, abbiamo gli ultimi due fondamentali contributi: Dave Iwerks, figlio del primo socio Disney Ub Iwerks, mise a disposizione i suoi aneddoti e le fotografie che attestavano lustri di lavoro negli studi e i fondamentali cambiamenti nel corso del tempo, così come Dave Hiberman, animatore Disney e ispiratore dello sciopero, che mise a disposizione le stesse fonti.

Dietro il mondo di gioia e divertimento che ha creato, c’è una triste verità: Disney fu un bambino dal passato infelice che divenne un adulto desideroso di superarlo attraverso i numerosi parti della sua fantasia, nel tentativo di esorcizzare quello che sono stati i suoi traumi. Non ebbe mai interesse a mostrare ciò che c’era dietro la creazione dei suoi personaggi, principalmente esseri zoomorfi, fedeli alla simbologia della tradizione popolare, ma lo studio delle sue sceneggiature risulta particolarmente interessante.

A riguardo, illuminante è il giudizio di M. Eliot, frutto di un’attenta ricerca:

Non aveva alcuna considerazione per la psicanalisi, sia nel proprio lavoro che nella propria vita, credendola parte della stessa congiura giudeo-marxista che aveva cercato di distruggere il suo studio.

Il suo tanto amato Bambi racchiude in una sintesi davvero perfetta quello che fu la sua infanzia. Superando quello che è l’ “antropomorfismo dell’apparenza”, in cui troviamo uomini vestiti da animali e animali vestiti da uomini, Disney ci mostra la cornice bucolica che fece da sfondo alla sua infanzia a Kansas City, dove rimase fino al 1917, anno in cui, falsificando la firma dei genitori, si arruolò per servire la patria nel primo conflitto mondiale. È una violazione vera e propria del mondo degli esseri di carta, per mostrare che “dentro quella foresta, c’era l’uomo”. È il film disneyano estremo, l’unico e il solo dove Disney ci da una sua visione introspettiva. Nella fattoria dove viveva con il padre Elias, la madre Flora e uno dei suoi fratelli, Roy, il piccolo Walt passava giornate all’insegna del lavoro, subendo violente punizioni corporali ingiustificate dal padre, avendo come unico conforto il fratello di pochi anni più grande di lui e subendo il silenzio e l’indifferenza della madre, che riappariva davanti ai suoi occhi solo la sera, per raccontargli delle storie, alcune delle quali (come I tre porcellini dei fratelli Grimm e Biancaneve) saranno soggetti dei suoi lungometraggi e cortometraggi. Fu educato in modo da considerare il padre come unico padrone dell’intera famiglia e con la concezione di pater familias gestì anche i suoi studios, vedendo dunque nello sciopero del 1941 un ammutinamento di quella che considerava la sua nuova famiglia, dunque prendendolo come il peggiore degli oltraggi. L’unica compagnia durante le dure ore di lavoro erano gli animali della foresta vicino le proprietà del padre, ritratte da lui con il carboncino nei rari momenti liberi da quell’inferno terreno. Ciò che Disney aveva subito a otto anni venne macinato per diversi decenni nella sua interiorità, fino all’elaborazione di questo suo “documentario” interiore, incarnato in Bambi, scorrendo i dettagli in modo vivido: la madre che muore in modo violento e drammatico esterna tutta la sua frustrazione verso quell’essere che gli ha fatto sentire l’amore e l’abbandono, prima contraddizione della sua vita. Gli animali compagni di un’infanzia infelice. Il cervo, padre padrone, che nella sua mente era cinico perché non gli dimostrava amore ma lo guidava per farlo diventare suo successore, spingendo più profondamente nel suo inconscio fino agli anni di maturità la convinzione che aveva da bambino di essere stato adottato, di non avere quindi a che fare con quel padre incline a procurargli brutali sofferenze. Infine, la foresta che va a fuoco, tentativo di purificazione di un’infanzia che, se da un lato lo ha forgiato alle difficoltà poi affrontate nel corso della vita (le varie crisi degli Studios, la convinzione ingiustificata della sua sterilità e la preoccupazione di non avere eredi, lo sciopero del 1931, per citarne alcune delle più famose), dall’altro ha fatto in modo che si sviluppasse in lui un seme di insicurezza al limite della paranoia che lo avrebbe accompagnato per tutta la sua esistenza. La fragilità emotiva che lo contraddistingueva è facilmente intuibile analizzando i suoi lungometraggi: quelli prodotti tra il 1939 e il 1941, cioè Biancaneve e i sette nani, Pinocchio, Fantasia, Dumbo e il già citato Bambi, riflettono alla perfezione il tema principale del loro creatore: la santità della famiglia (principio ereditato dalla sua) e le tragiche conseguenze della sua rottura. In ognuno di questi film, infatti, almeno una delle due figure genitoriali è assente, e la ricerca di elementi sostitutivi a questi (I nani, gli amici della foresta, la fata Turchina, il topo Timoteo) serve al personaggio per ottenere un’integrità spirituale e una completezza che lo porti all’happy ending. Il dramma interiore si concretizza con degli oggetti che minacciano la ricerca: la mela della strega Grimilde in Biancaneve e i sette nani, la foresta in fiamme di Bambi, il naso che si allunga in Pinocchio, le orecchie di Dumbo, la notte prima dell’alba rassicurante in Fantasia.

Quando nel 1932 arrivò a Los Angeles, aveva alle sue spalle non solo questo passato gramo, ma anche le macerie della Prima guerra mondiale. Ereditata dal padre la buona qualità della testardaggine e la capacità di trovare risorse senza arrendersi, rischiò tutto in un campo fino ad allora quasi totalmente snobbato dalle grandi case di produzione: fino al 1919 i disegni animati avevano ricoperto un ruolo marginale nell’industria cinematografica, per riemergere dalle tenebre dopo il successo di Felix the Cat di Pat Sullivan, considerato un cocktail dello stile e della mimica di due miti del cinema muto, Charlie Chaplin e Buster Keaton, che divenne in poco tempo uno dei principali intrattenimenti d’America. Mentre Felix the cat raggiungeva un successo così notevole, Disney era ancora un impiegato in un’agenzia pubblicitaria, dove rimarrà fino a che, comprata una macchina da presa, tentò lui stesso con pochi mezzi a farsi notare nel mondo dell’animazione. Il suo primo contratto fu con la Laugh-O-grams, per la quale lavorò insieme all’amico di sempre Ub Iwerks nel 1922, dove creò il suo primo cortometraggio, intitolato Little red riding hood. Contratto dopo contratto, anticipo dopo anticipo, Disney ha creato un impero di cui il sorriso è solo una facciata che protegge come uno spesso muro di cinta ciò che fu il negativo della sua vita. Mickey Mouse, suo alter ego, e Pietro Gambadilegno, simbolo della crisi economica che ci fu dal 1929 agli anni della ripresa, sono solo un millesimo dei tasselli che vanno a comporre il mosaico che fa da fondo a questa personalità enigmatica.

Tra le varie imprese avvolte nell’ombra, nessuno ricorda che nel 1940, a trentanove anni, Disney divenne una spia per conto del governo degli Stati Uniti. Il suo compito era quello di riferire sulle attività definite sovversive compiute da attori, disegnatori, produttori, registi e tecnici all’FBI, il Federal Bureau of Investigation. Meno di un anno dopo, con lui si trovò a fare i conti il suo personale, che non trovò più di fronte l’amico, ma il dispotico, intransigente e per certi versi poco umano pater familias degli studios. Disney si ritrovava a ricoprire il ruolo di Disney Senior in quella che era la sua famiglia lavorativa, dimostrandosi cinico e severo in egual maniera: detestava i sindacati, detestava in realtà ogni minimo moto di ribellione o azione anche solo lievemente sovversiva, ogni minima lamentela veniva tradotta in un affronto da punire con il licenziamento e un’operazione di “tabula rasa” a livello lavorativo. Così, quando il suo braccio destro Arthur Babbitt, sua punta di diamante, guidò lo sciopero, in seguito alla prolungata mancata erogazione degli stipendi dello staff, Disney si ritrovò a dover di nuovo far fronte a ciò che erano le sue fragilità e insicurezze. Oltre al demone della rivolta, si trovò a fronteggiare quello delle maldicenze: secondo queste, Disney non solo non avrebbe mai saputo disegnare, ma non avrebbe nemmeno saputo fare la propria firma. Dunque, venne posto al pubblico dai media come un ignorante, un incompetente. Il riscatto avvenne con il corso degli anni, quando grazie alla sua intraprendenza superò gli ostacoli economici e, grazie alla positiva risposta del pubblico, poté finanziare lungometraggi con cifre da capogiro, fino alla sua morte, avvenuta nel 1966 a Burbank, a causa di un cancro al polmone sinistro.

L’animazione Disney oggi non è più praticata negli storici studi della Walt Disney Feature Animation, ma pur avendo chiuso gli studi satelliti a Parigi e Orlando, la produzione continua negli studi di Burbank, denominata Walt Disney Animation Studios.

M. Eliot ci offre uno scorcio su quella che fu l’educazione scolastica e l’approccio alla letteratura di Walt Disney:

A scuola, Walt non spiccava nella media, ma mostrava una particolare inclinazione per la letteratura. Frequentava la biblioteca scolastica, leggeva tutto Twain e Dickens e divorava libri del suo eroe, Jimmy Dale, agente segreto in calzoni corti.

Quel che sappiamo di certo è che ha attinto in maniera costante nei suoi lavori, lungometraggi, medio metraggi, o lungometraggi che siano, alla letteratura internazionale, rielaborando sul grande schermo ciò che è stato sempre presente nel calderone della cultura popolare, diventando dunque un moderno cantastorie. Del resto, citando anche Annalee Ward,

Il narrare è vitale in ogni società come modo di cercare e condividere la verità, ma il ruolo del narratore nella cultura è cambiato, contaminando ciò che viene detto. Oggi, nella cultura contemporanea il ruolo centrale del narratore è occupato dai film famosi. Vengono comunicati miti e favole, educano e intrattengono il pubblico per il meglio o peggio. Una compagnia in particolare ha il nome che indica un tremendo fascino per il pubblico e gode la popolarità del proprio brand: Disney.

In principio, fu grazie alle Silly Simphonies, cortometraggi prodotti dal 1929 al 1939, che per la prima volta il pubblico può gustare una pellicola sonora o a colori. Diversi di questi corti sono tratte da storie ben conosciute non solo ad un pubblico di lettori appassionati,ma anche a persone di estrazione meno colta, perché derivanti dalle fiabe o dalle leggende tramandate nella tradizione popolare internazionale: The Ugly Ducking (1931),ispirata alla favola del brutto anatroccolo, King Neptune (1932), ispirata alla leggenda di Nettuno, Santa’s Workshop (1932), sulla leggenda di Babbo Natale, Father’s Noah Ark (1933) ispirata alla storia biblica dell’arca di Noè, Three Little Pigs (1933), ispirata alla favola dei tre porcellini dei fratelli Grimm. Ciò, insomma, che poteva essere frutto del suo estro in questi corti era concepito dai suoi ricordi, dal ricordo della madre e delle favole lette prima di andare a dormire.

Lo spunto per il suo primo lungometraggio, Biancaneve e i sette nani (Snow White and the seven dwarfs, 1937), e per il successivo Pinocchio (1940) hanno la medesima origine, essendo ispirati rispettivamente alla favola dei F.lli Grimm e il romanzo di Carlo Collodi. Stessa origine hanno, in sintesi, diversi film di animazione prima del 1986, senza contare quelli sviluppati poi dai suoi collaboratori e animatori. Possiamo citare: Cinderella (1950) e Sleeping beauty (1961), basato sulle omonime storie di Perrault; The back cauldron (1985), basato sulla leggenda di Taron e la pentola magica.

Di soggetti basati su classici da lui ben conosciuti ce ne sono diversi. Per elencarne alcuni: Alice in wonderland (1951), basato sul romanzo omonimo di Lewis Carroll, The sword in the stone (1963), basato sul ciclo di romanzi di Re Artù, The Jungle Book (1967), basato sui racconti di R. Kipling. Il più recente, infine, è The Great mouse detective (1985), ispirato al personaggio di S. Holmes creati dalla penna di A.C. Doyle.

Sono 57 i lungometraggi considerati classici secondo il canone Disney, dal 1937 al 2019. Dopo un periodo di eclisse (ad esempio, Sleeping beauty fu un vero disastro ai botteghini, deludendo le aspettative degli animatori e di Disney spesso; quella fu la spia del periodo “poco” fruttifero dei lungometraggi) viene chiamato “Rinascimento Disney” quel periodo che va dal 1989 al 1999 in cui il nome della casa di produzione torna alla ribalta con record mai visti nella storia dell’animazione; fu Jeffrey Katzemberg, capo del gruppo di animazione Disney, a introdurre espedienti vincenti come un numero di canzoni tale da avvicinare il lungometraggio al musical, così come nuove tecniche di narrazione.

Appartengono a questo periodo: The little mermaid (1989), The rescuers Down under (1990), Beauty and the beast (1991), Aladdin (1992), The lion king (1994), Pocahontas (1995),The hunchback of Notre Dame (1996), Hercules (1997), Mulan (1998) e Tarzan (1999).

Per rendere scorrevole e interessante l’esplorazione delle fonti si è deciso di partire in ordine cronologico dai periodi menzionati nelle stesse e, dunque, si comincerà dalla coscienza americana del Medioevo e l’interpretazione dello stesso da parte di Disney.

La memorabile scoperta del Nuovo Mondo ha una data ridondante nella nostra quotidianità; era il 1492 quando Cristoforo Colombo fece conoscere al resto del mondo conosciuto il mondo selvaggio che venne poi chiamato America. Ne consegue, ovviamente, che la realtà americana ebbe il suo primo respiro nella civiltà occidentale quando l’Europa era alle soglie dell’Umanesimo, della chiusura, quindi, di quel periodo buio chiamato “Medioevo”. Questo è ciò che scrive Roberto Sabatino Lopez, storico italiano emigrato in America sotto il fascismo, nel 1962, in merito alla cultura del Medioevo nel Nuovo Mondo:

In Italia bisogna avere la testa tra le nuvole per non accorgersi del Medioevo che vive nelle chiese e nei palazzi, nella letteratura e nel diritto, nelle feste e nelle processioni, negli aforismi e nelle allusioni storiche della conversazione quotidiana. Negli Stati Uniti, la presenza che si fa notare in modo analogo è quella della “storia coloniale”, cioè dell’America puritana tra lo sbarco dei padri pellegrini a Plymouth e la conquista dell’indipendenza. Quanto al Medioevo, incastrato nei musei, imbalsamato in qualche formula legale o letteraria, mortificato nell’architettura neogotica di poc’anzi, deprecato dai non iniziati come un’età di sporcizia, ignoranza e superstizione, occupa più o meno il posto che in Italia spetterebbe alla storia Babilonese.

Sabatino si basa su ricerche e rivelazioni sul periodo constatabili durante il suo soggiorno in America, ma precedenti a lui sotto questo punto di vista ci sono diversi autori che hanno basato le loro teorie sul viaggio: basti pensare a Mark Twain, che nella sua opera del 1869 Gli innocenti all’estero parla dei suoi soggiorni a Parigi e a Roma condannando la medievalità dell’Europa, arricchendo il resoconto di viaggio di dettagli circa la vita quotidiana degli abitanti, i quali vivevano in scarse condizioni igieniche, senza acqua corrente né luce, né riscaldamento, proprio come nell’Età di Mezzo, insomma. Tornando alle teorie di Sabatino, dopo anni di polemica, seguì solo nel 1991 una risposta concreta, pubblicata da Norman F. Cantor, che mostrava allegando diverse prove la crescita dell’interesse nel trentennio precedente alla pubblicazione della stessa dell’America sull’argomento Medioevo. Dal punto di vista letterario, la maggior parte dei romanzi dal secolo diciannovesimo in poi, spostano il fulcro dal racconto storico o fantastico del personaggio al mostrare come il Medioevo sia un’epoca nettamente inferiore all’epoca moderna; basterebbe leggere Un americano del Connecticut alla corte di re Artù di Mark Twain, datato 1889, per rendersene conto: Morgan, ragazzino pestato durante una rissa, si sveglia durante il VI secolo; la sua padronanza della tecnologia gli permette di essere riconosciuto come grande mago alla corte di Artù, attirando su di sé, però, la disapprovazione dell’Inquisizione e l’invidia di Mago Merlino. L’intreccio è banale, concludendo, ma mostra il punto a cui si è arrivati precedentemente, cioè che ancora una volta è stata ribadita la supremazia dell’era moderna sull’era preindustriale e quella degli Stati Uniti rispetto all’Europa. Attraverso lo stravolgimento del ciclo arturiano di Twain, il legame tra Disney e Twain è concentrato nel momento in cui Morgan incontra un cavaliere, personaggio che sembra essere uscito da un’illustrazione. Meno di un secolo dopo, l’illustrazione diventa animata sul grande schermo.

Ma qual era dunque il pensiero di Disney in merito all’Età di Mezzo? Sappiamo che intercorre un decennio tra la realizzazione di The sword in the stone (1963) e Robin Hood (1973) e che Disney e i suoi sviluppatori erano persone talentuose con basi culturali inerenti spesso solo al proprio mestiere, nel caso di Disney erano reminescenze, come già è stato detto, della sua infanzia e di un’educazione trascurata proprio per ragioni artistiche. Non era una persona ignorante, di certo, ma sfruttava storie con un impatto già sperimentato sul pubblico. Le storie sul periodo Medioevale sono storie che l’America “importa” dall’Europa e, come si evince dalle discussioni affrontate nei saggi precedentemente citati, rivalutate proprio durante gli anni in cui vennero prodotti questi determinati lungometraggi, ispirati a storie dell’antica tradizione orale britannica. Dunque, negli anni successivi al commento di Sabatino sul Medioevo ci fu davvero una riscoperta di questo periodo e Disney, ancora in vita e nel pieno della sua attività, sfruttò appieno la “moda” del ritorno all’Età di Mezzo. È Matteo Sanfilippo, con il suo saggio Il medioevo secondo Walt Disney, a fornirci delucidazioni sull’argomento in quella che è un’opera chiave in merito. Circa il 50% dei lungometraggi Disney dopo il 1937 è ambientato in epoche diverse dalla nostra, di cui un decimo sono a sfondo medievale, che ha come legame per tutti i lungometraggi delle impostazioni invariabili che ci permettono di analizzare il contesto secondo una chiave di lettura definibile “Medioevo Disney”. Per fare un esempio, prendiamo come campione a prova di ciò l’elemento che contraddistingue la produzione Disney, presente anche nel logo animato degli Studios: il castello. Appare freddo e cupo nella Spada nella roccia e fatato e sgargiante nei colori nella riproduzione presente nei parchi Disney; la storia dell’architettura ci mostra come siano ben diversi nella realtà, dunque questa è un’inconfutabile prova della reinterpretazione degli autori che creano delle impostazioni standard sull’argomento. Per comprendere a fondo il successo scaturito dalla creazione delle stesse, possiamo partire dal fatto che diversi disegnatori non erano americani e, dunque, avevano ben presenti le ambientazioni a cui potevano ispirarsi. È la seconda guerra mondiale a spezzare il filo delle tradizioni medievali Disney, ripreso con Il dragone recalcitrante, film in tecnica mista del 1950 tratto dall’opera omonima di Kenneth Grahame (stesso autore di Il vento tra i salici, che ispirerà un altro lungometraggio Disney) e “riciclato” da una precedente produzione degli Studios datata 1941; protagonista di questo film è un drago che, insieme a un cavaliere attempato, si interessa di poesia e non di duelli. Insieme inscenano per volere del villaggio un combattimento che porta al lieto fine, cioè all’accettare da parte degli abitanti il drago come mascotte. Sebbene il film, molto grazioso e leggero, si allontani dall’idea di Grahame di mostrare nella figura di cavaliere San Giorgio in persona, l’idea è nata principalmente per portare un messaggio pacifista che segna la fine di un periodo di “secondo medioevo” per l’America e l’Europa. Nel 1952 viene prodotto Robin hood e i compagni della foresta, film per adolescenti di scarso successo identico nella trama a decine di altri titoli pressoché identici. Nel 1959 è la volta di La bella addormentata nel bosco, dall’omonima favola di Perrault, che contiene tutti gli elementi medievali inseribili nei romanzi: il bene contro il male impersonati dalla magia bianca contro la magia nera, un drago, due castelli (il maniero neogotico della strega e l’austero ma positivo castello del padre della principessa) ambienti tetri, segrete, armi tipiche, armature, la storia d’amore per cui un principe combatte mettendo a repentaglio la sua vita (impresa sempre riuscita, poiché della fanciulla non mette a repentaglio né l’identità sessuale né la verginità, scelta obbligata dato il pubblico a cui si rivolge Disney). La spada nella roccia, del 1963, riprende diversi elementi dell’ultimo film considerato. Le cose cambiano dopo il 1966, anno della morte di Disney, nel quale gli eredi si ritrovano a fronteggiare all’improvviso ingenti responsabilità; sempre secondo lo stesso filone finora trattato, citiamo il lungometraggio del 1973 in cui troviamo degli esseri zoomorfi a far da protagonisti assoluti, ovvero Robin Hood, film nel quale il mitico eroe celtico è rappresentato da una volpe rossa e dove ogni animale ha un significato preciso di scaltrezza, che gli servirà per raggiungere i suoi scopi. Per fronteggiare, dopo il discreto successo dei primi anni ’70, le difficoltà economiche derivanti dall’espansione di altre case di produzione prestigiose, la Disney propone di approfondire la tecnica rotoscope e di dedicarsi al genere sword and sorcery, riproponendo i duelli e i tanto sfruttati temi di stampo medievale. Si può constatare che nell’arco di cinquant’anni gli elementi tipici sono ricorrenti allo sfinimento,come ad esempio i draghi, rappresentati in tutte le salse (dal drago nero de La bella addormentata al “pacioccoso” drago Eliot in Eliot, il drago invisibile ), addirittura con la sua variante in dinosauro, come nella “Sagra della primavera” in Fantasia. Concludendo,possiamo affermare che il modo in cui Disney vede il medioevo è un modo distorto ma positivo, dove anche film d’animazione cupi come Il gobbo di Notre Dame (1996), storia pervasa da un costante senso di inquietudine e tragedia ambientata in un medioevo urbano e non sub rurale come è solito in Disney, con il suo lieto fine riesce ad allietare il pubblico. Per raggiungere il suo intento di catturare la fantasia del pubblico si gioca sul tempo verbale dell’imperfetto indicativo: il “C’era una volta” indica in realtà un ponte tra passato e presente dove tutto è possibile a seconda della volontà del pubblico, proprio come nella favola.

Il romanzo The Once and future King di White, scritto tra il 1938 e il 1958 e viene pubblicato lo stesso anno in cui fu scritta l’ultima parte, nel 1958 stesso, è diviso in quattro sezioni: The Sword in the stone (1938), The queen of air and darkness (1939), The III-made knight (1940) e Candle in the wind (1958). Una parte finale, chiamata The book of Merlin, venne pubblicata postuma; questa parte completa la spiegazione delle lezioni impartite da Merlino al Re poco prima della sua morte. Com’è chiaro, quindi, il ciclo non parla solo della vita di Artù, ma anche della vita e delle azioni dei personaggi che compaiono presso la corte di Camelot. La storia inizia durante gli ultimi anni di regno del regno del padre di Artù, Uther Pendragon; la prima parte, costituita dal racconto La spada nella roccia racconta la crescita di Artù col suo padre adottivo sir Ector, la sua rivalità e nello stesso tempo la amicizia con suo fratello adottivo Kay, in seguito l'addestramento con Merlino. Questo, conoscendo il destino del ragazzo, insegna ad Artù (chiamato Wart, ossia "bitorzolo") il significato del buon governo, mutandolo in in vari tipi di animali: un pesce, un'aquila, una formica, un gufo, un'oca e un tasso, fulcro della in sostanza, poiché ognuna delle trasformazioni ha come scopo l'insegnare a Wart una lezione, il che lo preparerà alla sua vita futura. La motivazione dell’allenamento unica è insegnargli che l'unico motivo giustificabile per la guerra è il prevenire qualcun altro dal farla, e che i contemporanei governi umani e le persone potenti sono l'esempio degli aspetti peggiori del Potere. Nel secondo libro, La regina dell'aria e delle tenebre, White introduce il clan degli Orkney e descrive la seduzione di Artù ad opera della loro madre, la sua sorellastra Morgawse. Mentre il giovane re spegne con il suo coraggio le prime ribellioni, Merlino idea un mezzo di contrasto al Potere distruttivo,cioè la Tavola Rotonda. La terza parte, Il cavaliere malfatto, sposta l'attenzione da re Artù alla storia clandestina tra sir Lancillotto e la regina Ginevra, ai sotterfugi e agli incontri segreti per non essere scoperti e i suoi effetti su Elaine, moglie di Lancillotto e madre di suo figlio Galahad. Infine, La candela nel vento unisce queste storie raccontando come l'odio di Mordred verso suo padre e l'odio di sir Agravaine verso sir Lancillotto causarono il declino e la rovina di Re Artù, della Regina Ginevra e dell'intero reame di Camelot; il libro inizia come un leggero racconto sulle avventure del giovane Artù, sulle pecche magiche di Merlino e sull'interminabile ricerca di re Pellinore della "Bestia che Latra" (in originale Questing Beast), un animale che il suo popolo caccia da sempre. Alcune parti de La spada nella roccia sono una parodia delle leggende su Artù grazie alle virtù della prosa di White, che si basa molto sugli anacronismi. Per quanto riguarda lo stile e la scorrevolezza, vediamo un picco verso il basso del livello di humor, abbastanza presente nel primo, quasi completamente assente nell’ultimo.

La Spada nella Roccia (The sword in the stone) è il frutto dell’elaborazione della leggenda nella mente di Walt Disney; prodotto nel 1963 e diretto da Wolfgang Reitherman, ispirato tra tutte le varianti della leggenda al romanzo di T.H. White, Re in eterno,è considerato il diciottesimo classico secondo il canone ufficiale. Il lungometraggio ci presenta ancora una volta un adattamento molto soft della storia, ricca di comicità e con la solita, immancabile morale a far da filo conduttore su cui si muove l’azione. Il film finisce col somigliare più di tutto ad una Cenerentola al maschile: il servetto che diventa re, questa è l’evoluzione della storia, in sostanza. Ci viene presentato un Re Artù lontano dall’originale, un ragazzino che porta il suo nome ma è tutto l’opposto del sovrano bretone: soprannominato “Semola” (originariamente Wart), il dodicenne vive in un castello come paggio del figlio di Sir Ettore, il gretto e ignorante Caio, maltrattato dalla sua famiglia adottiva e costretto a far da servo più che da compagno al signorotto. Nel romanzo, questi due personaggi ci vengono presentati come positivi, ed hanno un ruolo puramente marginale, sono elementi che indicano il contesto nel quale vive il protagonista. La vita del giovane cambia quando Merlino (anch’esso ben diverso dall’originale), mago buono che aveva previsto l’ascesa al potere dell’adolescente, decide di occuparsene; con lui porterà il gufo Anacleto, che possiede il dono della parola e dell’intelligenza umana ed inoltre è simbolo di sapienza come nelle credenze popolari,ma permaloso e presuntuoso, un personaggio di contorno adorato da tutto il pubblico. Fa parte della storia un’insolita Morgana, eterna antagonista di Merlino, nelle vesti di Maga Magò, strega cattiva che suscita con il suo aspetto buffo grande simpatia. Insomma,sembra che poche cose riportino alla leggenda originale; la Tavola Rotonda,creata dallo stesso Merlino, viene menzionata nelle ultime battute prima di sfumare sui titoli di coda, come previsione del Mago; Artù diventa re grazie al miracolo della spada nella roccia,la quale portava l’incisione che recava impresso che solo chi l’avrebbe estratta avrebbe avuto il diritto di diventare sovrano. Di fatti, il preambolo annunciato dalla voce fuori campo nelle prime scene,spiega che non c’era un Re a governare il Regno e che questo era allo sbaraglio. Nel romanzo di White il ragazzo ha sedici anni, quindi è più vicino all’età adulta dell’Artù in uno stato di transizione tra bambino e ragazzo come quello presentato nel film. Il personaggio del druido Merlino, in generale, è rappresentato come fosco, misterioso, negativo e a tratti crudele, nonostante sia un valido aiutante del sovrano, mentre qui ha l’aria di un pacioso vecchietto che sembra essere più un “nonno” che un educatore del giovane re; sono comunque entrambi comunque elementi che sembrano apparire solo nel Re in Eterno e in nessun altro romanzo o ciclo narrativo che tratti l’argomento. Sempre nel romanzo di White,dove ovviamente la storia continua per la durata di tutto il ciclo della sua vita, Kay (Caio) diventa cavaliere della tavola rotonda, e a portare la notizia del torneo non è un simpatico personaggio baffuto dal nome Sir Pilade,ma Pellinore (la variante inglese del nome Pilade). In riferimento al sovrano, nel film viene solo nominato: si tratta di Polidoro,che ha la funzione di scudiero di Caio finchè non si ammala di orecchioni e lo sostituisce Semola,che copre successivamente il ruolo di sovrano. Qui nemmeno mancano tutti gli elementi che possono rendere la storia facilmente riconoscibile nel contesto del Medioevo: lo scontro tra magia bianca,quella nello specifico di Merlino,e la magia nera, quella della buffa Maga Magò, il castello,somigliante qui più ad una stamberga, completamente alla mercè del vento e degli urti nelle prove di battaglia di Caio e Semola, dove Merlino dimora e nelle giornate di maltempo gli causa molti problemi.

Robin Hood è uno dei primi film ad essere creato dopo il blackout del 1966, anno in cui si è spento Walt Disney, essendo stato creato nel 1973, che e porta in se anche l’esempio di rinnovamento della casa Disney nei confronti dei film di tema medievale. Bisogna precisare anche in questo caso che l’eroe animato è ben diverso nella storia e nel personaggio dall’originale: l’eroe risulta essere per metà storico, per metà leggendario, probabilmente frutto della fusione del personaggio realmente esistito, con discordanze circa la sua discendenza, se sia stato quindi un bandito o un nobile sassone decaduto, con le preesistenti leggende di un folletto plausibilmente omonimo. Nella versione moderna della leggenda lo si immagina come un generoso fuorilegge abilissimo nell'uso dell'arco, in disaccordo con le altre leggende, dove viene dipinto diversamente, fino ad essere considerato un bandito come tanti, secondo la leggenda medievale. Nella cultura popolare i racconti di Robin Hood e della sua banda sono solitamente associati con l'area della foresta di Sherwood e la contea di Nottinghamshire, malgrado la maggior parte degli storici lo indichino come un uomo dello Yorkshire. Il suo luogo di nascita storico pare fosse Loxley nello Yorkshire, da qui il suo titolo citato anche in diversi film come “Duca di Loxley”. Altri studiosi invece indicano come paese d'origine Wakefield, sempre nello Yorkshire. Anche sulle date di nascita e morte esistono teorie contrastanti: ad esempio c'è chi colloca la sua nascita tra il 1285 e il 1295, in contrasto con le ballate che sostengono sia morto nel 1247. Ritornando al film, nato anche questo sotto la regia di Wolfgang Reitherman, abbiamo come protagonisti degli esseri zoomorfi, ognuno dei quali rappresenta la personalità del personaggio rappresentato: Robin Hood e Lady Marian,sua amata,sono due volpi rosse,simbolo della furbizia, Little John è un’orso bruno molto simile al Baloo del libro della giungla, Giovanni Senzaterra è un leone spelato e smidollato consigliato da Sir Bis,viscido serpente mascherato da uomo di corte e difeso dallo Sceriffo di Notthingam, un lupo nero. Sanfilippo informa il lettore che i duelli e in generale i richiami medievaleggianti non alludono nello specifico a ciò, ma alle parodie di Errol Flynn ne Le avventure di Robin Hood,del 1939. Ovviamente come elemento tipico non manca il castello: come dimora di Giovanni Senzaterra è facilmente espugnabile dalla furbizia della volpe Robin. Non manca nemmeno l’elemento amoroso, dove però vediamo tutto l’impegno della produzione a rendere troppo soft il film: il maschio del medioevo era un uomo brutale, guerriero, abituato alla battaglia e alla violenza degli istinti, mentre nel film basta un bacio di Marian sulla guancia a mandare Robin Hood in visibilio e addirittura a farlo cadere dal castello. Questa però non fu l’unica realizzazione disneyana sull’eroe: nel 1952 viene prodotto Robin Hood e i compagni della foresta, film di successo modesto,in cui la trama sembra essere un clone di altre trame sull’argomento: in Inghilterra,anno 1190,Riccardo III d'Inghilterra soprannominato "Cuor di Leone" parte per la terza Crociata e lascia il comando del regno al fratello Giovanni, instaura una vera e propria tirannia. Robin Hood, fedele seguace di Riccardo, difende i poveri sudditi dalle grinfie del tiranno e del suo servo, lo Sceriffo di Nottingham. l cast vanta attori come Joan Rice,Richard Todd (nel ruolo di Robin Hood) e Peter Fich (nel ruolo dello sceriffo di Nottingham).


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